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La psicanalisi pop di Mika

Dopo quattro anni d’assenza la popstar anglo-libanese torna con un nuovo cd, “My Name Is Michael Holbrook”, che mescola pop melodico e ricerca interiore. A novembre parte il tour, che arriverà anche in Svizzera. La nostra intervista.

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14 ottobre 2019

Mika, pseudonimo di Michael Holbrook Penniman Jr., è nato nel 1983 a Beirut (Libano).

È una popstar internazionale, ma anche un ragazzo colto, brillante e loquace. E molto determinato nel raggiungere i propri obiettivi. Mika è da poco tornato con un nuovo cd, My Name Is Michael Holbrook (Universal), il più personale della sua carriera. Un disco a tutto pop, melodico e piacevole, con brani intriganti come Ice Cream, Sanremo, Dear Jealousy e Tomorrow. E testi nati da una profonda ricerca interiore. 

Mika, perché questo strano titolo?

concorso

Vinci un cd

Cooperazione mette in palio 5 cd “My Name Is Michael Holbrook” di Mika. Condizioni di ­partecipazione: vedi impressum. Termine d’invio: 21 ottobre 2019, ore 16:00.Ulteriori informazioni qui: https://www.cooperazione.ch/concorsi-e-passatempi/2019/mika-236677/

Ho messo in evidenza il mio vero nome e cognome, che in realtà ho sempre odiato. Mia mamma dopo un’ora che ero nato mi chiamava già Mika, così ho sempre legato il mio nome civile alle cose burocratiche, come tasse e multe. Ma dietro c’era qualcosa di più profondo, a cominciare dal complesso rapporto con mio padre. Ho cercato di capire ed eliminare la distanza fra me e lui, così sono partito per un viaggio alla ricerca delle mie radici, verso Savannah, in Georgia, da dove viene il ramo paterno della mia famiglia. Da lì è nata la prima canzone del disco, Tiny Love. Strada facendo sono accadute tante cose, come l’operazione a cui mia mamma ha dovuto sottoporsi. Per fortuna è andato tutto bene. 

E come ha proseguito?

Sono tornato al pianoforte nell’intimità di casa, che mi ha molto aiutato a mettere ordine alle tante domande che affioravano. Dovevo capire chi sono e chi voglio diventare. Sono stato quattro anni senza fare un album; in tutto questo periodo ho realizzato che la mia vita personale si era allontanata da quella artistica e da quella mediatica. Così ho fatto un reset generale, una specie di provocazione interiore, cercando di unire tutte le parti di me che prima erano staccate. L’artista, il personaggio pubblico e Michael come uomo. Un percorso che mi ha permesso di rivedere i rapporti con la mia famiglia con uno sguardo diverso, più adulto e coraggioso. Questo è finalmente l’album di una sola persona. 

E alla fine del viaggio come si sente?

Di certo fare il disco mi è servito molto. Poi la vita non sempre è bellissima: di recente ho perso ben cinque persone care, ci sono alti e bassi. Potrei dire che questo è il momento più felice degli ultimi dieci anni, ma anche il più triste. Una contraddizione molto libanese, non a caso la mia famiglia ha radici anche lì. 

Quattro anni d’assenza dalle scene sono tanti: non ha paura di perdere il treno del successo?

Il successo è importante, perché ti porta i soldi per pagare le bollette di casa, inutile essere ipocriti. Ma il vero successo è la libertà di poterti esprimere come vuoi, senza controlli. Per questo album ho seguito me stesso, senza copiare quello che va di moda oggi e senza preoccuparmi troppo del suo potenziale commerciale. Del resto il mercato musicale non è più quello di dieci anni fa e ora non puoi più contare solo sulle vendite dei cd. Semmai avevo un po’ paura per il tour, perché star lontani così tanto tempo dal palco è pericoloso: ma in passato avevo piantato delle buone radici e le prime risposte sono molto positive. 

A novembre sarà in tour: il 21 a ­Ginevra e il 22 a Zurigo. E il 3 dicembre a Milano. Che spettacolo ha in mente?

Si chiamerà “Revelation Tour”, titolo che si collega al mio percorso di ricerca identitaria, una “rivelazione”, appunto. Penso a un “one man show” molto spettacolare, ispirato a certi recital dell’artista belga Jacques Brel, ma in una chiave più pop ed energica. Vorrei instaurare un rapporto ancora più diretto col pubblico e permettermi momenti particolari, tipo fare un pezzo solo “a cappella” in un palasport. Ci sarà un’installazione che rappresenta il mio mondo e avrò un pianoforte magico dalle mille sorprese.