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INTERVISTA
BERNARD CHALLANDES

Il Kosovo nel pallone

Bernard Challandes, classe 1951, neocastellano, è l’allenatore della nazionale di calcio del Paese balcanico. In un anno è diventato l’eroe di un popolo che, sulla squadra, proietta aspettative che vanno ben oltre lo sport.

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MARC SCHUMACHER / FRESHFOCUS
11 marzo 2019

Bernard Challandes (Le Locle, 1951) ha allenato Zurigo, Youg Boys, Servette e Thun.

Un neocastellano alla conquista del Kosovo. Bernard Challandes, classe 1951, ex allenatore della Svizzera under 21 e dello Zurigo, sta spopolando nel Paese balcanico. Da quando ha preso in mano la nazionale kosovara di calcio non ha mai perso. Ottenendo addirittura la promozione nella lega C della neonata Nations League. «In tutto il Kosovo – spiega Challandes – c’è un’euforia straordinaria».

Nel giro di un anno, lei è diventato una specie di eroe per il popolo kosovaro. Come si sente?

Oggi la gente mi ferma per strada, girano caricature di me accostato a Giulio Cesare. Ma mi rendo conto che finora abbiamo giocato contro avversari alla nostra portata. Prima o poi le cose belle finiranno.

Sta per iniziare il girone di qualificazione all’Europeo 2020. La musica potrebbe cambiare. Ha paura?

Partiamo con la Bulgaria, poi affronteremo Cechia, Inghilterra, Montenegro. Non ho paura, ma sono realista. Presto o tardi arriverà un momento difficile. Quando allenavo l’Armenia sono stato licenziato in aeroporto, dopo una sconfitta. Può succedere anche col Kosovo.

Grazie alla promozione nella lega C della Nations League, il Kosovo avrà comunque la possibilità di giocarsi l’accesso a Euro 2020.

Esatto. È a quel punto che potremo giocarcela davvero. Affronteremo la Macedonia e una tra Georgia e Bielorussia.

Umanamente che impressione le ha fatto il Kosovo?

È un Paese che ha una grande voglia di essere riconosciuto a livello internazionale. In fondo esiste politicamente solo da poco più di 10 anni. E questo si proietta anche sulla nazionale di calcio. Per una partita a Pristina, dove giochiamo gli incontri casalinghi, abbiamo ricevuto richieste per 200.000 posti! E lo stadio può accogliere al massimo 13.000 persone. Le partite del Kosovo non sono delle semplici partite di calcio.

Bernard Challandes: «Sono diventato allenatore per caso».

Si sente ancora l’eco della guerra?

No, questo no. Le sofferenze non si dimenticano facilmente, ma le nuove generazioni hanno voglia di voltare pagina. C’è tanto entusiasmo, anche se il Kosovo è ancora come un bebè. Pensiamo alle trasferte che dobbiamo fare come nazionale. Non ci sono quasi mai collegamenti aerei diretti con gli altri Stati. Quando dobbiamo spostarci, lo facciamo con un charter. Ci sono limiti oggettivi, servirà tempo per crescere anche come nazione.

I collegamenti aerei con la Svizzera, invece, sono giornalieri…

Quelli sì. Perché tra Svizzera e Kosovo c’è un legame particolare. In Svizzera vivono tanti kosovari. Per me è una fortuna. Quando sono in Kosovo vivo in albergo a Pristina. Il resto del tempo lo passo a casa mia, nei pressi della valle della Brévine, uno dei luoghi più freddi della Svizzera.

Quanto conta per lei poter rientrare così spesso in Svizzera?

Tanto. Ho una moglie, Annouk, molto tollerante, con cui sono sposato da 40 anni, ho 4 figli e dei nipotini. A 67 anni è giusto che mi dedichi anche ai miei affetti. Per me la famiglia è fondamentale. In questo mi sento un po’ kosovaro.

In che senso?

In Kosovo la famiglia è un’istituzione. Se qualcuno in famiglia fa qualcosa di bello, emerge subito una fierezza genuina. Questa mentalità è radicata anche nei giocatori. Ed è uno degli aspetti su cui faccio leva nelle sedute di allenamento. La nostra squadra deve essere come una vera famiglia, in cui ognuno dà una mano.

E i calciatori come recepiscono il messaggio?

Bene. Quella kosovara è una squadra che ha talento. Solo che in passato i giocatori tendevano a essere troppo individualisti, forse perché c’era questa voglia di mettersi in mostra. Ma è un atteggiamento tattico che non porta risultati.

Le piace la cucina kosovara?

Parecchio. Anche se è un po’ pesante e non è molto indicata per gli atleti. Cerco sempre di fare capire loro l’importanza di una nutrizione sana ed equilibrata.

Cosa pensa dell’aquila bicipite ostentata da giocatori naturalizzati svizzeri nella gara agli ultimi mondiali contro la Serbia?

È un gesto che non avrebbero dovuto fare. Però ho cercato di non giudicare e di provare a capire questi ragazzi. Chi viene da una famiglia che ha vissuto una guerra ha ferite profonde.

Lei alcuni di quei calciatori li ha allenati, quando era alla guida della nazionale svizzera under 21…

E possono garantire che, indipendentemente dalle loro origini, questi ragazzi quando vestono la maglia rossocrociata pensano solo alla Svizzera.

Il Kosovo è sempre alla ricerca di nuove leve. Farà “la spesa” anche in Svizzera?

Ci sono state polemiche all’inizio del mio mandato. Qualcuno ha ventilato l’ipotesi che io potessi fare il filo a talenti in procinto di decidere tra Svizzera e Kosovo. Io faccio l’allenatore: se c’è un giocatore che mi interessa, lo dico. Poi, però, sta al calciatore stesso decidere.

Segue ancora la Super League?

Sì. E non penso che il livello sia così basso come alcuni sostengono.

Prima il monopolio del Basilea. Ora quello dello Young Boys. Non si annoia?

No, un campionato a 10 squadre è interessante sotto più punti di vista. C’è la lotta per il titolo, quella per l’Europa, quella contro la retrocessione.

Prima del Kosovo ha allenato l’Armenia. Da dove arriva l’interesse per le piccole nazionali?

Beh, nessuno mi ha mai chiesto di allenare il Brasile o la Germania! Una cosa è certa, ero stufo di allenare squadre di club. Perché io sono un emotivo, e quando alleni un club vivi in tensione per 24 ore su 24. E pensare che io sono diventato allenatore quasi per caso. Non ho un passato da calciatore professionista. Ero professore di francese. Un giorno, negli anni Settanta, un amico mi chiese di allenare in seconda lega. E da lì è partito tutto.

Si dice che quando allenava lo Zurigo ai giocatori faceva ascoltare l’opera. È vero?

È capitato una volta, prima di una partita contro il Milan a San Siro, in Champion’s League. In un’orchestra ognuno ha il suo ruolo e tutti seguono la stessa direzione. Era il modo migliore per fare capire agli atleti come dovevano comportarsi in campo. Vincemmo la partita!

Quella del Kosovo sarà la sua ultima panchina?

Forse. Ho tanti interessi da coltivare. Leggo, vado al cinema e amo essere nonno. Quando avrò finito, mi prenderò ancora più tempo per i nipotini, che giocano a calcio o a tennis. Penso di essere una persona fortunata, ho avuto tutto dalla vita. E una famiglia che vale più di mille vittorie sul campo.


Il ritratto

Bernard Challandes (Le Locle, 1951) ha iniziato ad allenare alla fine degli anni ’70. Tra i suoi traguardi più prestigiosi, il bronzo ottenuto con la nazionale svizzera aglieuropei under 21 del 2002 e il campionato vinto con lo Zurigo nel 2009. Ha allenato, tra le altre, anche Young Boys, Servette e Thun. Da marzo 2018 è alla guida della nazionale del Kosovo.