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Il Babbo Natale che ideò lo sci lift

A Pian San Giacomo Ueli Signer è un'istituzione. Col suo impianto di risalita e con la sua capanna in legno, ha regalato allegria a intere generazioni. Ma ora la favola potrebbe essere al capolinea.

08 gennaio 2018

Il ritratto

Barba bianca, andatura goffa e simpatica, occhiali e cappello folkloristico in testa. A Pian San Giacomo, Ueli Signer, 66 anni, appenzellese, è una specie di istituzione. E non solo perché più di tre decenni fa ha avuto l'idea di costruire, e di gestire in prima persona, lo sci lift del paese. Ma anche perché la sua capanna in legno, accanto all'impianto, è diventata un punto di riferimento per gli abitanti del villaggio. Un luogo di allegria. In cui mangiare il minestrone o bere un bicchiere di vino. «Ce n'è anche per voi, sedetevi», sussurra il 66enne.

L'ultimo inverno
Un mix tra Babbo Natale e
San Nicolao. Ueli è un personaggio molto amato. Eppure, questo potrebbe essere l'ultimo inverno di attività per il suo sci lift. Una struttura piccola, minore, ma con un'alta valenza sociale. Il 66enne lo dice apertamente. «Ho mal di schiena. Ogni tanto qualcuno mi dà una mano, ma è dura tirare avanti. Le spese sono tante, la manutenzione da fare è parecchia. Gli sciatori, invece, sono sempre di meno. E pensare che all'inizio la zona di Cozz (così si chiama questo angolo di Pian San Giacomo) era piena di gente». La mente di Ueli torna agli anni '80. All'epoca era un giovane carpentiere, specializzato nella costruzione di chalet. «Giravo la Svizzera per costruire casette in legno. A un certo punto, arrivai a Pian San Giacomo e mi innamorai di questo posto. Ci fu una specie di colpo di fulmine. Decisi di vivere qui e di continuare a fare la mia professione in Mesolcina. Poco più tardi, mi accorsi che i ragazzi cercavano un posto per sciare e per slittare. Mi misi in testa di realizzare uno sci lift. Fu subito un successo. La mia è una pista di 300-350 metri, all'epoca ci si accontentava di poco. Per tutto questo tempo, lo sci lift ha rappresentato il mio hobby, la mia passione. A me piace fare stare bene la gente, mi scalda il cuore vedere una persona sorridere. Oggi sono in pensione e passo la maggior parte del mio tempo in questa baracca. Casa mia è a qualche centinaio di metri».



Quel dialetto stretto
Sulle pareti della casetta in legno c'è appeso di tutto. Anche un paio di calendari glamour, con ragazze avvenenti. E un goliardico diploma di bevitore. «Non sono sposato, preferisco la birra – ironizza l'uomo dalla barba bianca –. Un bicchiere da mezzo litro al giorno: è questa la mia ricetta per stare su di giri». Ueli è un osso duro. A confermarlo sono alcuni suoi amici, che incontriamo davanti alla capanna. Pur capendo benissimo l'italiano, il 66enne si ostina a parlare prevalentemente in un tedesco stretto. «Sono abituato così – sostiene –. In fondo l'importante è comunicare». Ueli ci mostra alcune foto. Risalgono agli anni '90. «In questa baracca abbiamo sempre fatto tante feste. Ancora oggi è così, in
particolare in estate. Io non chiudo la porta in faccia a nessuno. Qui si ascolta la musica, si chiacchiera, si addenta un bratwurst e si ride: c'è bisogno di ridere nel nostro mondo».

I problemi alla vista
Il volto di Ueli si fa corrucciato. «È inutile nasconderlo. Sono un po' triste. L'idea di chiudere lo sci lift mi fa soffrire. Ma devo riguardarmi. La mia vista sta peggiorando. Ho sempre avu
to problemi agli occhi, per leggere il giornale devo usare la lente di ingrandimento. Per fortuna che non guido. Quando ho bisogno di andare da qualche parte, c'è sempre qualcuno che mi porta. Pian San Giacomo è ancora un posto in cui ci aiuta a vicenda». All'improvviso, emerge il paradosso. Perché Ueli, dall'alto della sua lunga esperienza da carpentiere, continua a fare su e giù dai tetti. Quando un abitante di Pian San Giacomo e dintorni gli chiede di fare un lavoretto, non si tira indie tro. «Ora vi starete chiedendo come mai non cado dai tetti dal momento che ho la vista precaria. Il fatto è che certi movimenti mi vengono automatici. Sono così abituato a fare il mio mestiere che tutto mi riesce spontaneo».

Grande lavoratore
Un portatore di buonumore. Ma anche un grande lavoratore. «Sono cresciuto in una famiglia di contadini, con cinque sorelle e quattro fratelli. Ho imparato a fare sacrifici. Da piccolo aiutavo mio pa
dre nella fattoria. E d'estate le bestie venivano portate sugli alpeggi». Ueli tira un lungo sospiro. «In tutta la mia vita sono andato solo due volte in vacanza: una a Tenerife e l'altra a Napoli. Forse ho bisogno di relax e di partire per qualche tempo. Il mio sogno sarebbe quello di visitare il Sud Tirolo. Lì  la gente è allegra e sorride sempre. Penso proprio sia un posto che fa per me. Se ci vado, vi mando una cartolina. Promesso».