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INTERVISTA
DIEGO FASOLIS

«Sono un suggeritore musicale»

Nominato per il prestigioso Opera Awards 2019, il maestro ticinese Diego Fasolis traccia le tappe della sua quarantennale e prestigiosa carriera: da organista a direttore d’opera di grandi teatri come la Scala.

TESTO
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SANDRO MAHLER
15 aprile 2019

Il maestro Diego Fasolis: «Bach è il mio autore preferito, ma con Bellini e il ?bel canto? nel sangue».

Maestro Fasolis, il 26 aprile è invitato a Londra, perché è stato scelto – unico svizzero - fra i sei finalisti del prestigioso premio Opera Awards 2019 nella categoria “direttori”. Come vive questa nomina?

Con grande sorpresa, visto che la mia attività indipendente – quella non legata strettamente alla RSI – data di pochi anni. La mia carriera musicale per 40 anni è stata sul fronte della musica vocale strumentale oratoriale, come “maestro di cappella”, e solo da poco frequento le buche d’orchestra.

Lei ha cominciato da organista, poi è diventato direttore di coro e d’orchestra, in particolare dei Barocchisti, complesso di riferimento per l’esecuzione del repertorio antico su strumenti storici. Come è avvenuto il cambiamento verso l’opera?

Nel 1993 sono stato nominato direttore stabile del coro della RSI e tra i miei compiti c’era pure quello di dirigere un’orchestra. Mi sono formato quindi anche in questo ambito. In seguito sono stato chiamato in diversi luoghi come direttore d’ospite per il sinfonico-corale e per l’opera: la prima volta proprio alla Scala di Milano. Forse piaceva il mio stile di affrontare la preparazione musicale.

In che senso?

Mi considero sempre al massimo un “primus inter pares”, non voglio essere un “dittatore”, cerco un buon rapporto con i musicisti e la condivisione degli obiettivi.

Si sente più direttore di coro, direttore d’orchestra o direttore d’opera?

Mi ritengo un “suggeritore” e un “motivatore” musicale. Cerco di offrire a chi lavora con me una possibilità interpretativa per i diversi generi. Ma è evidente che in questo momento sono attivo come direttore d’opera. Basta pensare che quest’anno dirigo tre opere alla Scala. Tre opere di Mozart: Idomeneo al Piermarini, La finta giardiniera e il Flauto Magico in “tour” in Cina.

Facciamo un passo indietro. Lei è cresciuto a Lugano, come si è avvicinato alla musica?

Provengo da una famiglia di musicisti. Mio nonno e tutta la sua famiglia erano musicisti attivi al San Carlo di Napoli. Sono cresciuto in mezzo della musica. Mio padre era professore di storia e letteratura ma anche critico musicale. Così ho vissuto da subito nella musica, con particolare propensione alla musica barocca − Bach è il mio autore preferito – ma con Bellini e il “bel canto” nel sangue.

È conosciuto come specialista del periodo barocco, di compositori come Bach e Händel. Come è nato il suo amore per questo periodo stilistico legato molto al Nord Europa?

Quando si studia storia della musica, ci si rende conto che tutti i grandi autori tedeschi erano ammiratori della musica italiana. Il “viaggio in Italia” era meta obbligata per conoscere lo stile antico così come il repertorio vocale e operistico. E gli italiani erano presenti in forza in Europa come maestri apprezzati e riconosciuti. Basti pensare che Händel, quando aveva meno di 20 anni, ha scritto in italiano l’oratorio “Il trionfo del tempo e del disinganno” acquisendo uno stile che non ha più lasciato fino agli ultimi oratori londinesi.

Questo oratorio risale al 1707. Cosa possono dire tali opere all’uomo contemporaneo?

Tantissimo. Pensiamo ad una opera come Giulio Cesare di Händel, che dura oltre 4 ore. Molti potrebbero pensare: chi può sopportare una simile durata? Posso assicurare che il pubblico odierno va in visibilio. L’inesorabile ed eterna successione di arie con da capo è affascinante. Come le ciliegie o i pasticcini, inizi e te li mangi tutti.

E in chiave musicale?

La musica barocca, in realtà, è molto vicina alla musica di oggi perché è basata sul ritmo. La nostra musica leggera ha il basso e la batteria, la musica barocca ha il basso continuo eseguito con violoncello, contrabbasso, clavicembali e liuti. Questo meccanismo di stabilità ritmica riempie l’ascoltatore di sicurezza e dunque di gioia. Affiancando uno strumento alla voce si congiungono parte razionale e parte emozionale del nostro cervello. I compositori barocchi conoscevano bene i meccanismi psicoacustici che oggi vengono studiati dalle neuroscienze.

Che rapporto ha con la Scala di Milano, il teatro d’opera più famoso del mondo dove – come detto prima – è stato direttore ospite per varie volte e lavora in questi tempi?

È sempre una grande emozione dirigere alla Scala. L’altro giorno mi sono fermato dopo le prove di Idomeneo ad ascoltare una delle opere in programmazione. Nella posizione di ascoltatore questo tempio della lirica dà i brividi e ancora di più quando si è protagonisti e responsabili diretti. Si percepisce il peso della storia.

Ci sono altre sale nel mondo che ama particolarmente?

Mi piacciono molto le sale morbide quadrate tradizionali − templi costruiti sulla base della sezione aurea − come il Concertgebouw di Amsterdam, la Tonhalle di Zurigo, il Musikverein di Vienna. Apprezzo però anche sale circolari come quelle della Philharmonie di Berlino. Anche il LAC di Lugano è un’ottima sala, che per essere polivalente ha dovuto trovare qualche compromesso acustico.

Sotto la sua direzione, nel settembre 2018, per la prima volta al LAC è andata in scena “Il barbiere di Siviglia” di Rossini. Come ha vissuto quest’esperienza?

Avevo proposto un’opera di Händel. Poi la scelta si è indirizzata sul più famoso dei titoli operistici che ho scoperto avere persino inaugurato il Teatro Rossini di Lugano nell’800. È stato un momento piacevolissimo di collaborazione tra le forze professionali del nostro Paese.

Lei era amareggiato per non essere stato scelto direttore del concerto d’apertura del LAC nel 2015. Rossini ha rimarginato la ferita?

Certamente non ero felice di aver dedicato durante dieci anni tante energie per costruire progetti-evento e poi essere escluso per una inaugurazione sinceramente banale. Stiamo però cercando con tutti i responsabili di rimettere le cose a posto, fermo restando che il “nemo propheta in patria” funziona sempre.

Alla fine di un concerto mostra sempre al pubblico la partitura dell’opera eseguita, ad esempio Verdi o Bach, come i preti innalzano le Sacre Scritture mostrandole ai fedeli. Perché questo gesto?

Ritengo che il compositore sia il protagonista principale ed essenziale. È un atto di rispetto dovuto. Lavorando con vari registi spesso poco rispettosi della musica, mi sento ancor più in dover difendere le ragioni del compositore.

Lei lavora sia con la voce sia con gli strumenti. Ha preferenze?

La voce umana per me è lo strumento più bello. È nel corpo dell’uomo. È immediato, non ha bisogno di un tasto da schiacciare. Accompagnato da strumenti è qualcosa di sublime.

Lei dirige anche tante opere sacre. È una persona religiosa?

Direi che sono una persona in profondo cammino spirituale.

Infine, la domanda fondamentale: perché fa musica?

Perché, citando Nietzsche, «senza musica la vita sarebbe un errore». È un linguaggio universale, stimolo positivo per attivare e armonizzare i nostri “chakra”. È un filo diretto con il mondo spirituale e una saggezza inesprimibile a parole. Pensi che Beethoven si era messo a scrivere un quarto movimento per la sua IX convinto che il testo – pur pieno di spirito di fratellanza e elevazione – non permetteva di esprimere l’inesprimibile. «Non voglio essere un “dittatore”, cerco un buon rapporto con i musicisti».


Il ritratto

Diego Fasolis: «Il compositore è il protagonista principale ed essenziale».

Classe 1958, Diego Fasolis viene nominato nel 1993 direttore degli ensemble della RSI e cinque anni dopo fonda l’orchestra “I Barocchisti”. Di recente si è imposto anche come direttore d’opera. Dal 16 maggio al 6 giugno dirigerà “Idomeneo” di Mozart alla Scala di Milano.

www.barocchistiecoro.ch