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RITRATTI
MAURIZIA BALMELLI

«La lingua è materia viva»

Sono più di un’ottantina i libri che Maurizia Balmelli ha tradotto in italiano per grandi case editrici. A Parigi, città dove vive da diversi anni, la locarnese sta ora lavorando anche a un libro tutto suo. 

FOTO
MELANIE TÜRKIYLMAZ
14 aprile 2019

Maurizia Balmelli con alcuni dei libri tradotti. Se avesse impilato tutti i titoli da lei tradotti, si otterrebbe una colonna ad altezza uomo. 

L’incontro con Maurizia Balmelli restituisce l’immagine del traduttore come di uno speleologo della lingua che s’avventura dentro gli anfratti del ritmo, dell’aspetto semantico, del registro, alla continua ricerca di musicalità dello scritto, senso del parlato, del miglior legame possibile fra il pensiero originale e quello interpretato; per riuscire a scovare, se è bravo, il “tesoro perfetto” di una trasposizione che è sì fedele specchio dell’opera primaria, ma anche autentica opera letteraria in sé.

Compositori e interpreti

Quanto a immagini, quella scelta dalla traduttrice ticinese per spiegare ciò che unisce e ciò che divide il grande scrittore dall’ottimo traduttore, è illuminante: «In musica ci sono i compositori e gli interpreti. Questi ultimi possono dare all’opera di cui si “impossessano” infinite sfumature e tante declinazioni in base alla loro esperienza e alla loro sensibilità. Ma per quanto lo adeguino o personalizzino, un Mozart, alla fine, rimane pur sempre un Mozart». 

Confrontarsi sul tema con Maurizia Balmelli, locarnese di nascita, significa poterlo fare con una delle migliori esponenti del settore a livello italofono. Formatasi alla Scuola Holden di Torino e all’École Lecoq di Parigi (città in cui vive da diversi anni), ha vinto fra l’altro il Premio Terra Nova della Fondazione Schiller per la traduzione di “Cuore di bestia” di Noëlle Revaz; insegna il mestiere alle nuove leve; ma soprattutto lavora per grandi marchi editoriali come Adelphi, Einaudi e Bompiani, che la annoverano appunto fra le “elette” della categoria. Sue sono state più “voci” italiane di McCarthy, Agota Kristof, Ian McEwan ed Emmanuel Carrère, per citare soltanto alcuni dei più noti. Se dovessimo impilare uno sull’altro i libri da lei finora tradotti – oltre un’ottantina – otterremmo un totem ad altezza uomo.

Dovessimo invece abbatterla, quella torre di letture, troveremmo, oltre ai grandi nomi, grandi talenti ai più sconosciuti come Sally Rooney, la giovane autrice irlandese indagatrice dei rapporti umani, o Curtis Dawkins, «quello condannato all’ergastolo che da una cella del carcere ha scritto racconti che ti fanno, letteralmente, volare via». Incontri abbacinanti, dunque, o più ragionati, come quello con Martin Amis – che «ha una scrittura insidiosamente cristallina, per cui ti costringe a consumare il vocabolario» – o addirittura intensamente emozionali; e qui Maurizia si apre in un ampio sorriso e parla dell’amico Aleksandar Hemon, scrittore nato a Sarayevo ed esiliato suo malgrado a Chicago, dove si trovava allo scoppio della guerra in Bosnia: «Ha raccontato l’identità, la casa; e il suo rapporto con la lingua è straordinariamente schietto, autentico e inventivo».

Sembra un tornio, quello su cui Maurizia Balmelli adagia la sua professione per spiegarla; e mentre la spiega, in qualche modo, spiega sé stessa: «La lingua è materia organica, viva. Per lavorarci “dentro” in traduzione bisogna amare le parole, impegnarsi in un continuo lavoro di decodifica. Ciò che faccio è inevitabilmente sempre un’approssimazione, una successione infinita di scelte fra un sinonimo e l’altro, fra una costruzione sintattica e l’altra». Poi si fa seria: «Come traduttore, è chiaro, hai in mano un’arma, perché la scelta delle parole può anche essere un gesto politico». Un’arma o una pala, visto che «interrogare la lingua è una continua operazione di scavo. E capita anche che più vai in profondità alla ricerca della formula migliore per un singolo passaggio, più tutto si sgretola attorno. È una sensazione molto inquietante».

Un nuovo progetto

Di sensazioni, ma piacevoli, Maurizia ne ha trovate anche dall’altra parte della barricata, in veste di scrittrice. Ed è emerso un talento che le è valso una borsa letteraria da parte di Pro Helvetia. «Sto lavorando a qualcosa di ancora indefinito», dice con naturalezza, come se interrogando il suo passato abbia già raccolto indizi sufficienti per venirne a capo. «Tutto è nato in Place de la Bataille de Stalingrad, nel 19° Arrondissement di Parigi, tre anni fa, cominciando ad insegnare, per strada, francese ai migranti. Ne ho raccolto le storie, che ho poi raccontato, pubblicandole su Facebook, come ristretti ma intensi “segmenti di vita”. Alcune mi hanno direttamente coinvolta, e da questi legami nascerà una pubblicazione». Storie che la ticinese, in altra forma, ha continuato a raccontare online su riviste e magazine culturali. Intanto un suo “cinguettìo”, dalla rete, ci colpisce: “L’homme qui s’exprime vraiment ne traduit pas”. Sorprendente. Ma solo all’apparenza