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Ecco l'uomo più vecchio della Svizzera

Le ginocchia non gli reggono più. Ma Djafar Behbahanian, 115 anni, ha ancora lo spirito di un ragazzino. Lo abbiamo incontrato a casa sua.

03 aprile 2018

Il ritratto

TESTO: ANDREAS W. SCHMID – FOTO: PINO COVINO

A Djafar Behbahanian piace questo posticino accanto alla finestra. «Beautiful sun – dice mentre i raggi del sole gli carezzano il viso –. Beautiful weather». Ma prima o poi, come al suo solito, diventa impaziente. Allora chiede a sua moglie Doris, in inglese: «Quando usciamo?» e con ciò non intende un giretto nel quartiere. Vuole andare lontano. In battello fino a Francoforte o ai bagni termali di Bad Ragaz. Qualche volta sogna persino di viaggiare fino in Iran, il suo paese d'origine. «Non credo proprio! – lo frena sua moglie sorridendo –. Non sei più un giovanotto». E non ha tutti i torti: Djafar Behbahanian ha da poco compiuto 115 anni. È la persona più anziana in Svizzera e una delle più anziane nel mondo. Ma la parola «vecchio» non gli piace: «Per favore, non dica così». Anche se ha avuto una vita molto lunga e se ha vissuto così tante cose, non ha l'impressione di avere 115 anni. Per gli spostamenti più impegnativi si serve però di una sedia a rotelle. «Le ginocchia non mi reggono più» dice. Alcuni ricordi risalgono a oltre nove decenni or sono, ma rimangono freschi nella sua memoria. Rievoca con piacere soprattutto gli anni degli studi, «il periodo più bello della mia vita». Nato nel 1902 a Khorramshahr, sul Golfo Persico, perde sua madre all'età di quattro anni. Qualche anno dopo, suo padre, un uomo d'affari, lo manda in Libano, a Beirut, dove si iscrive alla facoltà di economia dell'Università americana. Nel tempo libero pratica molto sport. Ha una vera passione per il calcio e la pallacanestro. «Ero anche un bravo tennista», dice con occhi vispi.

Affinità

Poi però abbassa per un attimo lo sguardo, che s'incupisce. Non aveva potuto laurearsi. Dopo il naufragio della sua nave mercantile, suo padre aveva perso la principale fonte di reddito e non era più in grado di pagare gli studi del figlio, che si è visto costretto a tornare in Iran. Ma Djafar Behbahanian non si è perso d'animo, il che, a suo avviso, l'ha aiutato a vivere così a lungo: «Bisogna pensare solo alle cose positive!». Così, nonostante tutto, riesce a fare carriera, diventando consulente finanziario e vice maggiordomo di Reza Pahlavi, lo scià di Persia, per conto del quale viaggia nel mondo intero. Durante un soggiorno a Basilea negli anni Sessanta, incontra quella che diventerà la sua seconda moglie. Doris ha 36 anni meno di lui e lavora come corrispondente. L'affinità tra i due è immediata, ma ci vorrà altro tempo prima che il destino li porti a legare le loro vite in modo definitivo. La prima fase della vita di Djafar Behbahanian finisce nel 1978 con la rivoluzione islamica, quando è improvvisamente costretto a lasciare l'Iran. Sul volo Swissair in realtà non ci sono più posti, ma un agente di sicurezza gli cede la sua poltrona, sedendosi per terra. La Svizzera gli concede il permesso di rimanere, una decisione per la quale sarà sempre grato al nostro Paese. «So nice people here in Switzerland. Wonderful people».
Sono quarant'anni che vive qui, anche se non ha la cittadinanza svizzera. Per la
naturalizzazione avrebbe dovuto imparare il tedesco, «ma a settantacinque anni non era più possibile» sostiene la moglie, che gli è sempre accanto. Ma anche dopo l'età del pensionamento è riuscito a costruirsi una nuova vita: si è messo a fare affari nel settore immobiliare negli Stati Uniti con denaro prestatogli da amici banchieri basilesi. Ha lavorato molto, «many, many years» come dice lui. Così si svela la sua formula per una lunga esistenza: pensiero positivo, una compagna di vita attiva al suo fianco e tanto lavoro. Ma non c'è dell'altro? Glielo chiedono spesso. E lui ha la risposta pronta: «niente sigarette, niente alcol, poco sale e poco zucchero». Ciononostante, una fetta di torta alle fragole e un paio di datteri dopo pranzo se li
concede.


Figli ultraottantenni

Verso le sei e mezza di sera va a dormire. A volte si sveglia durante un'ora o due «e allora vuole chiacchierare» dice sua moglie. Poi torna a dormire, solitamente fin verso le nove. Alle undici fa colazione: frutta, un cornetto con un po' di miele, un pezzetto di formaggio, porridge e, per finire, un uovo sodo di galline allevate in modo rispettoso. Djafar Behbahanian è contento di aver ricevuto ospiti oggi e non esita a farmi il baciamano, anche se ci conosciamo da appena due ore. Tanta gente viene a trovarlo, tra cui, spesso, uno o l'altro dei sei figli che ha avuto dal primo matrimonio e che oggi vivono sparsi per il mondo. Hanno loro stessi ottant'anni o più. Lui vive giorno per giorno. «Sono come una candela la cui fiammella si attenua sempre più» dice quando ci congediamo.