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INTERVISTA
LUKAS VIGLIETTI

Sulla Luna, 50 anni fa

Il 20 luglio del 1969 l’uomo sbarcò sulla Luna. Il pilota svizzero Lukas Viglietti, che ha conosciuto quasi tutti gli astronauti delle missioni Apollo, racconta la dimensione umana di questa esperienza extraterrestre.

TESTO
FOTO
CHRISTOPH KAMINSKI
08 luglio 2019

Lukas Viglietti: «Neil Armstrong era forse un po' invidioso di chi era sbarcato sulla Luna dopo di lui, perché lui ci era rimasto solo per due ore».

Il 20 luglio 1969, per la prima volta nella storia, un uomo, Neil Armstrong, mise piede sulla Luna. Lei era appena nato, eppure la storia degli sbarchi sulla Luna ha segnato la sua vita. Come mai?

La Luna mi ha affascinato fin da piccolo, in particolare la Luna piena. A 6 anni ho letto il primo libro sull’evento del 20 luglio 1969 e a 12 anni mio fratello mi portò a sentire una conferenza di Jim Irwin, un astronauta che nel 1971 con Apollo 15 era sbarcato sul nostro satellite.

Cosa ricorda di quell’incontro?

Mi aspettavo di vedere un superman americano con masse di muscoli. Invece Irwin era molto timido e di bassa statura. Per me è stato però un modello. Mi ha insegnato che ognuno può realizzare i propri sogni. Il mio era di volare, e infatti sono diventato pilota di linea.

Come si è sviluppato il suo interesse per gli astronauti?

Oltre all’aspetto tecnico e scientifico, sulle missioni mi sono sempre posto tre domande. Chi erano questi uomini? Cosa hanno veramente vissuto? Cosa sono diventati? Avendo letto una miriade di libri senza trovare risposte soddisfacenti, ho svolto una ricerca personale incontrando 10 dei 12 uomini sbarcati sulla Luna. E alla fine ho scritto il libro “Apollo Confidentiel”, quello che avrei voluto leggere nella mia infanzia.

Come è riuscito ad avvicinare gli astronauti?

Sicuramente la mia professione di pilota mi è stata d’aiuto, mi ha aperto qualche porta. Sono stato mille volte negli Stati Uniti e col tempo si è creato con gli astronauti un rapporto di fiducia, in alcuni casi di amicizia, come con Charlie Duke.

Che tipi sono questi astronauti?

Nonostante siano tutti selezionati secondo gli stessi criteri, presentano caratteristiche molto diverse. Ci sono estroversi, timidi, modesti, eccentrici, tutti però accumunati da una cosa: hanno creduto nei loro sogni. Non tutti però hanno avuto la vita facile. Uno di loro soffriva di dislessia, un altro – all’età di 8 anni – aveva avuto la madre ricoverata in un clinica psichiatrica. Ma tutti hanno realizzato il proprio sogno, dando un messaggio di speranza.

Chi di loro le ha lasciato la traccia più profonda?

Neil Armstrong. Aveva un’aura molto speciale. Quando entrava in sala c’era subito silenzio. Forse un’aura come ce l’ha il Dalai Lama o l’ha avuto John F. Kennedy. Quello che mi stupiva era la sua lentezza, anche quando parlava. Pesava ogni parola.

Lukas Viglietti: «Nelle missioni Apollo c'era tanta tecnologia svizzera: filtri per la cherosina, orologi, lenti ottiche».

Armstrong, primo uomo sulla Luna, è l’astronauta più noto. Gli altri sono misconosciuti. Questa diversità è stato un problema?

No, erano piloti militari, non rock star o attori che cercavano la fama. Avevano un’altra visione delle cose. Armstrong era forse un po’ invidioso di chi era sbarcato sulla Luna dopo di lui, perché lui ci era rimasto solo per due ore, mentre i colleghi delle spedizioni successive rimasero più a lungo, a volte più giorni.

Nel primo allunaggio due uomini misero piede sulla Luna, Neil Armstrong e Buzz Aldrin. Invece, Michael Collins rimase in orbita come pilota del modulo di comando. L’ha vissuto come una sconfitta?

No, non c’era una gerarchia. Chi rimase da solo in orbita era il comandante ed era molto contento che gli altri membri della missione fossero scesi sulla Luna. Amava la solitudine del momento.

Una teoria del complotto sostiene che gli astronauti del programma Apollo non sono stati sulla Luna. Le immagini sarebbero “fake”, fatte in studi televisivi…

Sono dicerie che fanno soffrire gli astronauti. Per capire il loro stato d’animo immaginiamoci un soldato che torna dalla guerra senza gambe e la gente dice che non ha mai cambattuto. Le missioni spaziali erano cariche di rischi, una lotta per la sopravvivenza. La paura di morire accompagnava sempre gli astronauti.

Quali conseguenze ebbe lo sbarco sulla Luna per questi uomini?

Ci sono tante leggende, ad esempio che avrebbero avuto problemi psichici dopo il rientro sulla Terra. Io posso dire che non sono cambiati, ma si sono rafforzate certe loro caratteristiche. Chi era credente è diventato più religioso, chi faceva un po’ di arte è diventato artista…

Perché la fase della conquista della Luna è durata solo dal 1968 al 1972?

Gli obiettivi erano stati raggiunti, non c’erano più motivi per proseguire con queste costosissime spedizioni.

Non si andrà più sulla Luna?

Io penso che ci ritorneremo. Un progetto dell’Agenzia Spaziale Europea ESA prevede di creare una base stazionaria sulla Luna, una specie di igloo permanente. Si andrà pure su Marte. E sono convinto che il prossimo essere umano sulla Luna o su Marte sarà una donna.

Con quali obiettivi?

Oggi siamo come 8 miliardi di astronauti su una navetta spaziale di nome Terra. Con il nostro comportamento questa navetta fra un po’ non sarà più vivibile. E non abbiamo un piano B per salvarla. I viaggi spaziali potranno esserci d’aiuto per trovare questo piano B.

Nel 2009 ha fondato con sua moglie Bettina l’organizzazione SwissApollo. Con quale scopo?

L’incontro con Jim Irwin e tutti gli altri astronuati ha segnato la mia vita. Swiss- Apollo mi ha permesso di invitare queste persone in Svizzera e di tramandare tale esperienza ai giovani e alle prossime generazioni.

E c’è riuscito?

Nove astronauti sono venuti in Svizzera, tra i quali Edgar Mitchell due volte e Charlie Duke sei. La nostra base è il museo dei trasporti a Lucerna, dove abbiamo un piccolo show-room. Nel 2015 abbiamo organizzato una manifestazione a Losanna con Buzz Aldrin, secondo uomo sulla Luna, e il russo Alexei Leonov, primo uomo di sempre nello spazio. Sono venute 3.000 persone!

E una manifestazione in Ticino?

Per ora non è prevista. Ma siamo già venuti in valle Onsernone a trovare Serafino Schira, un cugino di Wally Schira, un astronauta che ha fatto parte del programma Mercury. Wally Schira aveva origini ticinesi, il nonno era emigrato dal Ticino in America.

Nelle missioni Apollo c’era dunque un po’ di Svizzera.

C’era pure tanta tecnologia svizzera: filtri per la cherosina, orologi, lenti ottiche. Peccato che l’immagine collettiva dello sbarco sulla Luna evochi sempre e solo la bandiera americana.

Quattro astronauti dei dodici che hanno messo piede sulla Luna sono ancora vivi. Cosa perderemo quando non ci saranno più?

Perderemo gli ultimi quattro extraterrestri, che hanno vissuto il nostro mondo da fuori. Proprio per mantenere viva la loro memoria ho scritto il libro “Apollo Confidentiel”. 


Il ritratto

Lukas Viglietti, nato nel 1969 da padre italiano e madre romanda, è pilota Swiss su rotte di lunga tratta. Nel 2009 ha fondato con la moglie Bettina SwissApollo. Ha pubblicato nel marzo scorso, in francese, il libro “Apollo Confidentiel”, uscito di recente anche in inglese. www.swissapollo.com