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INTERVISTA
SILVIA RONCHEY

La morte: il nulla o la vita eterna

L’aldilà secondo le religioni: dal mondo pagano, che negava una vita dopo la morte, al cristianesimo, unica fede a promettere la resurrezione dell’anima e del corpo, fino al nirvana del buddismo. Ne parliamo con Silvia Ronchey, insigne studiosa della civiltà bizantina.

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GILIOLA CHISTÉ
28 ottobre 2019

Silvia Ronchey (1958) è professore ordinario di Civiltà bizantina all'Università di Roma Tre.

Lei crede in una vita dopo la morte?

Io, per definizione, non “credo”: sono una studiosa, coltivo il metodo critico, ho delle opinioni che si basano anzitutto sulla conoscenza empirica. Farsi un’idea esperienziale dell’aldilà è impossibile: nessuno, finora almeno, è mai tornato. Riconosco però l’esistenza del mistero. Un mistero che è interno a noi. Ritengo che la divinità in cui credono le religioni che postulano la trascendenza sia una proiezione collettiva di questo mistero immanente. Si può chiamarlo inconscio, come fa la psicoanalisi. Si deve comunque ammettere che esiste un piano di realtà non accessibile alla coscienza, né tanto meno alla ragione.

Partiamo dagli antichi egizi, che credevano nell’aldilà, e nelle tombe mettevano cibo, vestiti, cosmetici…

La religione egizia è stata − come ci racconta Plutarco − la culla di tutte le religioni del mondo mediterraneo. Persino il culto della Madonna, che il cristianesimo ha sviluppato, si ricollega alla figura della “grande dea”, che in Egitto si chiamava Iside. Quanto al portarsi le cose nella tomba, lo ritroviamo anche nel mondo ellenico, in più forme. Vorrei additarne una in particolare, propria di un culto misterico, l’orfismo. Nelle tombe degli adepti sono state trovate lamine auree contenenti istruzioni per i defunti. Presupponevano un cammino nell’aldilà, che tuttavia era un cammino di tenebra (in greco “orphé”) e non portava a un’idea di resurrezione comparabile a quella della religione cristiana, ma, se mai, di trasmigrazione.

Anche per i poeti della civiltà greco- latina, la morte è «un cammino di tenebra, da cui non torna indietro nessuno» (Catullo)…

L’idea di vita eterna conosciuta nel mondo ellenico non presupponeva la sopravvivenza dell’io, ossia dell’anima individuale, né la resurrezione del corpo. Era diffusa, invece, l’idea della metempsicosi, o, a un livello ancora più alto, proprio della religione-filosofia “pagana” e in particolare del platonismo, quella di una fusione dell’anima individuale nell’”anima del mondo”, di una restituzione energetica al tutto. L’essenza vitale, che l’anima estrae nel suo transito terrestre, con la morte si rifonde nel tutto. È l’unica idea di vita eterna alla quale io possa sentirmi vicina.

La reincarnazione fino alla possibile purificazione finale (nirvana) è la peculiarità dell’induismo e del buddismo.

L’idea della metempsicosi, ossia della possibilità che dopo la morte l’anima si reincarni in tutto il creato, è comune al buddismo/induismo e alle dottrine greche cosiddette “pagane”, a cominciare dal pitagorismo. Pensiamo all’aneddoto su Pitagora che nel lamento di un cane picchiato riconosce la voce di un suo amico morto. Quanto al nirvana, può accostarsi, nel mondo greco, alla condizione definita estasi (ek-stasis, “uscita” dall’io), che si raggiungeva, a quanto pare, nelle accademie platoniche più esoteriche. Sant’Agostino racconta che lui stesso provò a raggiungere l’estasi neoplatonica, ma non ci riuscì, finché giunse a Milano, dal vescovo Ambrogio, e sperimentò una condizione simile nell’ascolto del canto ambrosiano. Ma anche estasi come quella di Santa Teresa d’Avila e di tanti altri mistici cristiani non erano estranee a questa tradizione.

Il cristianesimo è l’unica religione a promettere la vita eterna dell’individuo nel proprio stesso corpo…

È “l’asso nella manica” della religione cristiana, che promette la resurrezione, ossia la vita eterna dell’anima individuale, dell’io terreno, e perfino del corpo, che le si ricongiunge in cielo. Una prospettiva eccentrica rispetto alle visioni filosofiche precedenti e alle altre religioni, dall’ebraismo al buddismo. Anche se, secondo gli studiosi, sulla resurrezione dei corpi e sul giudizio finale il cristianesimo ha attinto al culto di Mitra. Il grande storico belga Franz Cumont ha parlato addirittura di plagio…

Ma anche il mondo pagano aveva gli inferi, l’Ade, i campi Elisi…

Queste rappresentazioni dell’aldilà, come i miti degli dèi nell’Olimpo, che ritroviamo in Omero, Virgilio o Platone, erano storie, leggende, fabulae ad uso del popolo. Il paganesimo conosceva una distinzione netta tra ciò che era per il popolo e ciò che era per le élite intellettuali. Sono poeti come Lucrezio, Catullo o Orazio a restituirci in modo diretto l’essenza del paganesimo: quel vivere nell’oggi, che negando l’idea di vita eterna esalta l’attimo, il carpe diem, e con ciò sperimenta la vera pienezza della vita. Perché senza la presenza della morte non possiamo veramente godere la vita. Seneca diceva che la vita è meditatio mortis, “elaborazione della morte”.

C’è un’affinità tra la visione pagana e il nichilismo di oggi?

No. Il nichilismo contemporaneo è un grande pericolo collettivo. La cosiddetta secolarizzazione, l’accesso universale al sapere filosofico, ha creato in molti una pericolosa scissione interiore. Se dopo la morte non c’è niente, allora la vita non ha valori etici da difendere. Però sussiste l’atavico senso cristiano del peccato e della colpa, e di qui nascono atteggiamenti che sono insieme distruttivi e autodistruttivi. Con il paganesimo le cose stanno esattamente al contrario. È proprio la libertà dalle illusioni il presupposto di ogni etica. È proprio la coscienza della nostra condizione esistenziale, della sua transitorietà e precarietà, del buio e del nulla che ci attende, a farci assaporare fino in fondo i piaceri del vivere. “Vivi ogni giorno come fosse l’ultimo“, diceva Marco Aurelio.

Come si concilia l’inferno cristiano, luogo di dannazione definitiva, con il messaggio di papa Francesco sulla misericordia divina?

Papa Francesco è un raffinato teologo, con una robusta cultura che gli proviene dalla sua formazione gesuitica. Il senso del peccato originale e della colpa, se malamente comunicato, rischia di innescare nel mondo secolarizzato, come dicevamo, comportamenti, schizofrenici, scissi, violenti. Del resto, per molti teologi, cristiani e pagani, l’inferno è questo mondo: una condizione interiore, legata a una condizione esistenziale.

Secondo certe leggende popolari, Lazzaro, il primo resuscitato nei Vangeli, visse con disagio la sua immortalità. Perché?

Perché era abituato come tutti gli ebrei a pensare che con la morte finisse la vita. Ma pensiamo anche a Ulisse, che rifiuta l’immortalità offerta da Calipso. La vita eterna può essere anche vista come una punizione. Nel poemetto di un grande poeta irlandese, William Butler Yeats, intitolato Calvary, Lazzaro rimprovera Gesù mentre sale sul Calvario portando la croce: “Mi hai tratto alla luce come un coniglio dalla sua tana. Ora tu vai a morire e io deve rimanere qui”.

Nell’ebraismo esiste la Gehenna, l’abisso di fuoco, e il Gan Eden, dimora di beatitudine. Qual è la differenza con l’aldilà cristiano?

Quello che fa dell’ebraismo una bellissima religione è il fatto che è calato nella psiche individuale e nella storia. Non ha un vero aldilà, a differenza del cristianesimo. Sull’idea di Sheol, il regno dei morti, ogni rabbino lascia al fedele la scelta dell’interpretazione metaforica. Anche sull’idea di resurrezione c’è chi si domanda se non basti il rituale annuale di purificazione del Rosh hashanah. E il paradiso o la vita eterna di cui parlano alcuni luoghi della Bibbia vanno interpretati soprattutto in termini storici e politici: sono il luogo in cui transiterà, alla fine, il popolo dei giusti, ossia il popolo ebraico.

Anche l’islam prevede un aldilà, con l’inferno per gli infedeli e il paradiso per i credenti…

L’islam ha un forte debito verso il cristianesimo, ma ha anche prodotto una tradizione mistica originale, che spesso si fonde con quella cristiana e la influenza. Come avviene in Dante, ad esempio. La meravigliosa letteratura dell’islam più elitario e raffinato si interroga sulle fiamme dell’inferno e sulle delizie del paradiso avendone una visione immanente: condizioni della nostra anima, della nostra psiche. Una visione che lo avvicina anche all’ebraismo. Del resto, non possono non somigliarsi: sono le tre religioni del Libro.


Silvia Ronchey: «Per molti teologi, cristiani e pagani, l?inferno è questo mondo, una condizione interiore».

Il ritratto

Silvia Ronchey (1958), studiosa di letteratura, filosofia, storia tardoantica e bizantina, insegna all’Università di RomaTre. Saggista con una grande abilità narrativa e divulgativa, ha pubblicato molti libri. Ecco alcuni titoli: “Lo stato bizantino” (Einaudi, 2002), “Ipazia. La vera storia” (Rizzoli, 2010), “Storia di Barlaam e Ioasaf. La vita bizantina del Buddha” (Einaudi, 2012) e “La cattedrale sommersa” (Rizzoli, 2017), «un viaggio nella tradizione rimossa che unisce fin dall’antichità Oriente e Occidente».