X

Argomenti popolari

INTERVISTA
CASSIANO LUMINATI

«Le comunità alpine, i valori comuni»

Alpfoodway vuole iscrivere il Patrimonio alimentare alpino nella lista del Patrimonio immateriale dell’Unesco. Dopo tre anni di lavoro e quasi tre milioni di euro, tutto è pronto per la fase politica. Ne parliamo con Cassiano Luminati, direttore del Polo Poschiavo, capofila di questo progetto.

FOTO
Alain Intraina
16 settembre 2019

Cassiano Luminati: «Il patrimonio almentare alpino è un forte elemento identitario».

Cosa racchiude la definizione di “Patrimonio alimentare alpino”?

Le pratiche sociali e culturali legate alla produzione, alla conservazione e al consumo di cibo. In pratica, tutto ciò che gira attorno al prodotto alimentare: terroir, saperi, gesti, tecniche, ricette, abitudini, riti e feste. A formare il patrimonio alimentare alpino concorrono centinaia di comunità che in ogni valle tengono in vita, innovandola, una produzione agroalimentare tradizionale.

Sono pratiche ancora vive…

Sì, il nostro intento è stato di fotografare quello che ancora avviene sulle Alpi in ambito alimentare. Le pratiche che abbiamo documentato sono diverse fra di loro, ma, dalla Slovenia alla Francia, sono basate sugli stessi valori in un territorio montano.

Quali sono questi valori?

Ne abbiamo definiti una decina. Per esempio, la cura del territorio, la biodiversità, la sostenibilità, in linea con gli obiettivi di sviluppo dell’Agenda 2030 dell’Onu. Per sopravvivere sull’arco alpino, le comunità nel corso dei secoli hanno inventato tanti metodi di coltivazione e di irrigazione. Sono saperi che si stanno perdendo, ma ancora “viventi” come li definisce l’Unesco.

Come avete raccontato questa unità che travalica le frontiere?

Alle comunità sull’arco alpino serviva dare una forma per veicolare questo sapere, un approccio pratico e multidisciplinare, senza confinare il discorso in un ambito teorico, da ricerca scientifica. È stato importante far dialogare le diverse comunità che, nei loro sforzi per salvare le loro tecniche agricole e alimentari, si sentono spesso abbandonate, perché il mercato non ripaga i loro sacrifici. Lo scopo è anche di offrire visibilità e riconoscimento al loro lavoro.

Che forma avete dato a questa narrazione?

Abbiamo lanciato Alpfoodway, un progetto Interreg Spazio Alpino che coinvolge 6 nazioni e 14 partner, che si è dotato di una Carta dei valori e ha creato un inventario dove, in circa 150 schede, sono spiegate le diverse pratiche agroalimentari ancora presenti sull’arco alpino, suddivise in diverse categorie. Alla compilazione di questo inventario hanno potuto e possono contribuire tutti, è un processo aperto e condiviso.

Perché si deve salvare il patrimonio alimentare alpino?

Perché è un forte elemento identitario ed è un patrimonio che rischia di scomparire a causa dello spopolamento, dell’invecchiamento della popolazione e degli effetti della globalizzazione. I gesti e le tecniche agroalimentari contribuiscono anche a preservare quel paesaggio produttivo e culturale, che è anche un’attrazione turistica.

E genera ricadute economiche.

Sì, perché quando si scopre che dietro questo paesaggio ci sono lavorazioni artigianali e tecniche tramandate da generazioni, si è disposti a pagare qualcosa in più per un prodotto di alta qualità. Alpfoodway si ispira alla strategia “100% Valposchiavo”, avviata quando ero presidente della Regione Valposchiavo, e che utilizza la produzione agroalimentare come veicolo di sviluppo sostenibile per un territorio di montagna.

Che attenzione c’è sull’aspetto “commerciale” in Alpfoodway?

Sono previsti modelli di commercializzazione e strategie di marketing che si basano su buone pratiche. Consideriamo anche la protezione della proprietà intellettuale, perché le pratiche agroalimentari alpine e il sapere correlato potrebbero far gola a chi è interessato a cavalcare la tendenza di rivalutare le filiere agroalimentari locali. Offriamo strumenti di tutela, il primo di questi è l’inventario, perché una volta che una pratica è messa nero su bianco è più difficile che altri possano appropriarsene.

Sono in ogni caso produzioni di nicchia: come si può promuoverle?

È un punto delicato, perché non si può applicare lo stesso tipo di promozione usata per i prodotti industriali. Abbiamo creato delle linee guida per aiutare le comunità alpine nella valorizzazione commerciale del loro patrimonio alimentare, evitando una “sovra commercializzazione” difficile da gestire e dannosa.

È importante anche la formazione.

È un tassello fondamentale per la trasmissione di queste pratiche e di questo sapere tradizionale. Quindi, è essenziale formare nuove persone per mantenerle in vita e rivalutarle e per adeguare il processo produttivo alle esigenze attuali. Nel progetto ci sono esempi di moduli di formazione in varie regioni e in diversi ambiti.

Quanto conta essere nella lista dell’Unesco?

Molto. È uno strumento efficace per salvaguardare questo patrimonio in pericolo e raccontare le pratiche delle comunità. Inoltre, il marchio Unesco è riconosciuto sul piano internazionale, soprattutto da quei turisti che vogliono far tesoro di conoscenze ed emozioni non di massa.

Alpfoodway coinvolge 6 nazioni, 14 partner, una quarantina di osservatori: quanto è stato complicato il coordinamento?

Meno di quello che sembra. È vero che fra Slovenia, Austria, Germania, Italia, Svizzera e Francia ci sono grandi differenze dovute alle politiche a favore della montagna nell’ultimo secolo. L’unità, però, si crea quasi per incanto sui valori sociali e culturali comuni. L’aspetto della diversità sotto questo cappello condiviso è ciò che rende interessante Alpfoodway, che diventa anche una piattaforma di scambio di esperienze.

Alpfoodway si avvia al rush finale: quali gli appuntamenti delle prossime settimane?

A inizio ottobre, si terrà la Festa del Pane Nero, il pane delle Alpi, alla quale partecipano oltre cento comunità dell’arco alpino, che faranno il pane negli stessi giorni. A Poschiavo si terrà il 12 e 13 ottobre insieme alla Festa della castagna. L’evento finale sarà il 29 ottobre a Milano, nella sede della Regione Lombardia, due giorni prima della chiusura ufficiale del progetto. Ci sarà una parte istituzionale, dove presentiamo il progetto nell’ambito della strategia alpina Eusalp, strumento dell’Ue per lo sviluppo dell’area alpina, a cui partecipa anche la Svizzera. Ci sarà anche una parte più emozionante, dove le comunità alpine presenteranno le loro pratiche tradizionali legati al cibo in un contesto urbano e tecnologico.

Quali i tempi della candidatura?

Sarà una candidatura multinazionale, coordinata dall’Italia, e presentata dalle comunità come richiesto dall’Unesco. E sarà veloce, perché il lavoro svolto da Alpfoodway è la base per un dossier di candidatura. Da ottimista credo che, con un convinto supporto politico e delle comunità alpine, la nostra potrà essere depositata il prossimo anno e dunque nel 2021 il Patrimonio Alimentare Alpino potrà già figurare nella lista del Patrimonio immateriale dell’Unesco.


Il ritratto

Direttore del Polo Poschiavo, Cassiano Luminati, classe 1971, è cresciuto a Poschiavo ed è stato presidente della Regione Valposchiavo ai tempi del lancio del progetto “100% Valposchiavo”. Il Polo Poschiavo è un centro di formazione e si occupa anche di sviluppare progetti per il territorio. È stato tra l’altro il partner svizzero per l’inserimento dell’Arte dei muri a secco nel patrimonio immateriale dell’Unesco.

www.alpfoodway.eu