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INTERVISTA
JAN HOLENSTEIN

Il pericolo bianco

Punizione divina o evento prevedibile? Una mostra a Prato Sornico, in Val Lavizzara, si occupa di valanghe, un tema attuale. Ne parliamo con l’ingegnere Jan Holenstein, coideatore della mostra.

TESTO
FOTO
MASSIMO PEDRAZZINI
04 febbraio 2019

L’esposizione sulle valanghe, da lei ideato con il suo collega Mark Bertogliati, inizia con un inverno storico: nel gennaio 1667 le valli dell’alto Ticino furono devastate da terribili valanghe. A oltre 350 anni di distanza cosa si sa di quei fatti?

Non ne sappiamo molto. La maggior parte delle informazioni proviene dai registri delle parrocchie che elencano i morti. Sappiamo, però, che inizialmente fu un inverno molto mite, senza precipitazioni di rilievo, paragonabile forse a quest’inizio di stagione a Sud delle Alpi, poi a metà gennaio 1667 cominciarono le forti e tragiche nevicate.

Quanti morti ci furono?
In totale 148. Nel registro parrocchiale del comune di Anzonico, in Leventina, sono menzionati 88 morti, a Mogno 33, ai Monti di Rima 16 e a Cumiasca 11.

Questo evento è paragonabile alle nevicate registrate all’inizio di quest’anno a Nord delle Alpi, all’estero, in particolare in Baviera e in Austria?
È una situazione meteorologica diversa, che ricorda piuttosto l’inverno del 1999. Per l’inverno del 1667 non abbiamo indicazioni esatte sulla quantità di neve caduta, ma segnalazioni vaghe, del tipo: «sei braccia in due giorni».

«La valanga non è più un castigo di una forza superiore»

Jan Holenstein

La mostra ci accoglie con una serie di fotografie dell’architetto Kaspar Thalmann su opere di protezione esistenti in una valle della regione grigionese della Prettigovia. Perché avete scelto queste opere?
Inizialmente abbiamo lavorato con i responsabili della Fondazione archivio Donetta in Val di Blenio, che ci hanno segnalato queste foto dell’architetto Kaspar Thalmann. Si tratta di immagini molto estetiche che avvicinano opere tecniche che solitamente sono situate in quota e che vediamo solo da lontano. Tale approccio ci è piaciuto.

Cosa si sa sulle prime opere di protezione?
Il grande boom costruttivo di opere di protezione contro le valanghe è cominciato dopo l’inverno catastrofico del 1951. Ma le prime opere documentate per la protezione di singoli edifici risalgono almeno al XVII secolo. Infatti, intorno al 1600 gli abitanti di Leukerbad fecero costruire una parete paravalanghe alta quattro metri e lunga ottanta, quelli di Davos un cuneo frangivalanghe per proteggere la chiesa di Nostra Signora, e a Villa Bedretto fu il campanile ad essere munito di tale dettaglio costruttivo.

Che ruolo svolgono i boschi nella protezione dai pericoli naturali?
Sono importantissimi. Nell’Ottocento tecnici ed esperti forestali parlarono con toni preoccupati dei disboscamenti nelle montagne e misero in relazione gli stessi con i pericoli naturali, facendo riferimento in particolare alle alluvioni che colpivano con straordinaria intensità e frequenza le Alpi. In Ticino si cominciò a parlare di boschi sacri, in seguito; la prima legge forestale federale (1876) introdurrà il termine di bosco di protezione, ancora oggi in uso.

Questi sforzi hanno avuto un effetto?
Decisamente. Si è fatto un grande lavoro. Oggi il bosco sta avanzando. Paradossalmente il cambiamento climatico aiuta perché fa salire il limite della vegetazione e quindi anche del bosco.

Con quali conseguenze per la protezione delle valanghe?
Un tempo, a quota 1.800-2.000 metri, si utilizzavano soprattutto opere tecniche permanenti, come ponti da neve in acciaio. Oggi si può pensare a un discorso combinato. Si posano opere temporanee, come rastrelliere in legno, e si pianta il bosco. Quando la rastrelliera in legno è marcita, il bosco ha raggiunto un’altezza tale da poter fungere a sua volta da protezione. Oggi si parla di gestione integrale dei pericoli naturali, che significa occuparsi di misure tecniche, ma anche di misure biologiche, come il bosco di protezione, nonché di misure organizzative – ad esempio piani di emergenza –, di misure pianificatorie, come i piani delle zone di pericolo, e di misure operative, come il distacco artificiale di valanghe.

Abbiamo parlato di aspetti tecnici, in particolare di installazioni protettive. Esiste pure un aspetto umano. La valanga nella storia ha travolto, spezzato vite e sconvolto il quotidiano, seminando caos e distruzione. Un aspetto che avete pure messo in evidenza…
Assolutamente. A partire dal XVI secolo la pluralità delle voci di cronisti, viaggiatori, ecclesiastici e naturalisti associa gli eventi a una natura punitiva, alla divina Provvidenza o al castigo divino. Oggi le valanghe sono più o meno prevedibili. Ai tempi si attribuiva la loro esistenza a una forza superiore. Chi è stato salvato spes- so ha messo un ex-voto in una chiesa. Ci sono tante testimonianze di questo tipo.

«Oggi il maggio pericolo per le valanghe viene dallo sci escursionismo»

Jan Holenstein

Come è cambiato il rischio di essere colpito da una valanga?
Una volta il rischio di essere travolti si trovava perlopiù nei villaggi e sulle vie di comunicazione, sentieri e strade. Questi luoghi oggi sono abbastanza protetti e sicuri, muniti di opere di protezione oppure di sistemi di allarme. Oggi, il maggior pericolo concerne chi pratica sport invernali, in particolare lo sci d’escursionismo. Nella mostra sottolineiamo anche quest’aspetto.

Per chi pratica lo sci d’escursionismo ci sono comunque diversi dispositivi per ridurre il rischio, pensiamo in particolare all’Arva (Apparecchio ricerca valanga). Eppure succedono sempre incidenti. Si dovrebbe proibire questo sport?
No, ma si deve informare e sensibilizzare maggiormente. La sonda, la pala, l’apparecchio Arva sono molto importanti. Adesso esiste anche uno zaino airbag che permette di galleggiare sulla massa nevosa in movimento, riducendo così il pericolo di morire per chi viene travolto da una valanga.

Quanto tempo si può sopravvivere sotto una valanga?
Non molto a lungo. I primi 18 minuti sono considerati “fase di sopravvivenza”. Poi, la probabilità di restare in vita diminuisce rapidamente. Perciò è importante sapere che, nonostante l’equipaggiamento personale di sicurezza, non si devono prendere ulteriori rischi. Oggi, a causa di questi mezzi di protezione, certe persone si sentono troppo sicure.

I curatori della mostra

Jan Holenstein e Mark Bertogliati

I curatori della mostra sono il qui ritratto Jan Holenstein (Locarno, 1987), ingegnere forestale diplomato all’Alta Scuola di scienze agronomiche, forestiere di Berna, e Mark Bertogliati (1980), anch’egli ingegnere forestale ETH Zurigo. La mostra si tiene nel centro scolastico del Comune di Lavizzara a Prato Sornico fino al 31 marzo 2019. Per maggiori informazioni: www.lavizzara.ch.