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INTERVISTA
LISA FORNARA

«Uno sciopero contro la società patriarcale»

Il 14 giugno si tiene lo sciopero delle donne, esattamente 28 anni da quello storico del 1991. Oggi come allora si rivendica la parità di fatto, ma anche rispetto e libertà di scelta per le donne. Ne parliamo con Lisa Fornara, docente di storia e ricercatrice.

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ALAIN INTRAINA
10 giugno 2019

Lisa Fornara: «Il nuovo termine di 'sciopero' tiene conto non solo della dimensione professionale, ma anche di quella sociale».

Da storica e da donna impegnata sui temi di genere, come vede lo sciopero del 14 giugno?

Lo appoggio, perché è un’azione importante in uno Stato dove la parità è stata raggiunta da 38 anni sulla carta, ma non ancora completamente attuata nei fatti. Da storica osservo che questo evento si inscrive nei movimenti sorti negli ultimi anni, che hanno proposto lo sciopero come una modalità di lotta femminista. Uno sciopero che non è contro gli uomini, ma contro la società patriarcale.

C’è dunque un rilancio dei movimenti femministi?

Sì, senza dubbio. A livello internazionale si assiste a un nuovo impegno per rivendicare non solo la parità formale, per esempio quella salariale, ma anche e soprattutto rispetto e tutela del corpo delle donne e della loro libertà di scelta.

Questo sciopero evoca quello del 1991: che spirito c’era allora?

Lo sciopero del 14 giugno 1991 è avvenuto dieci anni dopo l’introduzione nella Costituzione federale dell’articolo sulla parità uomo-donna. Alla fine degli anni Ottanta, a livello di femminismo elvetico, anche tra i gruppi più radicali, si accusava una certa stanchezza, visti i traguardi formali raggiunti. In pochissimo tempo si riuscí però a ritrovare un nuovo entusiasmo, capace di mobilitare mezzo milione di persone.

Cosa riaccese la “miccia”?

Probabilmente il tema della giustizia sociale, molto sentito fra la popolazione. Malgrado l’associazionismo femminile fosse in crisi, le donne ritrovarono un nuovo impulso proprio sulla non traduzione pratica di questo articolo.

Per Lisa Fornara, nella rivendicazione femminile alla parità, «gli uomini dovrebbero essere solidali».

L’articolo costituzionale sulla parità fu una delle prime battaglie delle donne dopo l’introduzione del suffragio femminile…

Sì, scaturì da un’iniziativa popolare e, nella prima proposta, c’era una norma provvisoria in cui veniva chiesto che l’articolo trovasse un’applicazione completa nell’arco di cinque anni. Ci fu un controprogetto, dove questa norma non figurava. E siccome all’epoca non era possibile votare sia l’iniziativa sia il controprogetto, i gruppi femminili rinunciarono a questa disposizione transitoria per essere sicure di avere la parità ancorata alla Costituzione. A posteriori, fu forse un errore strategico, anche perché la massiccia partecipazione delle donne al voto avrebbe quasi certamente permesso di approvare questo termine di attuazione. È chiaro che all’avvicinarsi della ricorrenza del decennio, gli animi si riaccesero.

E contribuì al successo dello sciopero del 1991?

Credo di sì, la grande mobilitazione stupì le stesse organizzatrici; aderirono anche le donne non organizzate politicamente, perché le disparità erano molto più evidenti rispetto a oggi. Le donne riuscirono a incrociare le braccia, all’insegna del motto “se le donne vogliono tutto si ferma”, motto in parte ripreso anche oggi, che contiene una grande verità: se le donne smettono di svolgere il lavoro gratuito che quotidianamente offrono, la società rischia di trovarsi senza la sua colonna vertebrale.

La parola “sciopero” è stata messa in discussione: quello del 14 giugno è uno sciopero?

La parola “sciopero” richiama la relazione fra datore di lavoro e dipendente, ma quello del 14 giugno è una mobilitazione che va al di là di questo rapporto: è una contrapposizione al patriarcato presente nella nostra società e vuole coinvolgere anche le donne non attive professionalmente. Occorre attribuire un significato nuovo al termine “sciopero”, che tenga conto non solo della dimensione professionale, ma anche di quella sociale. Ora che le attività e le varie forme di adesione per il 14 giugno sono chiare, si capisce che è una manifestazione di protesta, un estremo rimedio per chiedere pari opportunità per tutte e tutti.

Cosa accadrà il 14 giugno?

Sarà una giornata di sensibilizzazione verso le tematiche femminili e femministe, che non riguardano solo l’ambito lavorativo, ma sono una questione sociale. Alle donne si chiede, nel limite delle loro possibilità, di astenersi per un giorno dalle mansioni di cui si fanno ancora maggiormente carico, come la pulizia della casa, la preparazione dei pasti, la cura dei bambini per denunciare tutte le disparità presenti nel nostro Paese.

Come nel 1991, si discute della partecipazione degli uomini a questa giornata.

Questo è un punto centrale, perché le donne non dovrebbero essere lasciate sole a rivendicare i loro diritti. Gli uomini dovrebbero essere solidali, anche se ciò significa rinunciare a privilegi e vantaggi. Sono fiduciosa che ci sarà una buona partecipazione maschile; per esempio, in diverse scuole, i docenti si sono offerti di tenere tutte le classi per permettere alle colleghe di scioperare.

Obiettivo dello sciopero è la parità: come la si raggiunge?

La parità è una questione complessa, ha molte sfaccettature e altrettante implicazioni sottili. La chiave di svolta per raggiungerla potrebbe essere l’educazione, che agisce alla radice e porta a una maggiore consapevolezza, perché le discriminazioni entrano in campo quando ci si conforma alle aspettative di genere, reiterando ruoli stereotipati e cristallizzati. Per scardinare questa costruzione socioculturale e cambiare le mentalità, occorre essere più formati e più coscienti di alcuni meccanismi che producono disparità.

Lei tiene una formazione sull’educazione al genere alla SUPSI. Che cosa si sta facendo in questo ambito nella scuola ticinese?

Nel nuovo piano di studi, l’educazione al genere rientra come competenza trasversale sotto il cappello più generale dell’educazione alla cittadinanza. In base alla legge, la scuola educa alla parità, ma se si vanno a vedere le pratiche e i materiali didattici, ci si accorge che manca una sensibilità in questo senso. Tra l’altro, il tema dell’educazione al genere è una delle rivendicazioni del sindacato degli studenti per lo sciopero.

Cosa finirà nei libri di storia di questi anni di rinnovato femminismo?

Spero di poter leggere che questa è stata l’ultima grande ondata di femminismo da cui finalmente è scaturita una società egualitaria e giusta. Ma questo è un auspicio, perché molte ricerche ci dicono che ci vorranno ancora 100 anni per la parità di genere.

Cosa farà il 14 giugno?

La mattina, anche se non ho lezione, sarò al Liceo di Lugano 1 per alcune attività sui temi dello sciopero; nel pomeriggio, nelle piazze del Cantone a manifestare, e poi a Bellinzona per l’evento finale. È importante esserci, per far sentire forte la voce delle donne. E sarebbe bello superare il mezzo milione di partecipanti del 1991. 


Il ritratto

Lisa Fornara (1978) ha studiato storia contemporanea all’università di Bologna ed è docente di storia al Liceo di Lugano 1. Ha svolto ricerche sulla storia delle donne ticinesi e nell’ambito della didattica della storia. È formatrice alla SUPSI DFA in didattica della storia e tiene un corso di educazione al genere per docenti di scuola dell’infanzia ed elementare.