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INTERVISTA
GIOVANNI GALLI

La montagna nell'anima

Giovanni Galli è presidente della sezione ticinese del Club alpino svizzero. Chiacchierata a 360 gradi sul crescente interesse per le alte quote, ma anche sull’eccessivo numero di incidenti e sui problemi economici del settore.

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VIOLA BARBERIS
15 luglio 2019

Giovanni Galli: «Due settimane di vacanze estive nelle nostre montagne sarebbero rigeneranti»

Nell’ultimo decennio gli interventi per persone disperse o ferite in montagna sono cresciuti di circa il 20% nella Svizzera italiana. Un dato che non va per forza letto in chiave negativa, «perché in parallelo sono aumentate, di molto, le persone che frequentano le alte quote» afferma Giovanni Galli, presidente della sezione ticinese del Club alpino svizzero (Cas). «I nostri associati sono 150.000 in tutta la Svizzera, 3.500 in Ticino. A cui vanno aggiunti gli 8.000 membri della Federazione alpinistica ticinese».

Tutti pazzi per la montagna, dunque?

Le cifre non dicono tutto. Abbiamo soci che pagano la tassa per abitudine, ma vanno ormai raramente in montagna. Così come ci sono tante persone che vanno in montagna senza essere associate ad un club.

Il Cas si sente nominare soprattutto quando c’è un incidente.

Sì, ma in realtà facciamo un sacco di altre cose. Gestiamo diverse capanne, e organizziamo regolarmente escursioni. Oppure facciamo corsi di formazione di alpinismo, scialpinismo e arrampicata. Esistiamo dal 1886. A livello nazionale, invece, da oltre 150 anni.

È boom di gare di trail. La montagna anche come luogo di competizione?

La ritengo soprattutto una moda, non mi entusiasma. Temo che tanti di questi corridori non si godano veramente la montagna. Portano semplicemente in un altro contesto, l’ansia da prestazione che vivono nella vita quotidiana.

C’è una sorta di fuga dallo stress?

Un po’ sì. E c’è anche una certa foga nel volere raggiungere traguardi a tutti i costi. Ci sono partecipanti ai nostri corsi di base che vogliono subito ­scalare le vette da 4.000 metri. È il riflesso di una società che ci vuole sempre performanti.

La montagna per disintossicarsi dalle nuove tecnologie?

Tanti ci provano. Ma non ci riescono sempre. La tentazione di postare sui social la propria foto, “live”, in cima a un monte, è grande. Ci sono capanne che cercano di valorizzare il fatto che in quel punto il cellulare non prende e si è tagliati fuori dal mondo.

Quale sarebbe il suo desiderio?

Anche a scopo turistico, può essere interessante puntare sulla “slow mountain”. Con un approccio più consapevole. Ad esempio, visitando e sostenendo i produttori, gli agricoltori. In alcune regioni d’Italia è un concetto già avanzato. Ad esempio, in val Maira, in Piemonte. Così chi frequenta la montagna lascia anche un indotto sul posto.

Stiamo entrando in un discorso economico…

Va affrontato. Negli ultimi anni la nostra sezione ha fatto investimenti nelle capanne per diversi milioni. Per allacciamenti alle acque luride, approvvigionamento elettrico e idrico. Alcuni non comprendono che realizzare e gestire un rifugio in quota è caro. Per cui anche i prezzi purtroppo non possono essere veramente popolari.

Aiuti pubblici ne arrivano?

Sì, ma sarebbe necessaria una vera visione, anche da parte dei politici, dello sviluppo del prodotto montagna. Siamo ancora troppo settoriali e non c’è una grande volontà di collaborazione. L’Alto Adige ha deciso di investire 10 milioni di euro negli ultimi anni, creando ­percorsi per gli escursionisti e moderni rifugi che possano generare introiti ­importanti per la regione. Da noi ­questo non succede.

Torniamo agli incidenti. Nella scorsa stagione ci sono stati 12 morti in Ticino. Troppi.

Pochi erano dovuti a imprudenze. Difficile generalizzare. Di certo alcuni escursionisti non pianificano bene l’itinerario, non calcolano le tempistiche, non guardano le previsioni metereologiche prima di partire. Senza contare l’abbigliamento. C’è chi pensa di salire a 2.000 metri in infradito.

Perché, nonostante i vostri continui appelli, c’è ancora tanta ingenuità?

Un tempo il ticinese, già da bambino, viveva più a contatto con la natura e la montagna. Ora c’è chi va in montagna perché è semplicemente “trendy”. Poi ci si mette anche il marketing, che spinge per l’equipaggiamento “light”. Così si tende a partire con lo zaino mezzo vuoto e quando arriva un temporale, con la sua giacchettina “minimal”, si è colti di sorpresa.

In Ticino si effettuano circa 120 interventi all’anno, la maggior parte con l’elicottero della Rega. Tanti?

Le cifre sono importanti, ma non veramente preoccupanti. Vanno relazionate al crescente numero di persone che frequentano la montagna. Bisogna anche evidenziare che grazie all’innovazione tecnologica adesso è possibile ridurre i tempi di ricerche e soccorso. E dunque ci sono maggiori possibilità di ritrovare la persona dispersa, viva e in salute.

Il Cas ha deciso di sostenere l’iniziativa sui ghiacciai. Ne parliamo?

Entro il 2050 si vorrebbe l’annullamento della produzione di anidride carbonica e delle emissioni di gas a effetto serra in tutta la Svizzera. È in corso una raccolta firme. Forse si arriverà al voto federale.

Che c’entra questo coi ghiacciai?

Pensando alla nostra realtà, tra dieci anni i ghiacciai del Basodino o dell’Adula non esisteranno quasi più, proprio a causa dei cambiamenti climatici. Lo scioglimento del ghiaccio crea problemi nelle zone interessate dal permafrost, il ghiaccio che incolla le rocce delle montagne. Ne derivano frane e smottamenti. La recente frana di Bondo ne è l’esempio più lampante. Anche l’approvvigionamento idrico, proprio per lo scioglimento dei ghiacciai, diventerà un problema in montagna.

La montagna ci sta lanciando dei segnali?

Certo. Anche per questo il Cas vorrebbe puntare, in futuro, su una gestione più ecologica delle capanne, e su fonti energetiche rinnovabili. In più vorremmo incentivare lo spostamento in gruppo con mezzi collettivi, piuttosto che con auto private.

Voi, però, usate anche tanto gli elicotteri per portare la merce alle capanne…

Per ora è un male necessario. In futuro l’innovazione ci verrà in aiuto. Penso ai veicoli elettrici o allo sviluppo dei droni.

Tempo fa lei ha fatto un appello ai ticinesi invitandoli a provare una vacanza estiva nelle nostre valli. Ci crede davvero?

Sì. Sono convinto che due settimane di vacanze estive nelle nostre montagne sarebbero rigeneranti. Permetterebbero di non usare l’aereo, che è il mezzo più inquinante in circolazione. E poi ci aiuterebbero a scoprire angoli nascosti del nostro territorio, di conoscere la gente che ci vive e ci lavora. Dando loro un contributo importante. 


Il ritratto

Giovanni Galli, classe 1971, cresciuto a Caslano, vive a Prosito. Studi in ingegneria forestale a Zurigo, lavora per la sezione forestale del Canton Ticino. È guida alpina e da 13 anni è presidente del Club alpino svizzero (sezione Ticino). È anche membro del comitato nazionale.