X

Argomenti popolari

INTERVISTA
ELEONORA BENECCHI

Un freno all'odio in rete

Caccia agli hater in tutta la Svizzera, grazie a #NetzCourage, associazione che offre sostegno alle vittime. Donne, gay e immigrati tra i più bersagliati. L’analisi di Eleonora Benecchi, specialista in culture digitali.

FOTO
ALAIN INTRAINA
04 marzo 2019

Eleonora Benecchi collabora con l'Istituto di media e giornalismo dell'USI.

È “guerra” agli hater, coloro che odiano sul web, in tutta la Svizzera. Stando alla statistica criminale nazionale, rispetto a 10 anni fa sono quasi raddoppiate le denunce per ingiurie, calunnie e diffamazione. Un boom che, secondo gli esperti, sarebbe dovuto all’ascesa di internet. Intanto è nata un’associazione, #NetzCourage, che offre assistenza alle vittime dell’odio in rete. «Necessaria – dice Eleonora Benecchi, docente di culture digitali all’Università della Svizzera italiana –, perché le offese sul web possono lasciare ferite indelebili dentro di noi».

Chi sono le vittime?

Donne, personalità con incarichi di prestigio, ma anche immigrati, gay, diversamente abili, minoranze. Una recente ricerca di Tamedia indica la consigliera federale Simonetta Sommaruga come la politica più bersagliata della Svizzera.

Come si sente una vittima?

Sola e impotente contro una massa indiscriminata di persone. È devastante. L’odio diventa pesante quanto è reiterato. La persona attaccata si vergogna, e questo fa sì che non se ne parli abbastanza.

Cosa consiglia?

Ci vuole il coraggio della denuncia, #NetzCourage aiuta le vittime anche in questo. Bisogna fare sempre gli screenshot delle offese ricevute, di fronte ai giudici ci vogliono prove. Molte sono le applicazioni per facilitare le denunce come Mytutela e Keepers, disponibili anche in Svizzera. Occorre, però, anche imparare ad autotutelarsi. I social permettono, ad esempio, di fare pulizia sui profili, di bloccare alcune persone e di segnalarle agli amministratori.

Identikit dell’hater medio?

Sono persone che si accaniscono, minacciano, aggrediscono il prossimo. Spesso protette dall’anonimato. La cosa strana è che, con tutte le ricerche fatte, non si è mai riusciti a categorizzare socialmente la figura dell’hater. Attaccano perché hanno paura dell’altro o dei cambiamenti. Sono persone fragili. Possiamo trovare l’operaio come il medico.

Umberto Eco disse che i social danno diritto di parola a imbecilli che prima parlavano solo al bar, senza danneggiare la collettività.

Infatti, l’odio non nasce nella rete. La tendenza a volere denigrare l’altro fa parte della natura umana. Il problema è che internet amplifica immensamente il messaggio d’odio.

Intanto, i “leoni da tastiera” sono sempre di più…

È vero. Questo perché la nostra società è competitiva, feroce, ci dice che primeggiare è importante, e i media ci mostrano immagini sempre più forti, che indignano. Gli hater gettano sul web tutta la loro frustrazione, per sollevarsi dalla loro sensazione di fragilità.

Lei fa parte anche del team del rapporto James, che studia le abitudini tecnologiche dei giovani svizzeri. Cosa emerge sull’odio in rete?

Il rapporto James 2018 ci indica che il 23% dei giovani sperimenta, in un modo o nell’altro, l’odio in rete. Il cyberbullismo d’altra parte è in rapida espansione.

La scuola fa abbastanza per combatterlo?

I ragazzi hanno dimestichezza con gli strumenti tecnologici, ma non li sanno usare. Alla scuola ticinese va riconosciuto un certo impegno nel fare fronte al fenomeno. Già dal 2012 si parla di educazione etica e morale alla rete. Anche le famiglie, però, non possono fare finta di nulla, disinteressarsi a ciò che fanno i figli sul web.

L’hater è un vigliacco?

Un documentarista svedese è andato a caccia di hater. In molti non hanno risposto al suo appello. Nel momento in cui togli la depersonalizzazione legata al web, uno si vergogna. Le poche persone che è riuscito a intervistare denotavano tutte una grande solitudine o fragilità, si sentivano fuori dalla società, pur facendone parte.

Alcune trasmissioni tv hanno provato a smascherare degli hater. Che, però, di fronte alle telecamere ritrattano tutto…

Quando sei dietro a un monitor la persona che attacchi non è presente fisicamente. L’impatto di ciò che tu dici non lo vedi. Ti senti protetto a volte dall’anonimato, che ti deresponsabilizza.

Si assiste anche all’effetto gregge…

Sì, tu posti un commento cattivo, altri lo condividono, si aggregano. E magari rincari la dose. Ti comporti come non ti comporteresti mai nella vita reale. E se ti beccano è facile dire “ma io scherzavo”. O ci si nasconde dietro alla libertà di espressione.

Concetto che significa tutto e niente.

Già, anche perché ogni Stato ha le sue regole. Nel 2017 in Germania è stata lanciata la prima legge europea sull’odio in rete. Le piattaforme che non rimuovono entro 24 ore i contenuti lesivi ricevono multe fino a 50 milioni di euro. Un bel segnale. Ma non basta.

Alcuni autorevoli quotidiani online hanno deciso di chiudere i rispettivi blog. Che ne pensa?

Scelta comprensibile. È troppo difficile moderare i blog, ci vorrebbero professionisti solo per fare da moderatori, ma l’editoria non se lo può permettere. Le ricerche mostrano, inoltre, che l’immagine dell’articolo può essere danneggiata da commenti negativi o di hater.

Anche perché l’hater prende di mira tutto e tutti, giornalisti compresi.

Secondo una ricerca del “The Guardian”, dei 700mila commenti pubblicati nell’ultimo decennio, 200mila erano inappropriati. Chi sono i dieci giornalisti più attaccati? Otto donne e due uomini neri.

Perché colossi come Facebook, Instagram, Twitter non intervengono in maniera drastica per arginare il problema?

L’odio online è remunerativo. Gli algoritmi dei social fanno sì che i post e i video più visibili siano quelli controversi, che provocano reazioni forti. Succede anche con i politici. Chi utilizza un certo linguaggio è più seguito.

Il presidente americano Trump ne è l’emblema…

Ha violato più volte i regolamenti di Twitter, ma nessuno lo blocca. Perché quello è un account che porta numeri e soldi alla piattaforma. Twitter, tra l’altro, ha un effetto deleterio sulle donne. La percentuale di minacce che le donne ricevono su Twitter è alta. Ma Twitter non investe nella prevenzione del problema. Anzi, ha aumentato il numero di caratteri disponibili… 


Il ritratto

Eleonora Benecchi (Parma, 1977), specialista in cultura digitale, collabora con l’Istituto di media e giornalismo dell’USI ed è ricercatrice e docente di Culture Digitali e Social Media Management. Vive a Londra ed è autrice di varie pubblicazioni, tra cui l’ultima dal titolo “Di chi è questa storia?” (ed.Bompiani).