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RITRATTI
CARLOTTA GALLINO

«Passare alla tv non è stato facile»

Carlotta Gallino “Charlie”, voce storica di Rete Tre, dallo scorso ottobre è la conduttrice, insieme con Enea Zuber, del programma Rsi Filo diretto, in onda ogni pomeriggio su LA 1.

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Melanie Türkiylmaz
03 giugno 2019

La voce storica di Rete Tre ora ha anche un volto: Carlotta Gallino nello studio di Filo diretto.

«Quando passi la vita a fare interviste è stranissimo quando tocca a te», la personalità semplice e solare di Carlotta Gallino colpisce subito; la incontriamo negli studi della Rsi, la sua casa da 24 anni. Voce storica di Rete Tre, “Charlie”, dallo scorso ottobre, insieme a Enea Zuber, conduce il programma Filo diretto, in onda ogni pomeriggio su LA 1. «Dopo 22 anni di radio – ci racconta – passare alla televisione non è stato facile. Ho sempre pensato che la radio fosse una gazzella, mentre la televisione un pachiderma. La radio nasce da dentro perché, non avendo il supporto visivo, è attraverso le tue emozioni che comunichi, questa è la sua magia. Se sei felice l’ascoltatore lo percepisce; la radio è anima, non puoi mentire. La televisione si presta di più alla finzione, basta uno sguardo».

Carlotta Gallino, 42 anni, ha capito presto che la radio era la sua vita «dopo aver lasciato il liceo mi sono trasferita a Zurigo per fare l’agente di viaggio, ma non ero tagliata per quel lavoro. Ricevevo chiamate da tutta la Svizzera e a me veniva naturale fare lunghe chiacchierate con tutti». Tornata in Ticino, aveva 18 anni. «La mia famiglia era preoccupata per il mio futuro, mi dicevano sei brava a parlare, perché non provi con la radio, così mandai una candidatura a Rete Tre».

Una lunga gavetta quella di Carlotta Gallino iniziata con i famosi radio trottoir, le interviste per strada. «C’erano ancora gli Stellavox, quei pesantissimi registratori a nastro», poi gli scherzi telefonici «non c’erano ancora i cellulari, era faticosissimo, passavamo ore a registrare». E ancora le gag e i personaggi insieme a Paolo Guglielmoni e Ottavio Panzeri: «Rete Tre piace perché è una famiglia e questo il pubblico lo sente».

Seguono collaborazioni più impegnative ma, ancora giovanissima, per la diretta radiofonica ha dovuto attendere otto anni. «Il giorno della prima diretta, quando sono arrivata in redazione, ho pensato che il palinsesto crollasse; era morto Papa Giovanni Paolo II». Da quel giorno Charlie ha iniziato a macinare chilometri nella diretta radiofonica. Poi sono arrivati i programmi dedicati alle donne, come Eva Ora e Yes, she can, programma, quest’ultimo, sul fai da te al femminile che ha vinto il Premio Ermiza, dedicato alle pari opportunità nei media della Svizzera italiana. Donne architette, meccaniche, giardiniere, elettriciste, che durante la trasmissione hanno dato consigli utili a tutti con molta autoironia. «Col tempo mi sono però profilata in quello che mi piaceva davvero, la musica italiana. Sono cresciuta in una casa piena di strumenti, la musica è sempre stata una parte fondamentale della mia vita. Adoro i parolieri come Daniele Silvestri e Samuele Bersani e le canzoni che vanno oltre la musica e hanno un significato profondo. Secondo me il genio in Italia è Caparezza; quando ascolti i suoi testi non puoi crederci».

L’approdo sul piccolo schermo

Finché, nell’agosto dello scorso anno, dopo 22 anni di radio, la televisione bussa alla sua porta. «Si trattava di stravolgere la mia vita e lasciare la radio, che era il mio mondo. In passato avevo sempre rifiutato, non amo apparire e forse non avevo ancora l’età per espormi così tanto e per accettare quelle che potevano essere le critiche. Il 22 ottobre scorso siamo partiti con la prima diretta televisiva di Filo diretto, un’esperienza fortissima che da allora si ripete ogni giorno». Fuori dal lavoro Carlotta è anche una mamma e una sportiva, «ho iniziato a giocare a tennis quando avevo 16 anni; sono molto competitiva, è una piccola valvola di sfogo che mi serve».

Figlia d’arte, tra i suoi numerosi interessi c’è anche la politica, passione quest’ultima ereditata dal padre Mario, già direttore del quotidiano il Dovere, sindaco di Melide e granconsigliere, scomparso in un incidente in montagna quando lei aveva 16 anni. «Quando perdi un genitore così presto è inevitabile che la tua vita vada nella direzione di ricordarlo; la politica la respiravo in casa, per questo a 19 anni sono entrata in consiglio comunale a Melide e, dal 2016, sono municipale. È stata ed è ancora un’esperienza formativa incredibile. Perdere un genitore così presto ti fa capire quanto sia precaria la nostra esistenza, sembra una banalità ma è una grande verità, cercare di godersi la vita tutti i giorni è diventato una sorta di mantra per me. Quando mi chiedono che lavoro fai, non so mai cosa rispondere. Non è una risposta facile, come potrebbe esserlo per un architetto, che può dire di costruire case che restano nel tempo; a me piace pensare di portare sorrisi e positività nelle case della gente».