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Incontri

«Il cambiamento mi dà slancio»

È animatrice in una casa di riposo, dove, con vari progetti, ha deciso di portare un po' di colore e della sua arte. Incontro con una donna dinamica, sempre in movimento.

12 giugno 2018

Il ritratto

TESTO: NADIA PASSALACQUA - FOTO: SANDRO MAHLER

Suono il campanello e Natasha viene ad aprirmi la porta a piedi nudi. Casa sua ha un po' d'India e tanta arte, la sua arte: nel corridoio sono appesi quadri che ha realizzato nel corso degli anni. Non ci sono solo quadri, in sala trovo ad esempio una clessidra in vetro che contiene acqua al posto della classica sabbia. «La tengo appoggiata in orizzontale per simboleggiare il tempo che si ferma» spiega.
Natasha Melis è nata nel 1973 ed è cresciuta in Ticino fino ai 17 anni. Ha cambiato spesso casa, e per spesso intende davvero molto spesso. «Questo è il mio diciassettesimo trasloco – dice con il sorriso – ma il cambiamento non è mai stato un problema per me, anzi mi ha sempre dato slancio». Ci sediamo sul divano, rosso e a forma di mezzaluna, sul tavolino un tè che berremo tiepido dopo aver a lungo parlato. Non possiamo che iniziare dall'arte. «Mi sono laureata tardi, nel 2007 all'Accademia di Brera. Avevo già un figlio che oggi ha 18 anni. Ero stata iscritta d'ufficio ad un corso d'arte contemporanea. Invece io ero sempre stata attratta dall'antico, ero anche un po' disorientata da questa scelta, diciamo forzata. Poi mi sono detta: alla fine è destino, i professori sono interessanti e imparerò qualcosa di nuovo. E me ne sono innamorata».

Parte prima: l'arte
Lascio correre lo sguardo sulla stanza, che è sì la sala da pranzo ma anche il suo atelier. «Non puoi immaginare che caos si crea qui durante il giorno, poi alla sera metto tutto a posto». Ah, sei una precisa, le dico.«In realtà sono solo una caotica che non sopporta il disordine» mi risponde e scoppia a ridere. In casa c'è anche suo figlio, ogni tanto lo sentiamo parlare. Le chiedo allora cosa ne pensi lui della sua arte. «Non si esprime, forse è abituato. Quando era bambino diceva che non voleva disegnare perché c'ero già io» ricorda sorridendo. Adesso frequenta il liceo e la sua idea è diventare psicologo. Prima però il progetto è viaggiare per scoprire il mondo. «Credo che faccia bene – dice Natasha – anche se sarà difficile per me quando accadrà, ma è importante allontanarsi un po' dalla casa».
Mamma belga, papà italiano, la mia interlocutrice di case ne ha cambiate parecchie. Ha vissuto anche in Toscana dove ha ottenuto il diploma di maestro orafo. «Un quarto del mio sangue è sardo ma tutto il resto arriva dal Ticino e anche più a nord. Il mio professore di danza è siciliano e mi dice spesso che lo sembro anch'io. In effetti, più vado a sud è più mi sento davvero me stessa».


Natasha Melis ama lavorare a terra o sul tavolo in balcone, poi la sera riordina tutto.

Parte seconda: gli anziani
Natasha si divide tra due mondi. Dal giovedì alla domenica si dedica all'arte, dal lunedì al mercoledì si immerge nel mondo degli anziani in qualità di animatrice a Casa Rea a Minusio. «È un ambiente molto più dinamico di quanto si pensi. Sto imparando molto dagli anziani ed è bello entrare in contatto anche con gli ospiti: le donne sono spesso più loquaci, poi ci sono uomini altrettanto vispi e molto dolci. Chiaramente ci sono anche persone con le quali non è evidente trovare un ponte per la relazione perché, forse preferendo restare in disparte, fanno fatica a partecipare». Oltre ad attività classiche, Natasha ha voluto portare un po' d'arte e colore anche a Casa Rea.
Insieme ad una collega ha avviato un progetto che ha come tema il “Fil rouge” grazie al quale ogni ospite darà spazio a emozioni e a ricordi con il disegno di un elemento grafico molto semplice come la spirale. «Vorrei creare delle storie partendo dalla biografia degli ospiti: questo vuol essere un modo per condividere emozioni e tirar fuori una piccola parte di se stessi». Il progetto si ispira ai disegni di Louise Bourgeois, artista che dipinse fino oltre i 90 anni. «Con gli anziani è importante partire da un piano paritario, anche se hanno esperienze di vita diverse dalla nostra. A volte non è facile comprendersi, altre volte sì, ma la cosa sorprendente è che anche persone affette da Alzheimer riescono a disegnare un elemento basilare come la spirale ed esprimono piacere nel poterlo realizzare. E questo, insieme al loro sorriso, mi dà tanta soddisfazione. L'obiettivo è mostrare al pubblico questo lavoro attraverso una mostra che vorrei si tenesse non a Casa Rea, perché sarebbe troppo facile. Ho già in mente un luogo secondo me perfetto ma non voglio sbilanciarmi per scaramanzia. Mi piacerebbe davvero che questo lavoro riuscisse a volar fuori».
Così com'è volato il tempo insieme a Natasha. È il momento di salutarci, mi riaccompagna alla porta e me la chiudo alle spalle tenendomi stretto il ricordo di questo bell'incontro.