X

Argomenti popolari

RITRATTI
MARCO LAZZARONI

«La mia passione è il mio lavoro»

A colloquio con Marco Lazzaroni, artigiano autodidatta nella lavorazione della pelle, che tra punteruoli del mestiere, fiere in Cina e sfide economiche, ci racconta il segreto della sua felicità.

FOTO
SANDRO MAHLER
VIDEO
SANDRO MAHLER
09 dicembre 2019

Marco Lazzaroni nel suo atelier a Mendrisio.

È la musica che mi guida verso l’atelier di Marco. Si trova in una delle tante belle corti del Magnifico Borgo. Seguo le note di una canzone rap e trovo l’entrata. Di Marco, giovane sulla trentina, mi colpiscono subito lo sguardo pacato e la compostezza nei gesti.

Arriva da studi di economia aziendale e da un lavoro in fiduciaria che ha lasciato perché «non è che mi appassionasse più di tanto». Il suo non è stato un capriccio, ma il desiderio di inseguire un progetto. E anche se all’inizio non è stato facile mantenersi economicamente, ingranare con il lavoro, crearsi i contatti – non ha mollato e dal 2015 è un abile artigiano nella lavorazione della pelle, completamente autodidatta.

Galeotto fu il portacarte

«È partito tutto da un portacarte. Ho chiesto del cuoio a un amico che fa il sellaio e ho comprato qualche attrezzo su internet, come un punteruolo. Ho iniziato con oggetti piccoli: dei portacarte e dei borsellini».

Alla parola punteruolo gli guardo istintivamente le mani e vedo che non sono rovinate, anzi. «Diciamo che ho imparato a non spaccarmele troppo di “buchi” – ride – a volte però succede ancora, soprattutto quando lavoro a ritmi serrati”».

Come ti vengono le idee? Gli chiedo poi. «Beh, spesso osservando, viaggiando. Prendo spunti da quello che già esiste e lo modifico in base al mio pensiero e alla funzionalità. Mi è successo anche di ricevere richieste su commissione». La cosa più strana che ti hanno chiesto? «Un porta bocce» risponde Marco sorridendo.

Il salto internazionale

Marco è un artigiano ticinese che potrebbe fare il salto internazionale. Infatti, è nata una collaborazione con l’artista Han Sessions di Lugano e l’imprenditrice Yuanyuan Wu, con i quali è volato in Cina per partecipare a delle fiere. Inoltre, stanno sviluppando progetti da portare nel continente asiatico. Il gioco di equilibrio sta nello star dietro a tutto.

«Il prossimo passo sarebbe avere qualcuno che mi affianchi. Da solo, facendo tutto a mano, per una borsa posso impiegarci dalle 7 alle 15 ore». E con che tipo di ritorno? Mi permetto di chiedere. «Diciamo che su certi prodotti rientro completamente, su altri esco in pari. Ci si trova ad affrontare la situazione per cui si lavora tanto e si fanno pochi soldi. Per questo, dal mio punto di vista, la maggior parte della gente molla in fretta. Io ho imparato a ridurre il consumismo al minimo e sono molto felice di questa scelta. È arrivata forzatamente, ma anche tornando ad avere una disponibilità maggiore, consumerei il minimo indispensabile. Ti compri un paio di scarpe perché ne hai la necessità, non per colmare uno sfizio». Le potresti fare tu, gli dico sorridendo. «Beh – ricambia il sorriso – è un mondo in cui non mi avventuro per il momento».

Ideologia green

La scelta di Marco ha un fondamento ideologico. «Il cuoio è conciato al vegetale, non chimicamente. ll processo di trasformazione da pelle grezza a prodotto finito avviene utilizzando solo acqua e tannino, sostanza estratta dalle piante. Non ha quindi ripercussioni sull’ambiente, né sulla persona che veste il prodotto, come ad esempio delle allergie. Il mio è un principio morale ed etico».

Mi accorgo di non aver ancora chiesto a Marco il perché del nome Vicus per il suo marchio. «Sono nato e cresciuto a Riva San Vitale che ai tempi dei romani si chiamava “Vicus Subinates”. Volevo un nome legato al territorio e Vicus mi è sembrato azzeccato; letteralmente vuol dire vicolo o rione. Oggi sarebbe il nucleo del paese che rappresenta appieno il mio lavoro».

Il salto dal rione al mondo, pur mantenendo la connotazione di paese, ha a che vedere con le quantità. «Non ho uno stock, se ordini uno zaino dal mio sito internet lo realizzo da zero e te lo spedisco. Per fare quel salto internazionale ovviamente devi avere più merce. O più ore al giorno per lavorare» conclude ridendo.

Come se le sue giornate non fossero già abbastanza piene. Oltre all’attività in atelier, per sbarcare il lunario, lavora anche presso un esercizio pubblico. «Ma non importa – conclude Marco – viviamo una vita in cui è difficile fare quello che davvero si desidera. Io ho la fortuna di esserci riuscito e sono fiducioso che riuscirò a renderla la mia unica attività». E noi glielo auguriamo di cuore.