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INTERVISTA
GIORGIO CHEDA

Da Manno alla foresta amazzonica

A colloquio con Giorgio Cheda, appassionato cultore dell’emigrazione ticinese, che nel suo ultimo libro racconta le vicissitudini di un ingegnere partito per il Brasile a metà dell’Ottocento.

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VIOLA BARBERIS
06 maggio 2019

Giorgio Cheda è nato nel 1938 a Maggia in una famiglia di contadini-emigranti.

Nel Brasilio con Francesco. Porta aperta al mondo (ed. Oltremare) è il titolo dell’ultima fatica di Giorgio Cheda, 81 anni, che da oltre mezzo secolo rappresenta un punto di riferimento per chiunque si interessi alla diaspora ticinese. Lo abbiamo intervistato a casa sua a Locarno, da dove, nel corso degli anni, sono passate migliaia di lettere consegnategli dalle famiglie di emigranti che hanno cercato fortuna al di là dell’oceano.

Questo volume, che gode della presentazione di Dick Marty e delle fotografie del famoso antropologo Claude Lévi-Strauss, prende spunto dagli scritti dell’ingegnere Francesco Porta (1822-1855) di Manno, emigrato in Brasile nel 1854.

Sì, sono stato contattato dai discendenti del Porta che mi hanno consegnato gli scritti del loro avo. È sempre stato così: dopo aver pubblicato le prime lettere degli emigranti e partecipato ad alcune trasmissioni radio-tv negli anni Settanta, molte famiglie mi hanno affidato preziosi documenti personali, permettendomi così di disegnare un nuovo affresco della storia demografica ticinese.

Lei in passato ha scritto di diverse destinazioni degli emigranti ticinesi - Australia, California e Russia -, ma non si era mai cimentato con il Brasile…

Questa è una vicenda per molti versi eccezionale. Innanzitutto nell’Ottocento non erano tanti gli ingegneri a emigrare, perché avrebbero potuto trovare facilmente lavoro in Svizzera. Ma la cosa che mi ha entusiasmato di più è che Francesco Porta partì per il Brasile con l’incarico di effettuare delle misurazioni catastali ai margini della foresta amazzonica, un insostituibile tesoro dell’umanità. La mia ambizione è stata di misurarmi con una storia locale-globale che vuole anche essere una lezione di educazione civica sulla gravissima emergenza ecologica che sta mettendo in pericolo la nostra sopravvivenza.

Come mai, in copertina, si usa il termine “Brasilio”?

In ogni nuovo testo cerco sempre di inserire dei puntuali rimandi a precedenti miei volumi per dimostrare che sono tutti collegati tra loro. Studiando la storia del Brasile, mi sono ricordato di un gruppo di cercatori d’oro provenienti da Maggia e partiti verso l’Australia. All’epoca la difficoltà maggiore era superare gli alisei dell’oceano Atlantico per cir- cumnavigare l’Africa: un’operazione che poteva portare gli equipaggi ad accumulare settimane di ritardo rispetto ai termini stabiliti dal contratto. E così riporta l’episodio Domenico Bonetti in una lettera: Quando che nel bastimento mi batteva la fame noi siamo presentati al capitano per far valere il nostro contratto, allora al m’ha detto che se facevamo bordello, lui voleva condurci nel Brasilio, e lo voleva farmi impicare tutti, sicché cosa mi doveva fare non era altro che stare colla panza vuota e far silenzio.

«Una storia locale-globale e una lezione di educazione civica».

Giorgio Cheda

Lei ha conosciuto centinaia di famiglie legate all’emigrazione. Che cosa l’ha maggiormente determinato nello studio di questo tema?

Negli anni Sessanta una mia lontana parente mi ha consegnato 60 lettere di tre fratelli emigrati più di un secolo prima in Australia; mai avrei immaginato che l’emigrazione popolare avesse potuto sedimentare una ricchezza culturale e spirituale così grande. Nelle semplici lettere di montanari ho trovato molte informazioni di carattere economico e sociale, ma anche riflessioni politiche, testimonianze degli affetti famigliari e della vita religiosa. Bisognava quindi salvaguardare un patrimonio che arrischiava di andare disperso con la fine della civiltà contadina e studiarlo anche a fondo per valorizzare una storia po- polare spesso travisata, dimenticata o edulcorata da troppi incompetenti. Dopo decenni di lavoro posso dire di aver contribuito a recuperare un corpus documentario indispensabile per approfondire molti aspetti del passato, e non solo a livello regionale.

Quanto lavoro ci è voluto per catalogare tutte quelle lettere?

Lunghe vacanze scolastiche dedicate a scartabellare polverose filze negli archivi in patria e all’estero; molte serate e week-end a incontrare protagonisti e loro discendenti, trascrivere le lettere e analizzarle serialmente mettendole in relazione con contratti d’emigrazione, debiti ipotecari, mappe catastali californiane, ecc. L’obiettivo è sempre stato quello di andare oltre il locale per aspirare a una visione globale della lotta per l’esistenza, degli scontri-incontri fra i popoli, del ciclo della vita e della morte.

Se qualcuno tra i nostri lettori dovesse avere lettere di avi emigrati all’estero, cosa consiglierebbe?

Di metterli in sicurezza in famiglia, trasmetterli ai discendenti e, se ciò non fosse possibile, affidarli a quelle istituzioni pubbliche preposte alla valorizzazione della memoria storica.

Lei ha donato la sua biblioteca e il suo archivio al comune di Maggia. All’orizzonte, la nascita di un Centro di competenze sull’emigrazione…

È un progetto che sarei molto felice di veder nascere e crescere. Offrirebbe alla popolazione intera una base importante per raccogliere, conservare e valorizzare questi documenti. Ci sono stati infatti dei casi in cui delle famiglie mi hanno contattato, ma il numero di lettere a loro disposizione era talmente grande che ho potuto lavorare solo su parte di esse. Un Centro del genere offrirebbe a tutti una garanzia in più a per la salvaguardia della memoria comunitaria.

In tutti questi anni, lei si è sempre definito insegnante, non storico. Come mai?

Perché è con lo stipendio di docente che ho potuto crescere la famiglia. L’emigrazione è stata una grande passione, una felice opportunità per trasmettere ai giovani conoscenze e stimoli utili per il loro avvenire. Ai maestri in formazione ripetevo spesso che bisogna frizionare i ragazzi con l’ambiente per renderli più liberi; ovvero bisogna metterli a diretto contatto con quegli elementi del territorio che raccontano e illustrano il passato. E provo sempre una grande emozione quando incontro ex allievi che mi ringraziano per gli insegnamenti avuti.


Il ritratto

Giorgio Cheda vede di buon occhio un Centro studi sull'emigrazione.

Giorgio Cheda è nato nel 1938 a Maggia in una famiglia di contadini- emigranti. Ha fatto l’insegnante per tutta la vita e ha dedicato una quindicina di volumi al tema dell’emigrazione ticinese oltremare, parecchi dei quali includono le trascrizioni di centinaia di lettere degli emigranti. I suoi ultimi due lavori - Cielo e terra e Nel Brasilio con Francesco. Porta aperta al mondo - sono pubblicati dalle Edizioni Oltremare.