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Incontri

Una principessa ticinese in Qatar

Deborah Erin Parini inizia già a tre anni a cucire. Ma probabilmente allora non si immaginava che sarebbe andata a Doha a realizzare costumi per il teatro.– DAVIDE MARTINONI

12 febbraio 2018

Il ritratto

C'è un suono di ghironda, nella vita di Deborah Erin Parini. C'è una corona per ogni donna «perché siamo tutte principesse, anche se qualche volta ce ne dimentichiamo». Ci sono la passione per il tessuto e il taglio, e la capacità di «rendere credibile e reale la finzione». Ci sono Milano, Ginevra, Berlino e Venezia; Frasco, l'Irlanda, Doha e Rivera, nucleo di Capidogno, dove le viuzze, nostrani carrugi, si riempiono di neve e della quiete di casa. Deborah è allegra e sognante. Inquieta. Deborah vede, intrepreta e realizza. Perché è artista, ama la stoffa e “sente” il mestiere; «l'unico, forse, che potrei mai fare», ma che tanti ne contiene: sarta, “dresser”, stilista e costumista. Lo aveva capito da piccola: «A 3 anni cucivo già. A 9 ho disegnato la mia prima collezione di moda. Poi è vero che mi immaginavo anche boscaiola, insegnante, parrucchiera e infermiera». Ma è alla Bernina che ha consegnato il cuore.

Da Rivera a Doha
Come ogni storia fatta di passione, anche quella di Deborah è disordinata, di quel disordine allegro, istintivo, colorato. L'infanzia fra Rivera e la Valle Verzasca, la scuola di sartoria a Lugano e quella di costumista a Friborgo come trampolini formativi e da lì, 15 anni fa, il grande salto nel mondo della moda e dello spettacolo: soprattutto teatro, finora, ma anche l'opera e il cinema. In istituzioni come il Piccolo di Milano, il Théâtre Vidy di Losanna e il Gran Théâtre di Ginevra. E poi cimenti rari come il musical Titanic (recentemente vissuto da capo atelier costumi e capo “dresser”) e piccole ma dinamiche realtà, come il Paravento di Locarno, dove le visioni artistiche di Miguel Cienfuegos raramente sono state “materializzate” con altrettanta fedeltà: «A Luisa Ferroni e a Miguel devo un grazie per tutta quella fiducia. Lì ho trovato il coraggio di ascoltare le mie idee e di difenderle».

L'oggi di Deborah è in Qatar, da indipendente, con contratto germanico, dentro una truppa internazionale che veste di sfarzo artisti e saltimbanchi di un teatro circolare nel cuore del più grande centro commerciale di Doha. «Molti provengono dalle crociere: si confrontano culture e stili». Confrontano e qualche volta scontrano, com'è inevitabile: «In Qatar hanno l'abitudine di raggruppare la manodopera per generi. A noi della sartoria ci hanno messo in una casa chiamata “Villa 9”. Posso dire di aver sperimentato la vita del branco». Doha come una Disneyland, per Deborah, capace di sbocconcellare col gusto di una curiosità antropologica anche “piatti” non sempre di classe: «Il palco è una piattaforma a 360° sempre in movimento: in media viene occupata da 27 artisti per volta. Quanto al codice di comportamento, è agli antipodi rispetto alla vecchia Europa, e all'inizio è stato choccante. Il pubblico non si ferma: passa via, dà un'occhiata e raramente si siede per lo spettacolo. I bambini che lo fanno, rapiti da luci e suoni, vengono anzi redarguiti. Ma ci sono anche le “grupies” le tifose da teatro. Vedono Elsa, di Frozen, e iniziano a urlare, manco ci fossero i Beatles». Prima di Doha c'erano stati i grandi incontri: Markus Zohner, il Nicolao Atelier di Venezia, il Brancato di Milano, Dimitri a Verscio, Issa Khaled ed Ezio Toffoluti, «costumista e scenografo che rasenta il genio». Incontri vissuti o solo sfiorati, come quello con Daniele Finzi Pasca, cercato ma mai trovato «e persino rifiutato, una volta, perché quan do mi ha chiamato avevo già fatto le valigie per Galway, Irlanda. Ma uno degli obiettivi è lavorarci: ho visto Icaro, e mi ha strappato il cuore».
Come in un film
Come la Grande Mela, e Berlino, «una casa per il futuro, dove aprire un atelier e proporre corsi di corone per donne». La sua, a Ginevra, la indossava sempre: «Quando me ne sono andata le 20 colleghe me ne hanno confezionate una a testa». Ce le mostra: emozione pura. Come quella indotta, in chi l'ascolta, da un timbro acre
di celtica memoria. La ghironda: opera d'arte e megafono del cuore. Strumento che anch'esso, per Deborah, ha generato incontri e opportunità. «Il primo è stato a 24 anni, durante il corso base. Lì ho conosciuto Luisa Ferroni, ed è nata in pratica l'avventura con il Paravento». Il secondo è da film, e non solo in senso figurato: «Un giorno, me ne stavo alla finestra esercitando la Turlututu, un bel walzer. Ho abbassato lo sguardo e scorto un uomo in piedi, che mi stava ascoltando. Mi sono affacciata: la ghironda era anche il suo strumento, e la Turlututu il suo spartito del momento. Ci siamo parlati: era un regista. Tempo dopo mi ha chiamata come costumista per un suo cortometraggio».

Pubblicato il: 12.2.2018 / Foto: Mélanie Türkyilmaz