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INTERVISTA
RUBY BELGE

«Quella rabbia deve uscire fuori»

Emergenza bullismo: Ruby Belge, ex pugile, è testimonial della neonata associazione TI Rispetto. Parlerà ai ragazzi, ma anche agli adulti. E lo dice apertamente: «Stop a un mondo in cui bisogna essere perfetti. Bisogna conoscere i propri limiti».

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Sandro mahler
07 ottobre 2019

Ruby Belge: «Smartphone e social network spingono persone fragili a estremizzare la loro esistenza».

Si fa in fretta a parlare di bullismo. Poi, una volta che si approfondisce, ci si accorge che il fenomeno è nascosto, strisciante, difficilmente quantificabile, ma comunque in rapida ascesa. Non a caso le iniziative per combatterlo, e non soltanto a livello svizzero, si stanno mol- tiplicando. Tra queste, c’è la neonata TI Rispetto, associazione con un testimonial d’eccezione, l’ex pugile professionista Ruby Belge. «Perché io – ammette – ho avuto un passato violento. E qualcosa da dire ai ragazzi ce l’ho. Non è la prima volta che vengo coinvolto in iniziative simili, lo faccio sempre con piacere».

Lei è stato un bullo?

No. Non avrei mai picchiato una persona più debole. Però, da adolescente, mi piaceva menare le mani. Ci si batteva tra bande, e poi negli stadi. Sono cresciuto a Pregassona, in un contesto famigliare difficile, e posso dire che la violenza ha segnato la mia gioventù.

Perché aveva questa aggressività?

Avevo una rabbia immensa addosso. A casa vedevo cose che un ragazzo della mia età non avrebbe mai dovuto vedere. Senza potere fare nulla per cambiarle. Mi sentivo castrato, non riuscivo a metabolizzare una situazione più grande di me. Piangevo come un pazzo e mi sfogavo sul prossimo.

Lei ha continuato a picchiare anche per mestiere. Non proprio un bell’esempio, si potrebbe dire…

Attenzione, non facciamo confusione. Il pugilato è uno sport. E spesso si scivola sul luogo comune di giudicarlo violento. In realtà è fatto di regole, di rispetto, di lealtà. La boxe mi ha salvato la vita. Sono salito sul ring a 19 anni, parecchio tardi, proprio per sfogare quella rabbia che prima dirottavo altrove. Ma il click nella mia testa non è arrivato subito.

E quando?

Quando il mio allenatore, Federico Beresini, mi disse: o scegli la violenza, o scegli la boxe. Io fuori dal ring continuavo a combinarne di tutti i colori. Lui mi ha messo con le spalle al muro. È stato il mio punto di riferimento.

Cosa può trasmettere lei ai bulli o alle vittime di bullismo?

Prima di tutto non mi presento come una persona perfetta. Anzi, come un uomo che ha sbagliato tante cose. Viviamo nella società della performance, dove devi per forza portare dei risultati. Questo turba parecchio i giovani di oggi. Già il fatto che si inizi ad accettare e a conoscere i propri limiti è un bel passo.

Quali domande le pongono più di frequente?

I potenziali bulli solitamente stanno zitti. Io li individuo subito, ho l’occhio per queste cose. Fanno i “brillanti”, oppure hanno un atteggiamento quasi distaccato, nel momento in cui cerchi di fare una prima sensibilizzazione. Le potenziali vittime, invece, chiedono come comportarsi quando qualcuno li provoca o li terrorizza.

E qual è la risposta?

Sono convinto che alla base di tutto ci sia quasi sempre un problema di autostima. Io stesso picchiavo perché avevo l’autostima bassa. Cercavo il confronto con altri capobranco. Se un ragazzo ha autostima, nessuno gli rompe le scatole. Il problema è che il bullo “fiuta” proprio le persone che non hanno autostima.

Come si coltiva l’autostima?

È un appello che va ampliato anche alle famiglie e agli educatori: fate in modo che i ragazzi abbiano delle passioni. Io l’ho trovata nel pugilato. Ma ci sono altri sport, c’è l’arte, c’è la cultura. Quando hai delle vere passioni, assumi un’attitudine diversa anche verso la vita. Cammini con una determinata postura, hai un certo sguardo. E piano piano impari ad affrontare differentemente anche le difficoltà che inevitabilmente incontri nella quotidianità, a scuola, sul lavoro, a casa.

Non tutte le persone, tuttavia, hanno un carattere così forte da centrare l’obiettivo.

Non è vero. È un passo che possono fare tutti. Magari io ci metto un mese, e tu due anni. E mentre fai questo percorso devi trovare il modo di non farti schiacciare. Io lo dico sempre: se un bullo vi tormenta, mettetevi a urlare, chiamate il maestro. Qualcuno prima o poi interverrà. Se si resta nel silenzio, si alimentano solo le paure.

A proposito di silenzio. Preoccupa quello, da lei citato, dei bulli.

Il bullo ha bisogno di un percorso più lungo. Deve trovare uno che lo manda a quel paese e che, allo stesso tempo, lo accarezza. Qui sono gli adulti a dovere intervenire. Portate questi ragazzi a correre, portateli a cena. Fate in modo che buttino fuori i loro rancori. E poi, sempre più spesso, mi rivolgo a quei ragazzi maturi che hanno già un certo senso di responsabilità. Ogni volta che vedono un’ingiustizia, non devono girarsi dall’altra parte. Bensì denunciarla.

La percezione degli specialisti è che il bullismo sia in crescita. Si è dato una spiegazione?

Smartphone e social network hanno amplificato un problema che esiste da sempre. Non voglio demonizzare questi strumenti, non sarebbe giusto. In alcuni casi però spingono persone già fragili a estremizzare la loro esistenza. Per avere qualche like in più. Per farsi valere. Per sentirsi “qualcuno”.

Qualche anno fa decine di ragazze ticinesi sono finite, con le loro foto intime, nelle chat di Whatsapp. Cosa consigli a chi dovesse ritrovarsi in situazioni analoghe?

Nel caso specifico si trattava di foto private inviate ai rispettivi partner. Poi divulgate. Capisco la disperazione. Però la tua vita è più importante di una foto. In fondo a stare dalla parte del torto è chi questa foto l’ha divulgata ad altri. Sei stata ingenua? Hai deciso di fare una foto nuda? È un’occasione di crescita. Lo ammetti, ti assumi la tua responsabilità. Ma poi, con genitori e polizia, si va a caccia di chi veramente è colpevole.

Ha nominato più volte i genitori. Uno dei prossimi workshop organizzati da TI Rispetto è dedicato proprio a loro. Perché?

Perché hanno un ruolo decisivo. Di recente sono andato a vedere un match di basket tra ragazzini. In campo tutto bene. Mentre tra il pubblico, mamme e papà davano uno spettacolo indecoroso. Me ne sono andato a casa scandalizzato. Gli adulti stanno mandando un sacco di messaggi sbagliati ai giovani.

Ad esempio, quali altri?

Oggi ci sono molte più coppie che si separano. Nel segno dell’“usa e getta”. Spesso questo si trasforma in rabbia che si immagazzina nel corpo dei ragazzi. Che non sanno neanche più cosa voglia dire lottare per ricostruire un rapporto.

Di nuovo accenna alla rabbia…

In un mondo in cui tutto va a mille all’ora, come fai a non essere arrabbiato? Io i giovani li capisco. Però devono trovare un modo sano per scaricare queste tensioni. Ed è una responsabilità che dobbiamo prenderci collettivamente. 


Il ritratto

Ruby Belge: «Un appello alle famiglie e agli educatori: fate in modo che i ragazzi abbiano delle passioni».

Roberto “Ruby” Belge (Lugano, 1979), dopo essere stato cinque volte campione svizzero tra i dilettanti, è diventato pugile professionista con il Boxe Club Ascona. Da professionista si è aggiudicato un titolo elvetico e quattro titoli mondiali (pesi welter). Ha lottato per il titolo europeo. Attualmente è personal trainer.