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Un medico da Pardo

IL PERSONAGGIO — Beppe Savary-Borioli è medico in Val Onsernone e a Locarno. Durante il Festival del Film, è anche il medico ufficiale della rassegna cinematografica.

04 agosto 2014

Beppe Savary-Borioli, da qualche anno lavora dietro le quinte del Festival del Film di Locarno.


L'intervista

Da qualche anno il Festival del film di Locarno ha un medico ufficiale… E non si tratta di un uomo qualunque. Beppe inizia a rivelarmi un po' della sua vita partendo proprio da questa esperienza. «Sono dieci giorni  particolari in cui sono disponibile al 100% per qualsiasi evenienza», spiega il medico generalista e medico d'urgenza,  «il tutto è nato come rinforzo e complemento del dispositivo sanitario del SALVA, il servizio autoambulanza del Locarnese e valli, ma spesso si tratta semplicemente di dare un consiglio o di indirizzare gli ospiti verso i medici e le strutture adeguate presenti in zona, mentre altre volte mi è capitato di dover scortare per una giornata intera personalità illustri».

Ogni sera, in Piazza Grande, sta appostato in un angolo dietro al fatidico red carpet… «La speranza chiaramente è che non ci sia bisogno del nostro intervento ma, siccome non si può mai sapere, la nostra presenza può rivelarsi provvidenziale», spiega. Gli organizzatori del Festival dormono sonni più tranquilli: sanno chi contattare quando un ospite ha un problema di salute o un organizzatore necessita di una consulenza last second. Per questo medico di lunga esperienza si tratta però solo di una parentesi lavorativa fuori dalle righe.

Sono sempre raggiungibile, 7/7. Mi occupo di molti picchetti»

Beppe Savary-Borioli infatti è una persona molto impegnata… Da molti anni, non si separa mai dal telefono e della radio per le chiamate urgenti. Le sue funzioni lavorative gli richiedono di essere sempre reperibile, si divide infatti tra due ruoli di responsabilità. A Locarno, è il direttore medico del servizio d'ambulanza, mentre a Russo, dove vive con la moglie, è direttore medico del CSO, il «Centro Sociale Onsernonese» e del suo ambulatorio medico. «Lavoro metà in valle e metà a Locarno. Sono sempre raggiungibile, 7 giorni su 7, sono un punto di riferimento e mi occupo di molti picchetti anche a livello cantonale. Al momento sto cercando dei medici interessati a lavorare in valle, ma non è evidente», mentre Beppe si racconta non nasconde una nota di stanchezza. Il nostro incontro, presso la sede del SALVA,  è emblematico... Nel giro di un'ora, la nostra chiacchierata viene interrotta più volte per emergenze e da una telefonata da parte di una collega dell'ambulatorio onsernonese che si consulta con Beppe. A dargli la carica e ad  ispirarlo, sia nella vita professionale che in quella privata, sono sempre state le relazioni umane. «Proprio per questo motivo mi sarebbe piaciuto fare l'insegnante, infatti adesso insegno in vari posti, tra i quali la scuola per i soccorritori – confida – ma durante la mia gioventù, il capo dell'educazione pubblica del Canton San Gallo, che allora era legato al militare, mi disse che avrebbe fatto di tutto per non darmi un incarico».

Era politicamente non desiderato a causa del suo orientamento di sinistra, faceva parte del post '68 e questo bastava a renderlo scomodo. «Per l'amor del cielo non sono mai stato pericoloso però è vero che mi esponevo senza troppa paura, in quegli anni tendevamo a dire quello che pensavamo:  già allora puntavamo tra l'altro il dito sul deficit nella formazione di personale medico e paramedico in Svizzera, una lacuna oggi divenuta un problema cruciale».  Non potendo seguire la via dell'insegnamento optò quindi per gli studi di medicina, una seconda scelta  in parte ispirata dal padre anch'esso dottore. La forza motivante per Beppe è sempre stata il desiderio di lavorare a contatto con le persone, dai membri dei team con cui collabora assiduamente ai pazienti che talvolta si trasformano in buoni amici.

Nel corso della sua carriera ha intessuto moltissimi contatti umani che oggi formano il reticolo prezioso di fiducia, affetto e riconoscimento reciproco che definisce la sua vita.  «Il lavoro in valle mi permette di creare relazioni a lungo termine con i pazienti, molti dei quali conosco ormai da diversi decenni», spiega, «tramite gli interventi d'urgenza invece, oltre all'aspetto tecnico che deve essere padroneggiato, è necessario entrare in empatia con la persona con molta rapidità e riuscire a relazionarsi in modo efficace, stabilendo un legame di fiducia. Spesso si viene chiamati in situazioni estreme: magari la persona ha attraversato le strisce pedonali in piena salute, viene investita e, da un secondo all'altro, passa da uno stato di vita normale alla vita di paziente. Noi come servizio di soccorso dobbiamo gestire il primo contatto».  Nella maggior parte dei casi, in un tempo estremamente breve, si creano dei legami molto forti. Oltre alle relazioni che nascono intorno alla sua figura di medico, Beppe ha una felice vita famigliare. È grato alla moglie Martine ed alle figlie Medea e Julie per la pazienza che hanno sempre avuto con lui e per averlo saputo «dividere» con i pazienti. «Senza il loro sostegno e la loro comprensione non avrei potuto vivere la mia professione e le responsabilità che ne derivano in modo così sereno», sottolinea con affetto.  Per gli anni a venire si immagina di ridurre poco a poco gli impegni, passando le proprie conoscenze alle nuove leve, lavorare come volontario in vari progetti sanitari all'estero e godersi la sua bella casa nel verde di Russo, i viaggi e anche un po' di dolce far niente…

Il ritratto