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Incontri

Una vita al confine tra cucina e poesia

Pragmatismo e creatività sono fondamentali per destreggiarsi con eleganza tra libri e fornelli. Incontro con Rodolfo Cerè, il nuovo columnist di Cooperazione. — GUDRUN DE CHIRICO

16 gennaio 2017


A partire da settimana prossima, Rodolfo Cerè sarà una nuova voce della rubrica «Punto a capo» . (Foto: Annick Romanski)

Il ritratto

C'è cibo per il corpo e c'è cibo per la mente. Che a volte non stanno neppure in piatti separati se trovi chi ha fatto delle sue passioni una vita di frontiera. Apparecchiata proprio lì, al confine tra cucina e scrittura. Parola di un cuoco-poeta. «Sono due attività diverse, ma che mostrano affinità. Entrambe richiedono tempo, cura e fantasia e non vanno dissociate da quell'idea di piacere che sta alla base di tutto. Sia quando si fa del pane in casa o dei buoni cioccolatini sia quando ti arrivano quei momenti in cui scrivi poesie a raffica». A raccontarsi, Rodolfo Cerè, nato a Mendrisio nel 1979. Uno di quelli che sa destreggiarsi con eleganza sia nel mondo delle pentole che in quello della pagina bianca. Non a caso, a partire dal prossimo numero, Cooperazione sarà ospite ogni mese della rubrica «Punto a capo». «Sono ben consapevole che adesso la cucina sia diventata un fatto di moda, soprattutto per come viene spettacolarizzata attraverso tutta quella serie di programmi tv che alla fine offrono una distorsione della realtà. È un po' come se tutti dovessero diventare cuochi in versione Masterchef, ma a me quel tipo di approccio alla talent show non piace per niente». 

La lunga gavetta
Non è solo questione di scorciatoie: per Rodolfo il mangiare è una cosa seria, anche perché, prima di arrivare a essere un professionista dei fornelli, il percorso è stato una lunga gavetta. «Sono finito a fare il cuoco quasi per caso, subito dopo le scuole medie. Ho fatto l'apprendistato a Chiasso e Mendrisio, assieme a una specializzazione per le diete rivolte ad anziani, diabetici, celiaci. Poi, la svolta è avvenuta tra il 2001 e il 2004. Tre annate meravigliose: con il lavoro in un'azienda vinicola a Montalcino in Toscana, accanto allo chef tedesco Guido Havercock siamo arrivati a guadagnarci una stella Michelin». Un'esperienza forgiante che, oltre ad aprirgli anche una formazione da sommelier, gli ha fatto sempre più prendere coscienza di quanto ormai l'attenzione verso il cibo stesse cambiando. «Quando ero piccolo, la gente non si faceva tante domande e mangiava quello che le veniva messo davanti. Ora c'è tutto un altro tipo di attenzione, un vero cambio di atteggiamento non solo nei confronti dell'industria alimentare, ma anche per quel che concerne gusto e salute». Ma le scommesse sono sempre all'ordine del giorno. E così, ecco il ritorno in Ticino, 8 anni di permanenza in una grossa azienda dove cucina per centinaia di persone al giorno. E poi ancora l'attestato federale come capo-cuoco fino all'inizio di un nuova avventura – accettata da poco – in un ristorante zurighese. «Tutta la mia vita professionale è stata un sali-e-scendi di livelli ma ogni fase è stata fondamentale. Non è la stessa cosa far da mangiare per pochi con tante ore a disposizione o farlo per 300 con una tempistica molto più ristretta. Bisogna infatti essere versatili, con le giuste dosi di pragmatismo ma anche di creatività». 

Un amore giovanile
A maggior ragione, se poi a questa passione Rodolfo abbina da sempre quella della scrittura, iniziando a scrivere le sue prime poesie a 12 anni. «È stato un amore giovanile che ho dovuto a lungo accantonare nel periodo più duro dei miei studi. Poi, a 26 anni è bastata una stagione di vita più tranquilla, mi sono ritagliato i miei spazi di lettura e ho ripreso il filo interrotto». La voglia di poesia che riparte ed ecco anche le pubblicazioni. Dalle svariate raccolte poetiche per la casa editrice LietoColle di Faloppio come «Lo stato emotivo delle cose» ai recenti 150 aforismi nell'antologia «Geografie minime» (Joker, 2016). Per Rodolfo un vero impegno, perché, come il cibo, anche il leggere e lo scrivere sono cose serie. E per chi si muove su questi doppi versanti, è forse inevitabile che anche l'arredo di casa ne venga influenzato. «La mia libreria è fatta di cassette di vino, quelle tipiche, in legno».  Sono gli ingredienti comuni di due attività che hanno anche altri punti di contatto. Perché se la passione è il fuoco all'origine del tutto, poi c'è l'intero lavoro che si deve fare giorno dopo giorno sulla tecnica per arrivare a conoscenze sempre più affilate. Vale per l'universo gastronomico, vale anche per quello che viene veicolato con i versi. «Bisogna esercitarsi di continuo e soprattutto capire ogni volta cosa si può fare con i mezzi che si hanno a disposizione. Certo, la vita non è solo cucina o poesia, ma io quando cucino mi sento di fare poesia e quando scrivo è come se stessi preparando dei cibi per la mente». Quando l'appetito chiama, una cosa inizia dove finisce l'altra. 

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