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intervista
don emanuele di marco

Natale, il suo senso profondo

Dal 2014, don Emanuele Di Marco, per tutti don Ema, è direttore dell’Oratorio di Lugano. Studi in dogmatica e grande esperienza con i giovani, ci racconta il valore e il significato del Natale. E perché non importa molto stabilire se Gesù è nato proprio il 25 dicembre.

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ALAIN INTRAINA
20 dicembre 2019

Don Emanuele Di Marco e l'albero di Natale all'Oratorio di Lugano.

Durante l’Avvento è ritornata “L’ape del cuore”, l’iniziativa solidale dell’oratorio di Lugano per le famiglie bisognose: con che spirito?

Normalmente “L’ape del cuore” consegna la spesa solo il mercoledì, ma durante l’Avvento e la Quaresima le consegne avvengono ogni giorno tranne il lunedì. In questi due periodi così significativi per noi cattolici, vogliamo compiere un piccolo gesto di generosità e facilitare chi desidera fare un dono.

Cosa piace di questa iniziativa?

Il carattere “nostrano” di dare una mano alle famiglie che stanno vivendo un momento di difficoltà in Ticino, e poi l’immediatezza dell’aiuto. Durante il giorno, “L’ape del cuore” è parcheggiata fuori dall’oratorio e tutti possono depositarci qualcosa; la sera la spesa è recapitata a domicilio da alcuni volontari. La consegna è anche l’occasione per incontrare la famiglia, con empatia e spirito solidale.

Come avete vissuto quest’anno l’Avvento all’oratorio?

Le attività erano incentrate sul tema dell’ascolto, tema che ritorna nei pensie- ri scritti dai ragazzi sulle bocce che decorano il nostro albero di Natale. Queste attività non sono però state un Natale anticipato, come spesso accade. L’Avvento ha una sua dignità che va difesa.

Per la dottrina cattolica è un tempo speciale, ma il tempo è diventato un nostro assillo.

Vero. Da una parte gli ausili e i progressi tecnologici ci permettono di compiere molte azioni in modo più rapido; dall’altra siamo confrontati con una cronica mancanza di tempo. È una sorta di cortocircuito.

L’Avvento può venirci in aiuto?

Credo di sì. Anche lo stesso calendario dell’Avvento, ormai diffuso come oggetto commerciale, può essere un esercizio per allenare l’attesa, per “prendersi il tempo” e prepararsi spiritualmente.

Viviamo anche un Natale molto consumistico: come si risolve la contraddizione tra soldo e senso?

Per assurdo, tutto quello che dovrebbe aiutarci ad avvicinarci al Natale, come le luci, gli addobbi, i brindisi, i regali, alla fine ci allontana dal mistero del Natale. È come se per noi a Betlemme ci fosse solo la capanna, la stella cometa, il bue e l’asinello e Gesù bambino non lo degnassimo nemmeno di uno sguardo. Il nostro “peccato” è la distrazione, non entriamo in contatto con l’essenza delle cose. Io reagisco a questa disattenzione provocando i ragazzi dell’oratorio.

«Il valore del Natale non cambia, anche se la data non è esatta»

 

In che modo?

La vigilia di Natale celebro una messa con i giovanissimi, dove mettiamo in scena un colloquio con Gesù bambino, tramite un ragazzino che lo impersona. In questa interazione viene messo a fuoco il nostro modo di vivere il Natale e vi sono riflessioni di vario tipo. Una volta abbiamo preso una grande culla e l’abbiamo riempita di tutto quello che è legato al Natale: il panettone, l’albero, le bocce, i regali… e alla fine non c’era più posto per Gesù bambino. Il nostro Natale è pieno di tante cose, ma spesso mancano il protagonista e gli elementi essenziali. Dobbiamo ritrovarli, per ritrovare il senso profondo del Natale.

Cosa risponde a chi sostiene che nel Vangelo non c’è scritto che Gesù è nato il 25 dicembre?

Il fatto che il 25 dicembre sia il retaggio della festa del Sol Invictus dei Romani e dunque che Gesù possa essere nato in un altro periodo dell’anno, considerata la rivalutazione del calendario gregoriano, non mi disturba. Il mio rapporto con Gesù non è dettato dall’agenda, il valore del Natale non cambia, anche se la ricorrenza non è esatta. A me importa che sia nato, che sia venuto in mezzo a noi nella semplicità di una grotta di Betlemme.

C’è chi mette in discussione anche la grotta, il bue e l’asinello, insomma che sia tutto una leggenda.

Il bue e l’asinello in effetti non c’erano, perché sono simbolici nel presepe; sono citati dal profeta Isaia: «persino il bue, l’asinello riconoscono il loro padrone», per dire che se l’hanno fatto loro, dovremmo farlo pure noi. I Vangeli non si fermano sulla cronologia, per evitare che ci si perda in dettagli. Le date non sono fondamentali per la verità in sé. Quello che mi sconvolge e mi affascina del Vangelo è che mi dà quelle risposte di cui ho bisogno e su cui continuo a interrogarmi. Il Vangelo è parola di vita e travalica ogni considerazione su date e cronologia.

Per riconoscerlo serve la fede?

No, quella può anche venire dopo. Credo che la Bibbia possa parlare a tutti perché parla di argomenti che riguardano ogni essere umano: la vita, la creazione, la morte, l’eternità. Difficile però leggerla come un testo neutro, perché interpella. Credo che la fede non vada mai imposta, ma proposta. Mi piace condividere il mio cammino con tante persone: c’è chi vuole approfondire, ma c’è anche chi si limita a sentire delle parole che in quel momento gli fanno del bene. Giusto così, il Signore non si fa tante complicazioni, è un esperto delle cose piccole e semplici. E soprattutto non ci chiede nulla.

Se qualcuno volesse approfondire l’essenza del Natale, che passi del Vangelo consiglierebbe?

I primi capitoli del Vangelo di Luca. Rispetto agli altri evangelisti, Luca scrive con una grande sensibilità, usa parole delicate nel trattare temi che riguardano le donne, i bambini, gli stranieri, i poveri. È stato chiamato “il pittore di Maria” per la sua attenzione al ruolo della madre del Signore nella vicenda della Natività. Lui si concentra anche su altri protagonisti e temi, come il desiderio di maternità, il rapporto genitori-figli, la responsabilità del padre, tutti punti sensibili e attuali.

C’è un passo che ama in modo particolare?

Mi commuove sempre quello in cui si racconta la reazione di Maria quando l’angelo le annuncia che avrà Gesù come bambino: “Ella rimase turbata a queste parole”. Maria si è preoccupata e si è chiesta cosa significasse questo saluto. Insomma Maria è stata la prima a inquietarsi di questo richiamo al divino che si è manifestato nella sua quotidianità.

Inquietudine che è anche nostra?

Sì, e mi dico che se Maria ha avuto un attimo di esitazione, la possiamo avere anche noi, anche a Natale, di fronte al dogma della nascita di Gesù e dell’Incarnazione.


Il ritratto

Nato a Lugano nel 1982, don Emanuele Di Marco, dopo la formazione come docente, ha conseguito la licenza in teologia dogmatica alla facoltà di teologia di Lugano e il dottorato in teologia pastorale alla Pontificia università lateranense (Città del Vaticano). È vicario parrocchiale della cattedrale di Lugano e professore incaricato alla facoltà di teologia di Lugano.

www.oratoriolugano.ch