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RITRATTI
PATRICE PFIRTER

Focoso e coccolone, un grizzly tuttofare

Si definisce “portaborracce”. Patrice Pfirter, classe 1970, è una delle anime del Sayaluca Cadempino, campione svizzero di inline hockey. Metallaro convinto ed ex harleysta, si racconta alla vigilia della nuova stagione.

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Alain Intraina
25 febbraio 2019

Patrice Pfirter: «A volte mi scaldo facilmente. Durante le partite soffro come un matto».

È una fredda domenica di fine ottobre, la temperatura è gelida alla pista di inline hockey di Bienne. Il Sayaluca Cadempino sta per laurearsi campione svizzero. In un angolo, da parte alla panchina, c’è un omone barbuto che piange. Quella specie di grizzly, un po’ focoso, un po’ coccolone, è Patrice Pfirter. Si definisce ironicamente “portaborracce”, in realtà lui è una delle anime del club sottocenerino, un uomo dalle mille funzioni. «Mi occupo del materiale, curo il sito web, guido il furgoncino e a volte faccio pure lo psicologo».

Sotto la corazza

Classe 1970, riservato e introverso informatico sul lavoro, personaggio fortemente emotivo nella vita privata. Sposato, padre di Axel, 18 anni, Patrice è apparentemente pieno di contraddizioni. Un nerd? Assolutamente no. «Anche se fin da piccolo sapevo che avrei fatto l’informatico e che sono sempre stato un gran smanettone». A poche settimane dall’inizio della nuova stagione agonistica, in cui il Sayaluca disputerà pure le coppe europee, Patrice si racconta.

Nato da papà basilese e da mamma francese, cresce a Mendrisio. «Ricordo ancora le partite tra amici, sul piazzale delle scuole. Poi, per anni, ho giocato sul ghiaccio, in maniera amatoriale. E alla fine ecco l’inline (sport in cui i pattini hanno quattro rotelle in linea), lo trovo meno élitario, alla portata di tutti». Il 48enne si toglie piano piano la corazza, ne emerge una grande umanità. Sul lavoro Patrice è preciso e metodico. Questa sua caratteristica si rispecchia anche nello spogliatoio. «Cerco sempre di fare trovare tutto in ordine ai giocatori. E quando hanno bisogno di sfogarsi, sanno che possono contare su di me. Alcuni magari sono giù di corda perché l’allenatore li fa stare in panchina, altri hanno problemi a casa. Col tempo ho imparato che ogni persona ha le sue fragilità, me compreso, anche io ho le mie paranoie e a volte mi tiro delle pippe infinite. Quando incontro qualcuno penso sempre che anche chi ho di fronte sta combattendo la sua personale battaglia».

I lati che non ti aspetti

A Cadempino, dove vive da tempo, lo conoscono in tanti. Ottimista per natura, Patrice nel suo palazzo è particolarmente apprezzato perché ogni anno costruisce un grande presepe all’entrata. «Il mio è un presepe alpino, con le montagne, alla “svizzera”, e ci infilo un po’ di tutto; lo scorso Natale ci ho messo anche un grinch. Ho iniziato a farlo per mio figlio e per mia moglie. Ora continuo per motivi artistici, non per questioni religiose. Sono un agnostico, ho fatto un lungo percorso che mi ha portato a dubitare parecchio della Chiesa in quanto istituzione. Però credo negli angeli e faccio meditazione». Un’altra stranezza.

Patrice è come un dado a più facce. Ogni volta che lo lanci, emerge un nuovo lato nascosto. «Sapete perché ho questo barbone? Perché sono un ex harleysta. Ho guidato l’Harley per anni, partecipando anche a tanti raduni. Ora sono più moderato e guido un altro tipo di moto, ma mi è rimasta questa voglia di essere orso, boscaiolo». Metallaro convinto, il 48enne a lungo ha anche suonato come batterista in diversi gruppi musicali rock. «Adoro gli Iron Maiden, la frase guida della mia esistenza è l’incipit di Churchill in “Aces High”, un inno al non mollare mai. Per il resto, spazio dai Guns ai Metallica, dai Foo Fighters ai Kiss. Fino ad arrivare ai Modà». Silenzio improvviso. Ma come, ci dice che è un super metallaro e poi ascolta i Modà? «Non bisogna essere chiusi, nella vita ci sono delle eccezioni. Io so riconoscere le poesie, il cantante dei Modà è un poeta».

La vittoria di tutti

Il grizzly, appassionato dei libri di Dan Brown, si fa di nuovo coccolone. «Io non mi vergogno di mostrare le mie emozioni, e neanche di ammettere che ogni tanto mi scende una lacrimuccia; vivo ogni tipo di passione con un infinito trasporto. A volte mi scaldo facilmente. Durante le partite soffro come un matto, ma tendo a nasconderlo, in modo da non influire sulla squadra».

Patrice torna a quella magica serata di fine ottobre. «La nostra è una piccola società, tutti si fanno in quattro per raccogliere fondi e per fare funzionare le cose. Anche per questo non sono riuscito a trattenere le lacrime, perché conosco i sacrifici che tutti hanno fatto per arrivare a quel traguardo. Al fischio finale dell’arbitro è scoppiato il delirio, negli spogliatoi mi hanno pure tagliato un pezzo di barba. Non so se riusciremo a ripeterci, so solo che ogni minuto della nuova stagione lo vivrò ancora col cuore che batte a mille all’ora».