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«Lavorare il marmo è qualcosa di magico»

L'INCONTRO — Fabio Bernasconi, giovane malcantonese che ha seguito la passione per la scultura dall'India a Carrara. Una storia di avventure degne di Salgari.

29 settembre 2014

Fabio: Per me la purezza e la semplicità sono meditazione


L'intervista

Non è difficile capire lo stupore dell'autista indiano che apre la portiera del bus per lasciar scendere Fabio Bernasconi in mezzo al nulla. Che cosa ci fa un giovane straniero con uno zaino sulle spalle a Makrana, un paesino nel mezzo del desertico Rajahstan? «Sapevo che già anticamente il Sud dell'India era un famoso

centro di scultura. Con quest'unica informazione e affascinato da questa terra misteriosa, sono partito alla scoperta del Paese. E così sono iniziate le mie avventure, quasi come nei libri di Salgari – inizia a raccontare sognante Fabio, come se anche lui non si capacitasse ancora di tutte le peripezie che si appresta a narrarci –. Sceso dal bus mi sono incamminato lungo la strada polverosa, arrivando nel mezzo di enormi cave di marmo. Poi mi imbattei in quello che scoprii in seguito essere il figlio del mahraja del luogo, che mi chiese cosa ci facessi lì. Gli raccontai del mio interesse per il marmo e per le religioni. Allora mi domandò quale fosse la mia divinità induista preferita. Quando risposi che era Krishna, mi spalancò le porte di casa sua e mi ospitò per un mese e mezzo. Mi trovò addirittura un posto di lavoro presso degli scultori locali». Al suo rientro, l'allora ventenne malcantonese scolpisce una delle sue prime sculture: un Bodhisattva in marmo di Arzo. «È una statua significativa per me. È il Buddha prima dell'illuminazione e rappresenta la ricerca di spiritualità».

La formazione in Italia
Fabio si lancia deciso sul suo nuovo cammino, mettendo da parte l'apprendistato e il posto sicuro in ufficio. Si iscrive allo Csia, si diploma in due anni e va a Carrara per frequentare l'Accademia delle belle arti che però lo delude. «Capii che la scultura andava imparata da chi la fa e non a scuola».  E così Fabio si mette alla ricerca di un laboratorio che lo prenda a bottega, come si faceva ai tempi. Finalmente viene accolto nel laboratorio di Ortonovo dei gemelli Lorenzini, che mettono alla prova la sincerità della sua motivazione. «Il primo giorno mi fecero spazzare il pavimento. Il secondo mi fecero fare ordine. Poi mi mandarono a guardare cosa facevano gli altri apprendisti… Era trascorso più di un mese in questo modo e un giorno, mentre ero occupato in uno dei compiti un po' noiosi che mi avevano affibbiato, approfittando della loro assenza, misi mano a una lapide che stavano preparando. Mi colsero in flagrante e mi feci rimproverare perché non me ne avevano dato il permesso, ma ammisero che avevo migliorato l'aspetto dell'opera. Il giorno dopo mi affidarono un blocco di marmo, consegnandomi la foto di come avrei dovuto trasformarlo e il termine di consegna al cliente. Tre giorni. Mi misi di buona lena e riuscii nella sfida. Da allora si convinsero della mia motivazione e delle mie capacità». Fabio resta in laboratorio per 10 anni, scoprendo man mano i segreti della lavorazione del marmo che gli artigiani custodiscono gelosamente. «I primi 5-6 anni non ho osato fare niente di mio. Lavorare il marmo è innanzitutto rispetto e umiltà. Prima devi imparare la tecnica, solo successivamente puoi dedicarti alla creazione». Durante gli anni toscani, Fabio torna spesso a Fescoggia. «Sono molto legato a questi luoghi. I ticinesi, i malcantonesi, furono grandi artisti e per me, fare scultura è ripercorrere le orme degli avi  dedicandomi a una professione che qui ormai è scomparsa».

Fabio ha fatto tesoro dell'arte imparata a Carrara e da qualche tempo produce sculture proprie, che poco somigliano ai lavori eseguiti dai suoi mentori. E si è anche lanciato nel design, producendo artefatti in marmo, la sua pietra preferita. «Prediligo l'arte astratta. Cerco l'essenzialità delle forme. Parto da schemi complessi e li sintetizzo. Per me la purezza e la semplicità sono meditazione. Le mie sculture mi danno respiro e spero che lo diano anche a quelli che le osservano» spiega mostrandoci alcune delle sue realizzazioni: forme geometriche, simmetriche, linee pulite.

Intanto, nel suo piccolo laboratorio di Vezio, il solare trentaquattrenne si sta preparando per il Salon d'Automne di Parigi, dove tre anni fa ha vinto il premio «Edouard-Marcel Sandoz». Ma considerando che il lavoro d'artista non sempre permette di sbarcare il lunario, Fabio svolge svariate altre attività... «La mia vita è un'avventura! Non la cambierei con quella di nessun altro! Ho tanti sogni e per ora ne ho realizzati parecchi» confessa sorridente. Ma la Toscana gli manca. «Laggiù si respira l'arte, si vive con maggiore allegria, seguendo i ritmi delle stagioni. Ho stretto una forte amicizia con i miei maestri e con la gente del luogo: gli apui sono persone schiette, ruvide, anarchiche, ma di cuore. È da loro che ho vissuto i miei anni più belli. Lavorare il marmo con loro è qualcosa di particolare e un piacere indescrivibile. Si condividono esperienze di un mestiere che esiste da millenni, con i suoi trucchi e con le sue alchimie, che a volte risalgono ai tempi degli egizi... È davvero qualcosa di magico!». l

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