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«Romana, fiera di essere svizzera»

Le parole di Carolina Sommaruga raccontano lo straordinario destino di una famiglia svizzera che ha segnato la storia della capitale italiana. La villa in cui giocava da bambina è diventata la sede dell'Istituto svizzero di Roma, un centro di attività artistiche e scientifiche.

30 aprile 2018

Il ritratto

TESTO: GUDRUN DE CHIRICO – FOTO: GILIOLA CHISTÈ

Dopo il cupolone di San Pietro, dalla torretta ci si gode il secondo panorama più alto sull'intera città. È l'Istituto svizzero a Roma. Con la sua villa elegante a più piani, finestre e balconi. E intorno, un parco verde impreziosito dalla silhouette delle palme. Lo stesso giardino incantato dove lei, da bambina, giocava sempre, perché lì era di casa. «Era la mia prozia che ci abitava, Carolina Sommaruga Maraini e a quei tempi lei aveva l'intera villa per sé. Noi abitavamo in una casa qui a fianco per cui conosco quegli spazi come le mie tasche». A parlare, mentre torna su questi luoghi dell'infanzia, è la nipote che porta lo stesso nome, Carolina Sommaruga. 82 anni, il portamento elegante, lo sguardo che gira attorno curioso e quella gentilezza d'animo che sembra sempre tener misurato il fatto di appartenere a una delle famiglie svizzere che più ha segnato la storia di Roma. «Se questa casa – ti confida – è diventata l'Istituto svizzero lo si deve anche a mio padre. È stato lui, nel 1947, a convincere mia zia a fare questa donazione alla Confederazione. Del resto, lei era ormai anziana e finché ha vissuto poteva starsene lassù all'ultimo piano, mentre le altre stanze diventavano istituzionali».

Legami familiari che nel tempo hanno continuato a fare un viavai tra la Svizzera e l'Italia. «Anche mia zia, rimasta vedova, aveva ereditato questo bellissimo edificio da suo marito, Emilio Maraini, un industriale di Lugano che aveva avuto successo, impiantando in Italia la prima produzione di zucchero ottenuto dalle barbabietole». Storie di grandi avventure che si intrecciano con storie più semplici, come si schermisce Carolina, quando passa al racconto della sua biografia. «Sono nata a Roma, dal momento che mio papà Carlo – un diplomatico svizzero – si era trasferito lì, perché a capo della sezione interessi stranieri della Legazione. Eravamo in sei fratelli, ma purtroppo siamo presto rimasti solo in quattro. Erano altri tempi: ho perso una sorella per via di una malattia per cui allora non c'erano cure e subito dopo un'altra sorella per fatalità: soffocata in culla dopo aver ingoiato una spilla». Ombre del destino a segnare una famiglia che forse anche per reazione a queste avversità si è sempre spesa nell'aiuto verso chi è in difficoltà. «In fondo, tutti noi abbiamo avuto questa vocazione. Io ho lavorato per anni nel primo centro diurno per disabili a Roma. Ma la mia è una storia umile, se paragonata a quella più importante di mio fratello, Cornelio Sommaruga, che è arrivato a occupare la carica di presidente della Croce Rossa Internazionale, la più grande organizzazione per i diritti umanitari e l'aiuto alle vittime di guerra».

Un cambio di vita
E proprio la guerra aveva forzato la famiglia Sommaruga a un cambio di vita, costringendo madre e figli a trasferirsi a Lugano. «Ma prima di tornare in Ticino, uno dei miei ricordi più vividi riguarda il modo con cui i miei genitori si spendevano per aiutare gruppi di ebrei a fuggire in Svizzera». Era il 1943, il periodo caldo per quei rastrellamenti nazifascisti a Roma che avrebbero condotto molte persone ai campi di sterminio. E la loro casa, in via Ludovisi, proprio per il fatto di appartenere a un diplomatico svizzero, era considerata extraterritoriale, quindi nazisti e fascisti non potevano entrare per le loro perquisizioni. «L'arma segreta di mamma e papà era tutta in un libricino su cui si scrivevano in un linguaggio in codice. All'apparenza, raccontavano episodi riferiti alla vita di noi figli, in realtà era una procedura segreta per scambiarsi informazioni politiche sotto falsi nomi». Un supporto che soprattutto per la madre di Carolina voleva dire restare informata su tutte le tappe di quei viaggi di salvezza, affinché gli esuli trovassero sistemazioni oltreconfine. «Anche se quelli sono stati momenti drammatici, in Svizzera ho sempre passato periodi piacevoli. Sia nell'appartamento dove sono stata a Lugano, sia quando passavamo le estati in una casa sul Monte
Ceneri, che ora non c'è più perché è diventata zona militare. Ho in mente il contadino che ci portava le uova tutti i giorni e la donna che faceva il pane». Così come nitida è la memoria del ritorno a Roma, che avviene quando finalmente termina la seconda guerra mondiale. Un viaggio in macchina durato due giorni. «Mia madre guidava e noi figli dai finestrini vedevamo i postumi bellici. Un paesaggio di camion rovesciati sul ciglio della strada e carri armati abbandonati. Eppure, nonostante lo scenario disastroso, quando ci si fermava, provavamo a fare un pic nic». Momenti di svago che riaffiorano tra i tanti saliscendi di una vita. Quelli di una donna come Carolina, romana, ma fiera di essere svizzera.