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INTERVISTA
FREDI M. MURER

Una carriera con il Pardo

Il 15 agosto prossimo, il Locarno Film Festival conferirà il Pardo alla carriera al regista svizzero Fredi Murer. In occasione del trentennale della “Settimana della critica”, con il maestro abbiamo analizzato lo stato di salute dell’arte documentaristica.

TESTO
22 luglio 2019

Fredi M. Murer: «Ho ufficialmente e solennemente detto addio alla Settima Arte».

Sul palco di Piazza Grande, lei ci è già salito. Quale effetto le fa l’idea di ritornarci?

La prima volta fu in effetti nel 1985, quando mi venne attribuito il Pardo d’oro per Höhenfeuer. E ora, dopo 34 anni, ripercorrerò quegli scalini per ricevere il Pardo alla carriera. Oltre a un’immensa gioia, in me ci sarà un po’ di malinconia, giacché sarà l’ultima occasione per guardare negli occhi le migliaia di cinefili presenti. Nello specchietto retrovisore inizierò a vedere la mia carriera svanire nell’oblio. C’est la vie!

La sua amicizia con Locarno dura da quarant’anni. Come e quanto è cambiato il festival in questo lungo periodo?

Quattro decenni esatti, già. Nel 1979 in competizione vi era il mio primo lungometraggio, Grauzone. Ne uscii a mani vuote, ma fui confortato dagli amici sessantottini che mi dissero: «Se ti fosse stato assegnato un premio, avresti fatto qualcosa di sbagliato». Nella mia cerchia, all’epoca, il successo era considerato sospetto. Oggi, l’atteggiamento è cambiato in maniera radicale, al pari del festival stesso. Soprattutto nell’aspetto esteriore: ricordo ancora lo schermo nel parco del Grand Hotel di Muralto.

E le pellicole?

Sono sempre figlie del loro tempo e reagiscono, come un sismografo, allo spirito e alle correnti politiche del momento. Il festival di Locarno si è tuttavia sempre mostrato coerente con sé stesso, profilandosi come “una mecca” del giovane film d’autore.

Cosa augura alla kermesse?

Potrò apparire di vecchio stampo, ma vorrei che Locarno restasse fedele al formato orizzontale del suo schermo a cielo aperto. Nonostante la “Generazione iPhone”, in continua espansione, preferisca girare e guardare i propri video in verticale…

A Locarno verranno proiettate le versioni restaurate di alcune sue opere. Parecchi registi non amano però rivedere quanto fatto in passato. Vale anche per lei?

Che senso avrebbe se, a quasi ottant’anni, rimpiangessi i miei lunghi capelli da sessantottino? Certo, alcuni titoli sono invecchiati meno bene di altri. Anche perché i nostri gusti sono cambiati. Grauzone evidenzia la mia mancanza di esperienza nella direzione della recitazione, ma il film in bianco e nero presenta una radicalità politica che mi colpisce ancora. Höhenfeuer, a sua volta, è rimasto senza età, come una tragedia greca. Mentre sottoporrei Vollmond a una profonda cura dimagrante. Tutto sommato, amo comunque ognuno dei miei lavori, siccome rappresenta una certa fase della mia vita.

La percezione del documentario svizzero, all’estero, pare molto positiva. Concorda?

Senza dubbio. Ormai da tempo ci si è emancipati dal folclore e, dagli anni Settanta in poi, si è assistito a un sorprendente sviluppo. Il risultato è un emozionante mix di elementi documentari e immaginari. Per tale ragione, i nostri autori sono riconosciuti sulla scena internazionale come innovativi e degni di rispetto.

Ma, in tutta onestà, lei è soddisfatto della qualità del cinema svizzero?

Sa qual è il problema? Anziché dare libero sfogo all’intuizione e alla creatività anarchica, troppo spesso ci sottomettiamo ad autoproclamati esperti o a consulenti di sceneggiatura che, in linea di principio, non fanno altro che strizzare l’occhio a Hollywood. Nel frattempo, essi hanno preso posto nei vari comitati per il finanziamento dei film, dove agiscono come una sorta di agente assicurativo per garantire che l’intuizione e la creatività anarchica siano soffocate.

Fredi M. Murer, Pardo d'oro nel 1985 con "Höhenfeuer", con il patron del festival Raimondo Rezzonico e il direttore artistico David Streiff.

Lei ha sempre cercato di mostrare una Svizzera “diversa”. Occorre coraggio per guardare se stessi con distacco, come se si fosse stranieri…

Quando, già da bambino, mi veniva chiesto cosa volessi diventare da adulto, rispondevo: «Uno straniero». Ho trascorso un po’ di tempo all’estero dove, per la mia disillusione, sono sempre stato notato come un tipico svizzero. L’unione di prossimità e distanza è stata il mio segreto.

Una domanda solo in apparenza banale: perché documentare la vita con un film?

Gli uccelli, le megattere e gli umani hanno una cosa in comune: si raccontano storie, giorno e notte. Alcuni con Twitter, altri con la penna stilografica. E poiché i fratelli Lumière hanno inventato il cinematografo nel 1895, lo facciamo anche con le immagini in movimento. Con quale scopo, dunque, i registi documentano la vita? Prendo a prestito le parole del poeta Gottfried Benn: «Chi parla non è morto».

La sezione della “Settimana della critica”, in cui lei ha debuttato nel 1990, compie trent’anni. E gli apprezzamenti di critica e pubblico sono sempre maggiori. Significa che il documentario indipendente, realizzato con sacrificio, ha un futuro?

Il cinema ha sempre prodotto registi impegnati, pronti a immolarsi per difendere le proprie convinzioni. E il trend, in futuro, non cambierà. L’essere in grado di operare in completa autonomia, tuttavia, rimarrà il privilegio di una ridotta minoranza. Così come una minoranza saranno gli interessati a tali film.

Regia, sceneggiatura, fotografia, illustrazione… Come riesce a passare da una di queste arti all’altra?

Per completezza, dall’elenco mancano la cucina e i trucchi magici. L’essere versatile mi fa pensare ai decatleti. Questi sportivi sanno che ci sono concorrenti molto migliori in ogni singola disciplina. Ciò li rende modesti e comunque felici. In pratica, quando arrivo in un vicolo cieco, inizio a disegnare.

Quali sono le principali difficoltà che ha incontrato nel tentativo di realizzare i suoi progetti, in questo mezzo secolo?

A 22 anni ero un dilettante felice: producevo quasi senza soldi. A 75, mi sentivo un professionista stressato. Più i film diventavano lunghi ed elaborati, più energie andavano investite alla ricerca di finanziamenti. Guardando indietro, sento di avere sprecato metà del mio tempo e della mia creatività elaborando appelli per i potenziali enti finanziatori.

Uno sguardo al futuro, per concludere: ha progetti in cantiere?

Sono un veterano in pensione. Ho ufficialmente e solennemente detto addio alla Settima Arte. L’unica eccezione che mi concedo è l’imminente accettazione del Pardo alla carriera. Ah, dimenticavo, in realtà un progetto ce l’ho: vorrei costruire una stalla per i conigli delle mie nipoti. 


Il ritratto

Fredi M. Murer

Nato nel canton Nidvaldo nel 1940, Fredi M. Murer si è diplomato alla Scuola di arte applicate di Zurigo, seguendo corsi di disegno e di fotografia. Eclettico regista, sceneggiatore, fotografo e illustratore, ha segnato il cinema svizzero fin dagli anni Sessanta. Vide un film, per la prima volta nella sua vita, all’età di 13 anni: era “Il monello” (1921), di Charlie Chaplin.

www.locarnofestival.ch