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INTERVISTA
MICHAEL STEINER

Una giornata da veri svizzeri

Prende forma il film “Switzerländers”, il più grande progetto nazionale. Ad assemblare i video girati dalla gente comune, e a trasformarli in un lungometraggio, è il regista Michael Steiner, noto per avere firmato pellicole come “Grounding”.

12 agosto 2019

Michael Steiner: «La maggior parte della gente ci ha mandato il proprio video girato con lo smartphone».

È stato definito come il più grande progetto comune del Paese. Switzerländers, iniziativa del gruppo Tamedia, mirava proprio al coinvolgimento di ogni singolo cittadino rossocrociato. E così sulla scrivania di Michael Steiner, classe 1969, il regista di “Grounding”, sono arrivate migliaia di filmati amatoriali, provenienti da ogni parte della Confederazione. Toccherà proprio a Steiner assemblare il tutto, e trasformarlo in un lungometraggio.

L’appuntamento col pubblico è per la primavera del 2020. Cosa dobbiamo aspettarci?

Ci sarà la proiezione nelle sale elvetiche di “Switzerländers”. Ogni partecipante doveva raccontarsi in breve, parlando di sé, del proprio lavoro, dei propri hobby, degli ambienti che frequenta, del proprio legame con la terra in cui abita. Il film ritrarrà uno spaccato di un giorno qualsiasi in Svizzera.

Un po’ come fece Ridley Scott una decina di anni fa con “Life in a Day”. Che valore ha un’operazione simile?

Switzerländers deriva da un franchising legato proprio a quanto lanciato da Scott all’epoca. Trovo che questa sia una grande opportunità, anche dal profilo sociologico. Ti offre una fotografia dell’epoca in cui vivi. Lo si intuisce già dal primo materiale che stiamo analizzando. Un’esperienza del genere andrebbe rifatta ogni 10, 20 anni. Proprio per capire come cambia il luogo in cui viviamo e si evolvono le nostre abitudini.

Cosa sta emergendo da una prima visione del materiale che ha ricevuto?

Ci sono tante persone interessanti in Svizzera. Di solito lo svizzero è molto discreto, non si espone molto per quanto riguarda la vita privata. Però, vedo che in tanti si sono lasciati andare. Abbiamo ricevuto migliaia di filmati, anche dalla Svizzera italiana. Emerge un profondo amore per la natura.

Quali strumenti sono stati usati per girare i video?

La maggior parte della gente ci ha mandato il proprio video con lo smartphone. Ma c’è anche chi ha usato la telecamera, chi il tablet. In diversi hanno fatto ricorso alla GoPro. Peccato che alcuni non abbiano capito che i video dovevano essere realizzati in orizzontale, in modo da avere un formato adatto al cinema.

Sindrome da Instagram?

Può essere. Al di là delle battute, la nostra è una generazione fortunata. Grazie alle nuove tecnologie, ci permette di essere, a nostra volta, dei registi. Vent’anni fa non avremmo mai potuto concretizzare un’iniziativa del genere.

Cosa significa per lei essere svizzero oggi?

Un lusso. Io ho viaggiato parecchio. Per questo posso dire apertamente che la Svizzera è un paradiso.

Michael Steiner: «La mia carriera è iniziata con il Festival di Locarno a 27 anni, con il film "Night of the Jugglers"».

Nel suo curriculum spicca il fatto che a un certo punto ha interrotto gli studi universitari. Perché?

Volevo fare una scuola cinematografica particolare. Non sono stato ammesso. E quindi ho deciso di farmi strada con le mie forze, da autodidatta.

Ne va fiero?

È andata com’è andata. La vita è così. La mia carriera, tra l’altro, è iniziata proprio in Ticino, a 27 anni.

Allude al Festival di Locarno?

Sì. Mi sono presentato con il film “Night of the Jugglers”, realizzato senza sovvenzioni. E venni apprezzato. Ho un profondo senso di gratitudine verso questo festival. E al di là dell’affetto personale, è una manifestazione unica, in cui si respira un ambiente bellissimo. Il programma, inoltre, è sempre all’avanguardia. Non ci sono mai pellicole banali.

Eppure, per tanti ticinesi quello di Locarno è un festival di nicchia…

Si sbagliano. Un festival di nicchia non riempirebbe mai Piazza Grande. Stiamo parlando di un evento che ogni anno attira migliaia e migliaia di spettatori. Tra cui il sottoscritto. Non manco mai. Me lo godo dall’inizio alla fine, sempre.

Lei è noto al grande pubblico soprattutto per “Grounding”. Che ricordi ha di questo film?

Particolari. Non fu affatto facile affrontare il tema della fine di Swissair. E fu difficoltosa soprattutto la fase di ricerca. La gente non voleva parlare di quella storia. Ci abbiamo messo un sacco di tempo a ottenere i documenti giusti. Un passo falso ci avrebbe fatto fare una figuraccia.

È stato il film che l’ha fatta sudare di più?

No. Il più faticoso è stato “Sennentun- tschi”, perché, ambientato sulle Alpi, bisognava fare su e giù dalle montagne. Era il 2009, anno complicato per me anche dal profilo finanziario. Con la mia casa di produzione ero davvero messo male.

Parliamone. Cosa significa fare il suo mestiere in Svizzera?

È rischioso. Si è sempre alla ricerca di finanziamenti, spesso pubblici. A volte devi aspettare mesi e mesi per avere una risposta. Può essere logorante. Devo però ammettere che ho imparato a convivere con questa pressione. Non ho mai avuto veri e propri periodi di crisi personale a causa del “sistema”.

Di recente ha avuto un buon successo con “Wolkenbruch”. È (di nuovo) l’anno di Michael Steiner?

Ho iniziato molto bene il 2019. E con “Switzerländers” lo sto proseguendo alla grande. A me piace sperimentare, lanciarmi sempre in sfide nuove. Per questo nella mia carriera ho provato di tutto.

Si dice che lei sia anche un amante dei “trash movie”. È vero?

Certo, non ci vedo niente di male. “Il massacro delle miss”, horror da me girato nel 2012, ne è la prova. Questa passione deriva dalla mia gioventù. In ogni caso, riesco a realizzare anche film più impegnati.

Il cinema svizzero a volte è visto come troppo serioso, lento. È vero?

In alcune circostanze è così. Ci sono film che corrispondono a queste caratteristiche. Io, però, nel mio modo di essere regista, sono più filoanglosassone.

Gli svizzeri amano il cinema svizzero?

Non sempre. Bisogna dirlo. Anche perché la concorrenza è tanta. Soprattutto pensando alle produzioni americane.

In Ticino raramente le sale spingono i film svizzeri. Perché?

Dipende dalla potenza del film. E da quanto e come viene promosso. Di certo i responsabili delle sale puntano su quello che vuole la massa. È una questione commerciale.

Uno sguardo al futuro. Netflix e affini rovineranno il cinema?

A dire il vero Netflix mi ha appena comprato il film “Wolkenbruch”. Ora è disponibile nel loro pacchetto. Dunque, non posso lamentarmi. Ci sono tante teorie. Solo il tempo ci dirà la verità. 


Il ritratto

Michael Steiner nasce nel 1969 a Hergiswil (Nidwaldo). Regista polivalente, tra le pellicole da lui firmate: “Il mio nome è Eugen” (Swiss Award 2006 come miglior lungometraggio) e “Grounding”, sugli ultimi giorni di Swissair, uno dei più grandi successi del cinema elvetico. Toccherà a Michael Steiner assemblare i video del progetto “Switzerländers” per farne un film.