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INTERVISTA
ANDREA PILOTTI

Un secolo di proporzionale

Dal 21 novembre, il Palazzo delle Orsoline a Bellinzona ospita una mostra per celebrare 100 anni di proporzionale per l’elezione del Consiglio nazionale. I vantaggi e i limiti di questo sistema elettorale, anche a livello cantonale, secondo il politologo Andrea Pilotti.

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sedrik nemeth
25 novembre 2019

Andrea Pilotti (Locarno, 1981) è docente presso l'Istituto di studi politici dell'Uni Losanna.

Quest’anno si celebrano i cento anni del sistema proporzionale per l’elezione del Consiglio nazionale. Dal 1848 al 1919, il metodo maggioritario permise al partito liberaleradicale un dominio assoluto alle Camere, scalfito nel 1891 dall’elezione di un conservatore in Consiglio federale…

Il dominio avrebbe potuto essere ancora più incontrastato se nei lavori per la nuova Costituzione federale fosse passata l’opzione di un parlamento monocamerale, perorata da una buona parte dei radicali, nel quale il “peso” dei cantoni era proporzionale alla popolazione. Alla fine prevalse il compromesso ispirato al modello del Congresso americano, cioè di un parlamento bicamerale paritetico. Questo permise ai conservatori di compensare in parte la loro posizione minoritaria al Consiglio nazionale con un “peso” più importante nel Consiglio degli Stati.

Alle elezioni del 26 ottobre 1919, il sistema proporzionale sconvolse gli equilibri in Consiglio nazionale: i liberali uscirono quasi dimezzati, da 103 a 60 seggi, mentre il PS passò da 20 a 41…

Infatti, il proporzionale permise ai socialisti di ottenere una rappresentanza che rispecchiava la loro forza numerica nel Paese. E contribuì ad attenuare le forti tensioni sociali emerse durante e dopo la prima guerra mondiale. La critica ricorrente al proporzionale è che alimenterebbe la frammentazione dei partiti, rendendo difficile la creazione di maggioranze parlamentari. Di più, il costituzionalista Jean-François Aubert lo definiva una «levatrice» di nuovi partiti.

Come si arrivò nel 1919 alla prima elezione del Consiglio nazionale con il proporzionale?

Dopo il fallimento di due iniziative popolari, nel 1900 e nel 1910, per introdurre il proporzionale, la riuscita della terza iniziativa nell’ottobre 1918 avvenne per tre fattori. Innanzitutto, a causa del sistema maggioritario, il crescente successo elettorale del Partito socialista non si traduceva in un aumento del numero di seggi al Consiglio nazionale. Alle elezioni del 1917, le ultime prima del cambio del sistema elettorale, i socialisti ottennero il 31% dei suffragi, ma solo l’11% dei seggi. In secondo luogo, l’esperienza positiva in diversi cantoni che adottarono il proporzionale, Ticino incluso, permise di rassicurare chi temeva che il nuovo sistema potesse sconvolgere i rapporti di forza e creare instabilità politica. Infine, determinante fu anche l’aumento dei conflitti sociali, che culminarono nello sciopero generale del novembre 1918 e convinse la maggioranza dei cittadini a introdurre il proporzionale per favorire una pacificazione politica e sociale.

Il sistema proporzionale in Svizzera lascia molta libertà all’elettore: dal cancellare candidati dalla lista fino al panachage…

È vero, con il proporzionale l’elettore ha la possibilità di esprimere voti preferenziali mediante un sistema di liste aperte. Invece, in Paesi come Germania, Italia, Israele, che adottano in vari casi il sistema di liste bloccate, sono i partiti a determinare i futuri eletti. Un altro esempio di grande libertà per l’elettore svizzero è il voto di panachage. Solo nel nostro Paese, Liechtenstein e Lussemburgo questo diritto è riconosciuto per ogni elezione, a livello nazionale, regionale e locale.

«Venne introdotto per favorire la pacificazione politica e sociale».

Andrea Pilotti

Il Ticino fu il primo Cantone a introdurre nel 1892 il proporzionale per l’elezione del Consiglio di Stato e del Gran consiglio. Ma fu una scelta imposta dalla Confederazione dopo la Rivoluzione del 1890. Perché questo “diktat” di Berna?

Come ben illustrato dagli studi di Andrea Ghiringhelli, dipese dal clima di ostilità pressoché endemica che contraddistingueva la politica cantonale dell’epoca. Una violenza che sfociò nell’assassinio del consigliere di Stato conservatore Luigi Rossi durante la Rivoluzione liberale. Il governo federale impose il proporzionale perché i ticinesi imparassero a “governare insieme”. Il Ticino fu allora una sorta di laboratorio politico per l’intera Confederazione.

Fino al 1875, in Ticino era in vigore il voto censitario e patriziale. Anche in questo caso, fu la Confederazione a costringere Bellinzona ad adottare il suffragio universale maschile…

A metà dell’Ottocento, il Canton Ticino era l’unico a non riconoscere il suffragio universale maschile. Come ricorda lo storico Ghiringhelli in Il cittadino e il voto (ed. Dadò, 1995), la difesa del voto censitario si accompagnava a un’idea secondo cui la cittadinanza attiva fosse necessariamente legata alla figura del cittadino-proprietario, capace di un attaccamento alle istituzioni più importante rispetto al nullatenente. La Confederazione giudicò il voto censitario e patriziale incompatibile con la Costituzione federale del 1848. Ma si dovette aspettare il 1875 perché la modifica venisse ratificata nella Costituzione cantonale.

Oggi, il Ticino è l’unico cantone a eleggere il Consiglio di Stato con il metodo proporzionale. Quando fu introdotto nel 1892 fu «contestatissimo» sia dai liberali sia dai conservatori. Quali meriti ha avuto ed ha il proporzionalismo?

Fino al 1890, con il sistema maggioritario, chi vinceva le elezioni otteneva la quasi totalità dei seggi nel Gran consiglio, a cui spettava poi la nomina del Consiglio di Stato. In un contesto dove la contesa elettorale era segnata dalla sopraffazione reciproca fra i liberali e i conservatori, l’elezione popolare diretta del Consiglio di Stato con il proporzionale fu imposta dal Consiglio federale per favorire un governo misto, che spingesse i due partiti a collaborare. Al proporzionale venne riconosciuta una capacità d’integrazione al governo del paese delle principali forze politiche e la stabilità politica.

Negli Anni ’90 del secolo scorso, in Ticino ci fu un fervente dibattito politico sull’utilità di passare al sistema maggioritario. Alla fine, però, il Gran consiglio disse no.

In quegli anni il Ticino politico conobbe un profondo mutamento. Prima, nel 1987, con l’entrata in governo di un esponente del Partito socialista autonomo a scapito del Ppd, poi, nel 1995, con un rappresentante della Lega dei Ticinesi. Due eventi che portarono a un governo quadripartito. In questo contesto si cominciò a parlare di crisi di governabilità, ritenendo che il proporzionale non fosse più adatto. Nel dibattito politico, c’era chi invocava il passaggio al maggioritario per assicurare al governo un’omogeneità e una funzionalità più importanti. E chi, invece, era favorevole a mantenere il proporzionale per garantire un’ampia rappresentatività del governo e una certa coesione sociale. E fu proprio per questa ragione che la maggioranza del Gran consiglio decise di non cambiare.

La critica ricorrente rivolta al maggioritario è che non si concilierebbe con i diritti popolari, che diventerebbero uno strumento per frenare la governabilità. È d’accordo?

In generale, il sistema maggioritario non è incompatibile con i diritti popolari. Infatti, bisogna ricordare che ne esistono diversi tipi, la cui applicazione può rivelarsi conciliabile con gli strumenti del referendum o dell’iniziativa. È vero, però, che può esserci un rischio di paralisi dell’azione governativa. È avvenuto nel Canton Ginevra nella legislatura 1993-1997, quando l’esecutivo era composto di soli membri del centro-destra. Tuttavia, in numerosi cantoni, nonostante il governo venga eletto con il maggioritario, c’è una tendenza alla “proporzionalizzazione” nella distribuzione dei seggi. Dipende anche dalla scelta dei partiti di presentare un numero di candidati inferiore al numero totale dei seggi. Infatti, ad esempio, i sette membri del governo ginevrino e zurighese rappresentano ben cinque partiti. 


Il ritratto

Andrea Pilotti (Locarno, 1981) insegna all’Istituto di studi politici dell’Università di Losanna ed è ricercatore all’Osservatorio della vita politica regionale. Ha pubblicato “Entre démocratisation et professionnalisation: le Parlement suisse et ses membres de 1910 à 2016” (Seismo, 2017), e molti contributi in volumi collettanei. Segnaliamo: “Milizia e professionismo nella politica svizzera”, con Oscar Mazzoleni, (ed. Dadò, 2018) e “La trasformazione delle élite svizzere” (Dati, 2018).

Dal 21 novembre, il Palazzo delle Orsoline a Bellinzona ospita la mostra “Cento anni di proporzionale” per l’elezione del Consiglio nazionale, realizzato dai Servizi del parlamento svizzero. Info: tel. 091 814 30 16/21 e nel sito:

www.ti.ch/visiteguidate