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RITRATTI
CARLO VASSALLI

Il prete dall'anima social

Carlo Vassalli è uno degli ultimi tre sacerdoti ordinati dalla Curia di Lugano. A pochi giorni dal Natale, racconta il suo percorso: «Gesù? Oggi avrebbe WhatsApp».

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MASSIMO PEDRAZZINI
18 dicembre 2018

Don Carlo Vassalli: «Le nuove tecnologie mi permettono di capire i giovani».

Aveva la “morosa” da tempo. A un certo punto, la lascia. E, dopo un anno di riflessione, sceglie di seguire Gesù. Sembra la trama di un film la storia di don Carlo Vassalli, classe 1984, vice parroco di Gordola. Lui, patrizio di Riva San Vitale, è uno degli ultimi tre sacerdoti ordinati dalla Curia di Lugano, lo scorso giugno. L’unico ticinese. «Fare il prete – sostiene – è qualcosa che mi dà gioia».

L’amore per l’oratorio

Gli occhiali, il pizzetto, lo smartphone sempre a portata di mano. Don Carlo, attivo a livello cantonale in diverse associazioni cattoliche e noto per essere un ottimo animatore nelle colonie diurne estive, si presenta come una persona dinamica, allegra, abituata a stare in compagnia. E non poteva essere altrimenti per un ragazzo cresciuto in una famiglia numerosa, con altri sette fratelli, tutti più grandi di lui. «Cerchiamo di ritrovarci tutti insieme a Natale. È il momento in cui mi prendo il tempo per le persone care».
A Gordola, dove opera dal primo di novembre del 2017, inizialmente come diacono, il 34enne assiste il parroco don Donato Brianza, celebra le messe, si occupa degli anziani, insegna religione alle scuole elementari e medie, e manda pure avanti l’oratorio. «Da ragazzino ho frequentato il collegio Don Bosco a Maroggia. È lì che probabilmente ho maturato la propensione per gli aspetti educativi».

Senza una donna

Finito il liceo, don Carlo si iscrive alla facoltà di filosofia a Lugano. Parallelamente insegna religione alle elementari e si occupa dell’oratorio di Riva San Vitale. «A un certo punto mi sono reso conto che preferivo stare in mezzo alla gente, in particolare con i giovani, piuttosto che avere, un giorno, una famiglia tutta mia. È questa, forse, quella che viene chiamata vocazione. Così è arrivata, gradualmente, la mia svolta. Avevo già provato la via del seminario, anni prima. Ma ero ”scappato” dopo pochi giorni. Non ero pronto». Nel 2011, invece, il giovane Carlo in seminario ci entra sul serio. Per uscirne la scorsa primavera col colletto bianco addosso. «I ragazzini a scuola mi chiedono spesso se la mia “vita precedente” mi manchi o no». Domande ovviamente legate anche a un discorso di natura affettiva o sessuale. «Temi sui quali gli adolescenti sono parecchio sensibili. Io non ho nessun problema a dire che, prima di essere prete, di ragazze ne ho avute più di una. So cosa significhi stare in coppia. Ma non vivo la mia scelta come una rinuncia. Anzi. È un arricchimento. E non sono neanche uno di quelli che pensa che favorire il matrimonio dei preti sia una soluzione alla crisi di vocazioni».

La crisi in positivo

E qui si apre una lunga parentesi sul momento cupo attraversato dalla religione cristiana, e dalla fede cattolica. «La gente non va a messa? Prima di tutto, non è vero. E secondariamente io vorrei farne una questione di qualità. Una volta andavano in tanti. Ma molti si recavano in chiesa solo “perché si doveva”. Non c’era consapevolezza. Oggi chi va a messa, lo fa con convinzione. La stessa cosa vale per i sacerdoti. Non servono tanti preti. Ma servono preti convinti. Nel corso di oltre 2000 anni di storia il cristianesimo ha sempre attraversato periodi di crisi. Ma non è mai crollato. Anche per questo io non ne faccio un dramma, quando vedo che un ragazzo non è interessato, ad esempio, a fare la cresima. È legittimo non essere attratti da determinate tematiche. Non devono esserci forzature. Certo, viviamo in un’epoca in cui ci si costruisce un po’ una religione “à la carte”. I giovani credono nell’aldilà, ma anche nella reincarnazione. Magari vogliono sposarsi, facendo un cammino di coppia, ma vogliono anche essere liberi sessualmente. La loro fede è fatta di fotogrammi. Forse perché per decenni si è puntato sulle imposizioni. La sfida di un sacerdote, oggi, è anche quella di riproporre un equilibrio».
Anche puntando sui social network, che rappresentano uno dei “pallini” di don Carlo. «Le nuove tecnologie mi permettono di capire i giovani. Un prete oggi non può non essere sui social. Proprio tramite i social, mi capita magari di vedere che i ragazzi stanno seguendo una particolare serie televisiva. A quel punto mi documento, la guardo anche io. Cerco argomenti comuni di discussione». Insomma, niente dogmi, niente linguaggi complicati nelle parole del prete momò. «Se Gesù oggi fosse tra noi, sulla terra, magari aprirebbe un gruppo di Whats-App per comunicare con i suoi apostoli. È con la stessa mentalità che cerco il dialogo con i ragazzi. Una sfida nella sfida, che non mi fa paura».