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«Io, mamma e imprenditrice sprint»

Jaqueline Ribi Favero ha lavorato per vent'anni nel settore bancario e poi la svolta. Apre degli asili nido e diventa presidente dell'associazione mantello delle strutture d'accoglienza per l'infanzia in Ticino.

18 dicembre 2017

Il ritratto

Prima di vederla, sento la voce. Giro l'angolo e Jacqueline mi viene incontro con un grande sorriso aprendomi il cancello del nido di Muralto. Lo ha chiamato il “Cucciolo” e per lei è come un figlio, il terzo dopo i suoi due naturali che si chiamano Diamante e Oceano. Caschetto biondo e occhi azzurri, mi colpisce subito l'energia che esprime
attraverso le parole, tante e appassionate, specialmente quando parla di bambini. Dopo il “Cucciolo” ha aperto altre strutture e oggi dirige due nidi dell'infanzia, un centro extrascolastico, uno di socializzazione e due mense sociali. «Da me dipendono 25 persone alle quali va il mio più profondo ricono scimento». Oltre alla gestione di queste realtà, Jacqueline Ribi Favero è anche presidente dell'Atan, l'associazione mantello delle strutture d'accoglienza per l'infanzia in Ticino.

Dalle banche ai nidi

Nata e cresciuta a Minusio, ultima di cinque figli, Jacqueline ha avuto come grande esempio sua madre. «Mio padre è deceduto quando avevo 5 anni e mia madre ha dovuto crescere una famiglia numerosa, dividendosi tra lavoro e famiglia». Al nido Jacqueline è arrivata da tutt'altro ramo, quello bancario. «Dopo vent'anni di fedeltà al mio datore di lavoro, è arrivata la crisi della piazza finanziaria. Nel contempo sono diventata madre: la mia vita ha preso una svolta decisiva nel momento in cui ho deciso di cogliere una sfida e mettermi in proprio».



Lo spirito imprenditoriale lo ha sicuramente ereditato dai genitori, entrambi cuochi e con un fiuto particolare per gli affari. «Hanno iniziato acquistando l'albergo Schiff di San Gallo e in seguito si sono trasferiti nel Canton Turgovia, dove hanno ripreso un altro albergo». Un evento drammatico ha però cambiato la loro vita: a 34 anni il padre di Jacqueline ebbe un ictus. «Era diventato inabile al lavoro e bisognoso di cure 24 ore su 24. Gli prescrissero il trasferimento in Ticino per il suo clima favorevole». A seguito di gravi complicazioni, dopo dieci anni il padre di Jacqueline morì e la madre prese in gestione una pensione. «Anche se oggi non c'è più, mia madre è fondamentale. La sua grande saggezza, l'acume, la perseveranza, la correttezza e l'amore incondizionato verso il prossimo mi guidano quotidianamente nelle mie scelte. È, e rimarrà, il mio più grande punto di riferimento».

La commozione di Jacqueline si sente, le chiedo se le dispiace non aver seguito la carriera dei genitori. «Nell'ambiente alberghiero si cresce completamente soli. Nessuno ha tempo. Sette giorni su sette. Soldi per la baby sitter non ce n'erano quindi l'asfalto, la copertina e tante ore di solitudine erano gli ingredienti della mia giornata da bebè. Appena autosufficiente, ho iniziato a lavorare. A 5 anni il mio compito principale era pulire i water delle stanze degli ospiti e “pettinare” le frange dei tappeti. Le mie estati erano occupate dal lavoro e la parola vacanza è entrata nel mio vocabolario all'età di 17 anni, quando sono andata un anno a Londra come ragazza alla pari per imparare l'inglese. Ritornando alla sua domanda, se mi manca? No. Però oggi, con l'esperienza maturata potrei anche immaginarmi in quel contesto. Le sofferenze passate hanno lasciato ferite che oggi possono essere viste con serenità, molta consapevolezza e tanta autoironia». In realtà la carriera nell'alberghiero ha solo saltato una generazione. «Il Dna non mente: mio figlio sta seguendo una formazione di Hotel Management e Turismo a Lucerna».

Jacqueline non finisce di affascinarmi: mi racconta che ha nuotato a livello agonistico, anche se da piccola il suo sogno era ballare. «E l'ho realizzato». Balla da quando aveva 16 anni e dopo aver trascorso un anno a New York è tornata in Ticino ed ha insegnato danza per undici anni.

Penso sempre di più che Jacqueline sia una donna piena di energia. Un piccolo tallone d'Achille però lo scopro: «Il mio problema è alzarmi, sembro un bradipo che si trascina per casa. Una caffettiera colma di caffè bollente, gli esercizi dei 5 tibetani, una doccia e il trucco mi rendono lentamente presentabile».

Nuovi stimoli

Jacqueline ama le sfide del suo lavoro. «La mia linfa vitale sono le persone meravigliose che ho conosciuto, che stimo e guidano la mia vita». E tra dieci anni come si vede? «Se il dono più prezioso che mi è stato regalato – la salute – tiene, andrei avanti come oggi sempre alla ricerca di nuovi stimoli e progetti».
Un ultimo pensiero prima di salutarci va al marito. «Ha tanta, tanta, tanta pazienza – conclude Jacqueline – e spera che, prima o poi, io riesca ad arrivare puntuale agli appuntamenti!».