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INTERVISTA
TITO TETTAMANTI

L'umanità del finanziere

È appena uscito presso l’editore Dadò “Flash”, un libro di Tito Tettamanti, noto finanziare ticinese, che fornisce un’immagine di sé diversa, sorprendente, con molta autoironia. L’occasione buona per incontrarlo.

TESTO
FOTO
KARIN HOFER / NZZ
07 gennaio 2019

Tito Tettamanti: «L'equilibrio è sempre importante».

Signor Tettamanti, che cosa l’ha spinto a scrivere un libro “simpatico” come «Flash»? Non voleva fare una biografia, dice nell’introduzione: ma allora perché l’ha scritto?
Proprio perché non è una biografia, ma un disordinato racconto di ricordi in tono ironico.

In «Flash» esce un Tito Tettamanti sorprendente, quasi goliardico: è questa la sua vera natura? Oppure c’è la volontà di controbilanciare l’immagine che spesso si ha di lei, implacabile, spregiudicato?
L’equilibrio è sempre importante e forse io sono in equilibrio tra le due immagini.

Nel contempo esce il ritratto di un uomo d’affari che ha girato il mondo, ma che fondamentalmente è molto legato alle sue radici ticinesi, quasi quasi “nostrano”
Verissimo, io mi sento molto ticinese.

Che cosa la lega al Ticino?
È la mia terra, quella che ho nel mio DNA. È un forte sentimento e il grande Professor Caizzi alla Commercio di Bellinzona ci insegnava, parlando di economia, che sui sentimenti non si può discutere.

Lei ha viaggiato molto. In “Flash” parla della sua predilezione per i viaggi d’affari piuttosto che per quelli turistici. Come mai?
Perché permettono (obbligano) di conoscere meglio i Paesi, le usanze, i modi di riflettere, la cultura. Il sorriso dei cinesi, che è espressione di imbarazzo, l’abbraccio dei sudamericani, che un tempo era espressione di diffidenza, l’incapacità di popoli, vissuti nella storia in regimi autoritari, di dire di no direttamente – un no poteva costare caro –, la diversa importanza data al tempo e così via. E più di tutto i contatti diretti, le negoziazioni con i locali. Il viaggio turistico è più superficiale.

Tito Tettamanti: «Nella società, ognuno deve fare ciò che le sue qualità gli permettono».

Da «Flash» si capisce che i più grandi affari li ha fatti all’estero: era più facile che in patria?
Gli affari sono difficili ovunque e i buoni affari difficili da trovare. Ovviamente vi è più varietà su un proscenio molto più vasto ed anche i volumi sono più elevati, ma l’impegno ad apprendere è molto maggiore. Alla base però c’è sempre l’”oli da gumbat”.

In fondo, che cosa significa per lei essere ricco?
Possibilità economiche più vaste ovviamente contribuiscono a dare un senso di libertà maggiore e maggior possibilità di partecipare ai “giochi dello scambio”. Che risultano però squilibrate se non accompagnate dal senso di responsabilità.

Quando si è miliardari si potrebbe ancora perdere tutto?
Preciso che da anni ho fatto confluire in un’opera di beneficienza, un Charity Trust, gran parte della mia sostanza, quindi non sono un miliardario, ma non ce l’ho certo con chi lo è. Si può perdere tutto quando si pensa che l’unico fine dell’esistenza è l’accumulare ricchezza. Si continua avidamente a rischiare e si può perdere.

Nel libro lei parla di capitalisti intelligenti e di quelli che lo sono meno (cita per esempio Trump): come caratterizzerebbe il capitalista intelligente?
Uno che capisce che i capitali sono un mezzo e non un fine e si rende conto che il capitalista si fa accettare dalla società solo se produce ricchezza creando la premessa indispensabile per la distribuzione.

Nella sua vita, ogni momento è stato buono per fare affari, lo dice anche sua moglie nel libro: che ruolo giocano gli altri nelle sue riflessioni?
Sono sempre stato esigente e severo con i miei impiegati, che però lo accettavano perché ero esigente con me stesso e cercavo di essere giusto. Li ho sempre considerati come dei collaboratori e rimunerato molto bene chi lo meritava, non tollerando per contro gli scansafatiche e i lavativi. Sino a quando la mia ditta Fidinam era ancora sul centinaio di collaboratori, a fine anno li incontravo tutti in un colloquio personale e li sorprendevo talvolta dimostrandomi informato su dettagli della loro famiglia o sui loro hobby.

Fondamentalmente, qual è il suo grande ideale che la spinge in ciò che fa?
Non ho l’abitudine di sbandierare ideali, al massimo mi batto per delle idee, che poi sono quelle che muovono il mondo. Mi basta pensare che nell’ambito della società ognuno deve dare ciò che le sue qualità gli permettono.

E che cosa direbbe a un giovane che da grande vorrebbe “fare il milionario”?
Fare o diventare? Per il diventare, di cominciare a lavorare sodo e più degli altri e risparmiare i primi soldi. Ma io sono un dinosauro che, uscito dall’università molto presto, guadagnava 300 franchi al mese, che il sindacato Cristiano sociale (cui sono ancora grato oggi) mi dava per la consulenza legale. In più facevo finta di fare il praticante per l’avvocatura – di fatto già esercitando la professione –, insegnavo agli apprendisti di commercio (7.50 franchi all’ora) e ricevevo 7.50 franchi per i miei interventi alla Radio dei giovani. Un paio di sere alla settimana avevo riunioni con le sezioni dei Giovani conservatori nei diversi Comuni. Insomma, tutto si paga: l’importante è pagare con piacere.

Lei nella vita ha avuto il potere politico e quello finanziario: quali le differenze tra i due?
Molto diversi. Quello politico più transitorio, a ostacoli, ma raggiunta la decisione vi è una legge alla quale tutti devono sottostare. Quello finanziario è più diretto, ma sempre messo in discussione dai concorrenti, da terzi e, peggio ancora, dalla burocrazia.

Malgrado ciò, nel suo libro dice che accadeva che altre persone si ricordassero più dei cappellini di sua moglie che non di lei: una Waterloo?
Senza dubbio.

Nella sua esistenza ha anche letto parecchio: che cos’è per lei la cultura? Un piacevole effetto secondario del capitale?
Le due cose sono connesse. La cultura permette di dare un senso e capire cosa si fa nella propria attività e perché lo si fa: “Geld ist Geist”.

Come affronta la finitezza dell’esistenza umana?
Sapendo che l’unica cosa certa al mondo è la morte. Però alla mia veneranda età ciò che fa veramente paura è una malattia debilitante, che non permetta più di essere autonomi.

Se venisse il diavolo e le proponesse un affare per prolungarle la vita di 20 anni, si metterebbe in trattativa?
Chi le dà la sicurezza che il patto non esista già? Frequento Lucifero da decenni, e non faccio per dire, ma talvolta si consiglia con me. Però, mi raccomando, non lo dica a nessuno! 


Il libro

Una “non biografia”

Già nella prefazione al libro “Flash” (Dadò editore), il finanziere ticinese Tito Tettamanti (88 anni) precisa che non si tratta di un’autobiografia, bensì di una raccolta di ricordi e aneddoti legati alla propria esistenza. Un libro godibilissimo, che racconta anche la storia di una fetta di Ticino degli ultimi 50-60 anni.