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INTERVISTA
SUSANNA CASTELLETTI

Un diritto verso la parità

Cinquant’anni fa, il 19 ottobre 1969, la maggioranza degli elettori ticinesi conferiva il diritto di voto alle donne a livello cantonale e comunale. Con la storica e docente Susanna Castelletti ripercorriamo le tappe della lunga e sofferta conquista del suffragio femminile.

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SANDRO MAHLER
18 febbraio 2019

 Per la storica Susanna Castelletti, è stato il clima del Sessantotto a dare la spinta per il successo del suffragio alle donne. 

Che sentimenti le suscita questo 50° del voto alle donne in Ticino?

Sentimenti contrastanti. Mi rende felice per una rinnovata e feconda attenzione verso la storia del suffragio femminile e, più in generale, la storia di genere. Provo però un certo sconforto nel constatare che, dopo mezzo secolo, la parità non è ancora stata pienamente raggiunta, né in politica né in altri settori della società.

Come va in classe quando affronta questo argomento?

Quando racconto che le donne svizzere votano dal 1971, ultime in Europa e nel mondo, i miei studenti e le mie studentesse del liceo e delle medie rimangono di stucco. Uno stupore che non è disinteresse verso la materia: purtroppo anche loro, come molti adulti, danno per scontato sia il diritto di voto sia i fatti che hanno portato al riconoscimento del suffragio femminile.

Uno stupore che un po’ la rattrista…

Sì, perché significa che sono ancora poco note le vicende dietro a questa ricorrenza, la grande fatica per la conquista del voto, il lavoro immenso svolto dalle pioniere, che erano derise ed emarginate. Spero che il 50° serva ad approfondire anche queste pagine di storia un po’ dimenticate. Una storia iniziata più di mezzo secolo fa: già nel 1921, Francesco Chiesa chiedeva pubblicamente di estendere i diritti politici alle donne.

Il Ticino è però il quinto cantone a introdurre il diritto di voto alle donne: come si spiega?

Il Ticino vanta un altro primato: già prima degli anni ’20, è stato il primo cantone a introdurre il diritto di voto per le donne nei patriziati. Una contromisura pragmatica, conseguenza dell’emigrazione: gli uomini partivano e a casa rimanevano le donne a reggere la famiglia e a prendere tutte le decisioni economiche. Non a caso si parla di loro come dei “motori segreti dell’economia”.

Ma le porte della politica rimangono chiuse fino al 1969.

È vero. In Ticino si tengono due votazioni per il diritto di voto alle donne a livello cantonale e comunale che hanno esito negativo: nel 1946 i no sono il 77,2%, nel 1966 il 51,7. In mezzo, nel 1959, c’è una votazione federale dove i no in Ticino sono il 62,9% (66,9 a livello nazionale). Ma poi arriva il Sessantotto e i giovani rappresentanti dei partiti politici collaborano con le associazioni femminili. Questa unione di forze tra giovani uomini e donne di un’altra generazione fa la differenza ed è un elemento che caratterizza la storia del suffragio in Ticino.

Potremmo definire questi giovani degli uomini illuminati?

Direi proprio di sì. Se si scorrono i nomi si ritrovano fra gli altri Pietro Martinelli e Flavio Cotti; uomini di cultura che si rendevano conto della situazione in cui si trovava la Svizzera, una delle più antiche democrazie europee che negava i diritti democratici alle donne. Se si leggono i verbali delle sedute del Gran Consiglio si ritrovano i loro pensieri che a noi oggi sembrano banali, ma che per l’epoca erano davvero illuminati. Avevano già capito che sul percorso verso la parità, per raggiungere la meta, uomini e donne devono procedere assieme.

Anche nella prima votazione cantonale del 1946 c’era stato l’impegno di alcuni uomini di spicco.

Ci sono sempre stati politici schierati a favore del suffragio femminile, ma erano dei battitori liberi, perché in Ticino, fino al 1969, non vi è stata un’unione partitica. Solo grazie alle prese di posizione unanimi dei partiti è stato possibile “schiodare” l’opinione pubblica. Anche sulla stampa cantonale, prima del Sessantotto gli articoli contrari al voto alle donne erano ancora numerosi, poi si riducono notevolmente.

Segno che l’aria sta cambiando…

Sì, lo si nota con il risultato del 1966: i no si riducono rispetto alle due precedenti votazioni e i toni della campagna sono meno aspri. Anche la discussione a livello federale sull’adozione della Svizzera della Convenzione europea dei diritti umani, dove si prospetta una incresciosa firma con riserva, aiuta ad allentare l’avversione al voto alle donne.

Un percorso graduale, ma anche a ostacoli: come lo affrontano le cosiddette suffragette?

Giocano la carta dell’associazionismo femminile, già sul tavolo fin dall’inizio del ’900, perché le donne potevano iscriversi ai partiti, ma all’interno erano emarginate. È grazie alle associazioni, apolitiche e trasversali ai diversi orientamenti dei partiti, che le donne si conoscono, fanno rete e fanno sentire la loro voce anche sul piano federale.

Quale strategia adottano?

Fino alla prima metà degli anni ’60, le donne svizzere e ticinesi lottano in silenzio e in modo educato, a differenza del- le suffragette europee, più agguerrite. Una strategia che si spiega con il sistema democratico svizzero, dove il suffragio femminile non poteva essere calato dal- l’alto, ma doveva essere ottenuto con il vo- to dell’elettorato maschile. Un grande scoglio per le suffragette è stata la democrazia diretta: dovevano essere persuasive e convincenti, non battagliere, per far largo alle opinioni a loro favorevoli.

«Si pensava che le donne non fossero adatte alla politica»

 

Quali le motivazioni degli avversari al voto alle donne?

Si pensava che la natura femminile non fosse adatta alla politica, luogo dove potevano brillare le abilità degli uomini. Si diceva che se la donna avesse fatto politica sarebbe venuta meno ai suoi doveri di cura della casa e dei figli. Un altro motivo era il timore che la partecipazione femminile avrebbe distrutto gli equilibri politici consolidati, perché le donne sarebbero state più vicine ai partiti cristiani. Fatto non trascurabile: c’erano anche donne che sposavano queste tesi e contrarie al suffragio femminile.

Il lavoro per cambiare la mentalità è stato enorme.

Sì, le suffragette della prima ora hanno dovuto presentare le loro rivendicazioni senza alimentare i pregiudizi che le volevano inadeguate alla politica e senza poter dimostrare il contrario. Con il Sessantotto e la liberazione della donna, a dare manforte a queste pioniere impegnate per il diritto di voto, arriva una nuova generazione di suffragette: il clima è mutato, si scende in piazza, si protesta, le rivendicazioni sono decise.

Il resto è storia recente, dopo oltre mezzo secolo di battaglie silenziose e meno silenziose…

Nel 1969, una nuova votazione ottiene il 63% di sì e nel 1971, anno del riconoscimento del voto a livello federale, si tengono le prime elezioni del Gran consiglio. Sono elette undici donne, sono le pioniere che hanno lottato per il suffragio femminile. Per fare posto a loro, nel parlamento sono aggiunti 25 seggi: a cinquant’anni di distanza, solo 23 sono attualmente occupati da donne. Credo che le pioniere avrebbero qualcosa da di- re sulla rappresentanza delle donne in politica.


Il ritratto

 Susanna Castelletti: "Un grande scoglio è stata la democrazia diretta". 

Susanna Castelletti (1980) è docente di storia al liceo di Locarno. La sua passione per la storia al femminile nasce sui libri di Bianca Pitzorno e sfocia nel progetto “Tracce di donne” dell’Associazione Archivi Riuniti delle Donne Ticino, dove siede in comitato. Una mostra con le biografie delle prime donne elette in Gran Consiglio si tiene fino al 21 febbraio a Palazzo delle Orsoline a Bellinzona e girerà per il cantone.