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RITRATTI
ARLENA TON

Così Arlena torna a casa

Classe 1989, adottata all’età di un anno dalla Romania, vive a Bellinzona e fa la tessitrice. Nel 2013 si mette alla ricerca della sua famiglia d’origine. E scopre che mamma e nonna facevano lo stesso mestiere.

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Melanie Türkyilmaz
19 agosto 2019

Arlena Ton nel suo atelier-negozio a Bellinzona. Il suo marchio è Zaharìa, come il suo cognome d'origine.

La folgorazione arriva all’età di cinque anni. Arlena Ton, classe 1989, si trova in Egitto, con la sua famiglia adottiva. Vede un uomo che realizza un arazzo. Rimane per ore a guardarlo. In quel momento decide che da grande farà la tessitrice.

Adottata dalla Romania, all’età di un anno, Arlena oggi vive a Bellinzona. In centro ha aperto un atelier con negozio incorporato. La sua è una storia incredibile: nel 2013 si mette sulle tracce della sua famiglia d’origine. E scopre, in seguito, che mamma e nonna facevano il suo stesso mestiere. «Finalmente avevo trovato una spiegazione a quel feeling col telaio che sentivo di avere nel sangue».

Spirito libero

Una ragazza affascinante, selvaggia. Uno spirito libero. «Non voglio figli. Fare un figlio è una cosa seria. Io non so neanche dove sarò domani, figuratevi… I miei figli sono i prodotti che creo, abiti e oggetti d’arredamento».

Ma forse Arlena non vuole figli anche per la sofferenza che si porta dentro. Ultima di cinque fratelli, non è mai stata riconosciuta dal vero padre. Anzi. «Lui era un uomo pericoloso. Per questa ragione, mia madre mi ha piazzata nell’ospedale della città in cui abitavamo. Voleva salvarmi da lui. Poi è arrivata l’adozione, sono cresciuta nel Luganese. Presto ho manifestato il bisogno di essere autosufficiente, non vedevo l’ora di avere 18 anni per andarmene di casa».

Nella vita, Arlena ha fatto di tutto. Dalla cameriera all’arredatrice. «A un certo punto, ho seguito l’istinto e mi sono iscritta alla scuola per diventare tessitrice, a Lugano. Alcuni me lo sconsigliavano. Dicevano che era un lavoro senza garanzie. Ma più uno mi dice di non fare una cosa, più io mi sento spinta a farla».

Gli inizi della carriera di Arlena sono complicati. La giovane donna si scontra con la cruda realtà. «Il mercato era effettivamente ridotto. Così, per mantenermi, mi sono messa ad assistere un’artista americana, malata di cancro. Viveva a Grancia, dipingeva quadri, era sposata con un critico d’arte. Sono stati loro a incitarmi a inseguire i miei sogni».

Nel 2012, in un mercato di Melide, Arlena propone per la prima volta i suoi prodotti al pubblico. E ottiene un buon successo. «Nei giorni precedenti ero nel panico. Non sapevo se le mie creazioni potessero piacere». Da lì, Arlena spicca il volo. «Ho osato. A costo di fare fatica. La mia situazione economica non è mai stata rosea, ho cambiato una decina di atelier, e un sacco di case. Ho imparato ad arrangiarmi e ad apprezzare ogni singola cosa che ho. E ho capito quanto possa essere importante il riciclo; alcune mie creazioni sono composte da materiali che la gente non vuole più. Ferro, carta, plastica, sughero, seta… Questo non significa realizzare prodotti scadenti. Anzi, sono convinta che ne faccia aumentare il valore».

Il grande passo

È emozionata, Arlena, quando parla di come ha deciso di riallacciare i contatti con il sangue del suo sangue. «Avevo una foto di me, neonata, tra le braccia di mia madre. L’ho postata su Facebook, sperando che qualcuno si facesse vivo. Era il 2013. Passano due anni, e mi contatta mia zia. Seguita dai miei fratelli. Dopo l’euforia iniziale, sono andata in tilt. “E adesso che faccio?”, mi chiedevo. Mi sono presa un attimo di pausa, per riflettere. Poi ho deciso. Avrei iniziato questo mio percorso, incontrando mia sorella a Valencia, dove vive. Un luogo neutro. Il nostro primo abbraccio, all’aeroporto, è stato spontaneo. Era come se non l’avessi mai persa di vista».

L’anno successivo, il grande passo. La trasferta in Romania, in auto, con un’amica, 2.200 chilometri tra andata e ritorno. «A Nord, a Vaslui, c’erano nonna e zia, a Sud, a Cervenia, il resto della famiglia. A mano a mano che si avvicinava la meta, cresceva in me l’inquietudine. Immaginavo l’entusiasmo da parte dei miei parenti, mentre io caratterialmente sono una persona riservata, diffidente. Eppure, una volta arrivata sul posto mi sono sentita a casa; penso di non avere mai abbracciato in maniera tanto naturale delle persone».

Il mosaico di Arlena si ricompone. La mamma non c’è più, è morta nel 1999. Ma c’è il resto della famiglia, che le racconta tutto. «La Romania è un posto fantastico. Fatta di grandi città moderne. Ma anche di paesini che sono ancora come una volta. Mia nonna ha ancora il gabinetto staccato dal resto della casa, e il frigorifero sotto terra. In certe zone girano ancora i carretti con i cavalli. Sono rimasta laggiù per una decina di giorni. Oggi il mio marchio si chiama Zaharìa, come il mio cognome d’origine».