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Un eden impoverito – di Daniele Maggetti

TESTO
23 luglio 2018

Non sono biologo, e la passione che ho da sempre per le piante e i fiori è un hobby nel quale le conoscenze strettamente botaniche sono in fondo quasi accessorie, se misurate alla parte dedicata all'osservazione, anzi, alla contemplazione, delle specie fiorite che mi piace ritrovare stagione dopo stagione. 

I soggiorni in una valle ticinese durante la bella stagione, di conseguenza, sembrerebbero dover coincidere con momenti privilegiati di scoperte erborizzatrici. Purtroppo non è più il caso.
Ribadisco che i miei commenti sono quelli, miopi, di un escursionista che si limita a constatare dei cambiamenti, senza essere in misura di determinarne con certezza le cause. Nella regione che frequento con assiduità, il bosco, rigoglioso, incalza, il verde è ovunque. Ma da oltre un decennio, dai prati (che non vengono più falciati) sono scomparse le orchidee e le genzianelle; sotto i cespugli, il mughetto si è fatto raro; sui pascoli un po' più alti, se capita ancora di imbattersi in qualche giglio rosso, non si vedono più nè gigli martagoni nè botton d'oro; e la marea bianca dei narcisi di maggio, che un tempo ricopriva le pendici e si scorgeva da lontano, è ormai circoscritta a superfici molto ridotte. Ecco il paradosso: siamo immersi in una natura per certi versi invadente, vista e considerata la vivacità di felci, rovi e affini, tenuti a distanza da proprietari di rustici assediati da ramaglie tentacolari; ma questa esuberanza vegetale non significa che la biodiversità sia in aumento, anzi. La proliferazione di neofite invasive, come la buddleja che cresce ormai anche nei letti discosti di riali alpini, è un ulteriore fattore di un impoverimento botanico che tende ad estendersi e a generalizzarsi.
I mutamenti avvenuti nella gestione del territorio in seguito all'abbandono delle attività agricole sono sicuramente responsabili di una parte delle variazioni della flora alle quali ho  appena accennato. Che siano da collegare al riscaldamento globale, dicono alcuni, non è scientificamente appurato,  e non dispongo delle competenze che mi permetterebbero di affermare il contrario. Mi sembra  comunque che sarebbe imprudente trascurare il fatto che quelle alterazioni microscopiche sono assimilabili ad altrettanto sintomi, ancora poco vistosi, ma in costante aumento, del drammatico avvicinarsi di catastrofi ambientali annunciate e sempre più tangibili, di cui siamo tutti responsabili, ma che preferiamo rimuovere dai nostri  pensieri.


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