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INTERVISTA
LILI HINSTIN

«Un Festival indipendente, libero»

Lili Hinstin è dallo scorso dicembre la nuova direttrice artistica del Locarno Film Festival. Nell’intervista cerchiamo di conoscerla meglio e di avere qualche anticipazione sulla 72a edizione, che si terrà dal 7 al 17 agosto 2019.

TESTO
FOTO
Pablo Gianinazzi /Ti-press
26 maggio 2019

Lili Hinstin (Parigi 1977) è stata fino allo scorso anno direttrice del festival del cinema di Belfort (Francia).

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CONCORSO

Lili Hinstin: «Locarno 72 sarà per me un test, ma sono fiduciosa».

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Lili Hinstin, la nuova direttrice artistica del Locarno Film Festival, è nata a Parigi nel 1977. Laureata in lingue, letteratura e civiltà straniere alle università di Parigi e Padova, è stata responsabile delle attività cinematografiche dell’Accademia di Francia a Roma (2005-09), vice direttrice artistica del Cinéma du Réel di Parigi (2011-13) e fino allo scorso anno direttrice dell’Entrevues Belfort–Festival nnternational du film.

Partiamo dall’inizio, come si è avvicinata al cinema?

Il cinema ha bussato alla mia porta durante l’ultimo anno di liceo. Quell’anno cadeva il suo centenario e il professore di filosofia era riuscito a inserire la nostra classe in un meraviglioso progetto della Cinémathèque française che coinvolgeva ragazzi provenienti da tutta la Francia, in cui si studiavano le origini del cinema: le sue radici documentarie con i fratelli Lumière e quelle della finzione e dello spettacolo con Georges Méliès. Ognuno di noi ha dovuto realizzare un piccolo film con una Super 8; è stata una fortissima esperienza formativa ed è stata la prima volta che ho immaginato di poter lavorare nel cinema.

Quale carattere avrà la sua direzione artistica al festival di Locarno?

Ho sempre ammirato la programmazione del Festival, per cui il mio obiettivo sarà quello di lavorare nel suo spirito e nella sua storia, e non di fare qualcosa di molto diverso. Poi, certo, ci sarà la mia interpretazione di questa bellissima storia. Vorrei che il Festival si leghi all’andamento del mondo, che faccia da eco alle questioni contemporanee. Locarno è sempre stato il festival della gioventù e della libertà di spirito. Un festival indipendente, libero dalla pressione di varie dinamiche più o meno politicamente corrette, questo per me è lo spirito del Festival».

Spirito che si ritrova anche nella Retrospettiva “Black Light” scelta quest’anno…

L’obiettivo del Festival è di allargare e diversificare sempre di più i suoi orizzonti culturali. La Retrospettiva 2019 è dedicata al cinema nero e mi permetterà di presentare al pubblico opere spesso sconosciute di registi neri o di registi della Hollywood più classica. Non si può parlare di una sola Africa come non si può parlare di un solo cinema nero. Lo scopo della Retrospettiva di Locarno72 è di oltrepassare il concetto di Black in quanto identità o problema sociale e indagare l’immaginario dei registi che hanno reinterpretato questa questione storica e politica in varie epoche e vari luoghi.

Un altro degli obiettivi annunciati da Locarno72 è di aprire sempre di più le sue porte ai giovani. In che modo intende riuscirci?

Un festival vive del suo pubblico, che deve poter crescere, per cui i giovani per Locarno sono importantissimi. Stiamo lavorando su vari fronti per far sì che ciò accada. Quest’anno lanceremo un bellissimo progetto che fa parte di Locarno Young: il BaseCamp. Grazie al Comune di Losone, l’ex caserma diventerà un alloggio e un polo creativo per duecento giovani, che potranno così accedere al festival a un prezzo simbolico, condividendo questa meravigliosa esperienza».

Quali criteri guideranno quest’anno la programmazione di Piazza Grande?

La programmazione della Piazza è speciale. Dobbiamo scegliere film che piacciano sia al grande pubblico sia ai cinefili, ma soprattutto proporre bellissime pellicole. Apprezzo tutti i tipi di film, da quello sperimentale a quello più commerciale, in cui posso però riconoscere un valore artistico o una grande intelligenza. Non la vedo come una dicotomia ma come l’essenza di Locarno, uno dei festival internazionali con la programmazione più ampia in termini di linea editoriale. Per me Piazza Grande è un posto stupendo da programmare; ovviamente non la conosco ancora così bene e spero che ci sarà una certa indulgenza. Locarno72 sarà per me un test, ma sono fiduciosa, perché se ho provato un grande piacere a vedere un film non vedo perché non possa provarlo anche il pubblico.

Delle tredici serate in Piazza Grande come ogni anno, cinque saranno accompagnate dalla classica seconda proiezione, che classica però non sarà più e si chiamerà “Crazy Midnight”. Ci racconta di cosa si tratta?

Si tratta di conquistare un pubblico disposto ad andare a vedere un film tardi: i giovani e quel pubblico che ha voglia di scoprire e trovare sullo schermo un altro cinema, controcorrente, contro il già visto. Un cinema parallelo che ha iniziato a sfondare i limiti dello standard decenni fa, in film come Cecil B. Demented, e continua a farlo oggi, in opere tutte da scoprire. Una delle prime “Crazy Midnight” sarà quella del 16 agosto, proprio in compagnia del film di John Waters, che quest’anno verrà premiato con il Pardo d’onore Manor.

Negli ultimi anni le modalità di fruizione dei film sono cambiate. Netflix e Amazon hanno un po’ scombinato le carte. Come immagina il futuro di Locarno e dei festival cinematografici?

Siamo aperti a mostrare qualsiasi gesto di creazione che ci sembri importante; Netflix e Amazon sono dei canali di diffusione, a volte producono e altre sono un’opportunità per far circolare i film. Ma la vera questione è come lavoreranno i distributori con questo nuovo modo di vedere i film. Bisognerà riflettere su questo aspetto, perché se ci guardiamo un film su Netflix non vuol dire che non ci piace più andare al cinema. In questo senso Locarno, con la sua Piazza Grande, è la migliore esperienza che si possa fare, un momento di fortissima esperienza collettiva ed emotiva che non si può trovare a casa propria davanti al computer. Locarno Film Festival è un punto chiave in questa trasformazione dell’industria: crea il legame tra un certo tipo di cinema particolare che non ha i mezzi economici degli Studios, che in qualche modo è dipendente dai festival per essere diffuso, e il grande pubblico. Sono convinta che la gente continuerà ad aver bisogno di provare tutte e due le esperienze. Un festival deve trasmettere ai giovani l’esperienza della proiezione collettiva su grande schermo e accompagnare i professionisti in tutte le nuove sfide che si pongono agli attori dell’industria cinematografica.