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RITRATTI
IVAN BALLINARI

“Strusava” col moz, oggi è un pilota d'oro

Ivan Ballinari, classe 1977, è il primo ticinese ad aggiudicarsi il titolo svizzero di rally. Una vittoria dedicata a papà Giorgio, che gli ha trasmesso la febbre per i motori. Ma anche al figlio Jules, protagonista del momento chiave della sua stagione.

TESTO
FOTO
LUDOVIC CARNAL / MAD
03 dicembre 2018

Da ragazzino “strusava” col motorino nell’officina di papà Giorgio, piccolo garagista di Monteggio. Per giornate intere se ne stava lì, immerso tra gli odori della benzina, con le mani sporche di grasso. Frammenti del passato di Ivan Ballinari, classe 1977, di Vernate, neo campione svizzero di rally. Un’impresa storica, dedicata proprio anche a papà Giorgio. «L’uomo – ammette Ivan – che mi ha trasmesso la febbre per i motori».

Lo stop e la risalita

Mai prima d’ora il titolo rossocrociato era stato vinto da un equipaggio ticinese. Ci è riuscito il 41enne malcantonese, coadiuvato dai suoi due navigatori, Paolo Pianca e Giusva Pagani. «Loro, intercalandosi, rappresentano il mio computer di bordo. Da solo non farei nulla. I navigatori fanno un lavoro sporco, ma cruciale. Mentre noi piloti siamo un po’ prime donne, amiamo essere coccolati». Il sigillo alla grande impresa, per il Lugano Racing Team, la “squadra” di Ivan, è arrivato a metà ottobre, al rally del Vallese. Il 41enne di Vernate, nel ripercorrere la stagione, non può non ripensare anche ai momenti più duri. In particolare a quella pausa forzata di maggio. «Un giorno mio figlio Jules, di due anni, perse l’equilibrio e cadde da un pendio. Nel tentativo di proteggerlo, mi sono lanciato anche io, rimediando un brutto infortunio alla schiena». A quel punto il team di Ivan aveva già disputato due gare, ed era messo molto bene in classifica. «A causa dell’incidente ho dovuto saltare la terza gara. Le carte si sarebbero rimescolate. Eppure, quel brusco stop mi ha dato una forza straordinaria, ha rappresentato un momento chiave della mia stagione. Grazie al supporto di mia moglie Laura ho capito che volevo, dovevo, fare qualcosa di grande. Anche per mio figlio. Fa parte del mio carattere, cerco sempre di convertire il negativo in positivo, sono così pure nella vita lavorativa».

Ivan Ballinari: «Un conto è la gara, un conto la quotidianità. Sulla strada sono prudentissimo».

Isolamento prima delle gare

Di mestiere Ivan è responsabile dopo vendita in una grande concessionaria del Luganese. Le auto lo accompagnano in ogni attimo della sua quotidianità, praticamente da sempre. «Da adolescente, senza esitazioni, ho scelto l’apprendistato di meccanico. E appena ho compiuto i 18 anni sono corso a fare la patente. Poco dopo, ho iniziato a fare competizione. Slalom, corsa in salita… Nulla, però, mi affascinava come il rally, la disciplina che pratico ormai da 17 anni». Papà Giorgio segue Ivan da sempre. Mamma Wanda, invece, vorrebbe che smettesse. «Lei ha paura che mi capiti qualcosa di brutto. I rischi ci sono, certo, non lo dimentico. Ecco perché prima di ogni gara è fondamentale la ricognizione. Si va sul posto, col navigatore, e si percorre il tragitto a velocità normale, individuando i passaggi più complicati. Poi è cruciale anche l’aspetto mentale. Io ho una specie di rito. Nei momenti che precedono la competizione, mi isolo, allontano ogni distrazione dal- la mia testa».

Tra incognite e pregiudizi

Vorremmo vedere, dal vivo, l’auto di Ivan, la Skoda Fabia classe R5 con cui ha vinto il titolo elvetico. Ma non si può. Perché la vettura si trova parcheggiata in Piemonte. «La macchina mi tocca noleggiarla e non ho particolari possibilità di provarla al di fuori delle gare». Il capitolo finanze è piuttosto spinoso. Ivan abbozza una smorfia. «Gli sponsor li dobbiamo cercare noi. Siamo fortunati, abbiamo un fan club, un presidente fantastico di nome Andrea Togni, gente che si dà da fare per aiutarci. Non mi sento assolutamente sullo stesso livello economico di altri campioni svizzeri del recente passato. Anche per questo il nostro exploit ha doppiamente del miracoloso. Ci piacerebbe, ad esempio, partecipare, un giorno, a una gara di un mondiale. Ma i costi sono enormi. In Svizzera, di base, il professionismo non esiste. Ogni volta dobbiamo fare calcoli, capire se vale la pena partecipare a una competizione». È una condizione emotiva con cui Ivan e il suo team sono ormai abituati a convivere. «Così come siamo abituati a sentire le critiche di alcuni sul tema dei rally. C’è chi sostiene che inquinino. Eppure, nella nostra disciplina, le norme per la protezione dell’ambiente sono severe. Altri puntano il dito contro l’alta velocità, ipotizzando che il rally incentivi comportamenti scorretti alla guida. Ma un conto è la gara, un conto è la quotidianità. Proprio partecipando a un rally capisci quanto sia importante non fare certe cose nella vita di tutti i giorni. Io, ad esempio, sulla strada sono prudentissimo».