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RITRATTI
FRANçOIS LAFRANCA

Fabbricante di carta

François Lafranca è un artigiano e in quell’atelier immerso nel verde trasforma la materia in poesia. Le sue opere, ora esposte al museo di Intragna, sono state presentate in prestigiose gallerie internazionali.

FOTO
MÉLANIE TÜRKIYLMAZ
02 ottobre 2018

Vorrei avere una carta diversa per scrivere di François Lafranca. Lui, che da una vita si occupa di preparare con tanta cura i fogli sui quali artisti del calibro di Enrico Castellani e Piero Dorazio hanno realizzato le loro opere. Lui, che nella discrezione di un nucleo appartato della Vallemaggia dipinge, crea sculture, trasforma batuffoli di seta, cotone e lino in carta, stampa fotografie e suona musica jazz.
L’atelier dove concretizza la sua arte è incorniciato dalle fronde degli alberi. Il verde tutt’intorno e il rumore del fiume Rovana creano un’atmosfera surreale, come se lì il tempo scorresse con un altro ritmo. E François Lafranca quando racconta la sua storia sembra non voler rovinare quella sensazione e misura con attenzione le parole.
Nato a San Carlo, in Val Bavona, nel 1943, vive a Bienne per tutto il periodo scolastico, dove emerge la sua vena creativa. A tredici anni trascorre notti intere a dipingere e modellare sculture alte quanto lui. Quando può, inforca la bicicletta e pedala fino al museo di Berna per nutrirsi di arte. «A undici anni visitai la Kunsthaus di Zurigo e rimasi affascinato dalle opere di Ben Nicholson (pittore britannico, 1894-1982, ndr.). Dieci anni dopo stampavo per lui». Poco più che ventenne, infatti, Lafranca torna in Ticino e apre a Locarno una cartiera ritirando i macchinari da una ditta di Zurigo e sviluppando stampe con le tecniche dell’acquaforte e dell’acquatinta. In breve tempo la sua arte e manifattura si fanno conoscere, mentre si affermano le collaborazioni con altri artisti, da Jean Arp ad Hans Richter, da Italo Valenti ad Arturo Bonfanti.

L?artista valmaggese realizza quadri, sculture e suona musica jazz.

La produzione della carta

Nel 1973 trasferisce l’attività a Collinasca, in Valle Rovana. «Era una segheria in disuso. Lo scantinato era un ammasso di sassi; dopo averlo ripulito vi ho ricavato nuovi spazi e costruito le vasche per defibrare i tessuti per la produzione della carta; la soffitta invece è stata adibita all’essiccazione». La mansarda (nella foto grande) è illuminata da un mosaico di finestre rivolto a Sud; sui tanti fili che percorrono il sottotetto, la carta è stesa ad asciugare come un bucato dopo essere stata pressata. Ogni foglio è lavorato come si faceva una volta, singolarmente, dal biglietto da visita alla tela di due metri. Trasformare seta greggia, lino e cotone, in fogli porosi e resistenti è un lavoro di grande abilità e pazienza. «Ci sono qualità che impiegano 2-3 anni prima di essere pronte» spiega l’artigiano. Oggi produce principalmente su misura e per uso personale: anima le superfici bianco panna con pennellate a base di pigmenti naturali – il blu è azzurrite, il giallo è una pietra dei Grigioni –, oppure gli dà profondità con impressioni, inserti di sasso o di legno. Prende ispirazione dalla natura, le conferisce un certo ordine, rispettandone la sostanza. I suoi interventi sono precisi ed essenziali, con la carta come con la roccia che incide, taglia e assembla.
Quadri, sculture e robuste presse del Novecento (tutte funzionanti) arredano la vecchia segheria; grandi fotografie di ulivi e massi completano l’esposizione. «La fotografia è arrivata solo in un secondo tempo – spiega Lafranca –. Nata dalla necessità di immortalare le opere nei cataloghi, è poi diventata una passione. Sono fedele all’utilizzo di pellicole e la stampa nella camera oscura. Catturo pochissime immagini: l’ultima volta che sono stato nel bosco le foglie dei castagni erano bellissime; in cinque giorni ho scattato una decina di fotografie e di quelle ne ho sviluppate tre» osserva divertito, pensando a quanti scatti porterà a casa la fotografa di Cooperazione che oggi lo sta ritraendo.

A ritmo di jazz

Girovagando per l’atelier ci imbattiamo infine nella “sala della musica”, attrezzata con pianoforte, batteria, sax basso e un banjo particolare: «Un esemplare del 1891, il n. 9 di una serie di 108. Apparteneva a un ragazzo americano che me lo cedette in cambio di un’opera» racconta. Erano gli anni ’70, l’epoca della Fracass New Orleans Jazz Band. Il gruppo è ancora attivo, ma si è evoluto in Fracass Chamber Jazz e si riunisce di rado: «Ormai faccio spesso “one man band”» scherza. «Suoneremo il prossimo 28 ottobre ad Intragna» annuncia con piacere. Attualmente, alcune delle sue più belle creazioni – quadri, sculture e fotografie – sono esposte al Museo Centovalli e Piemonte, al quarto piano della storica Casa Maggetti, nel nucleo di Intragna. La data del concerto coincide con il finissage della mostra temporanea, l’occasione per conoscere l’artista valmaggese nelle varie declinazioni.