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RITRATTO
MATTEO CONCONI

Eroe, grazie agli altri

Un incidente sul lavoro ha rischiato di togliergli ben più dell’avambraccio che ha perso. Eppure Matteo Conconi non è tipo da rassegnarsi. Ha sogni e progetti, fra cui quello di tornare un giorno in sella a una moto.

FOTO
Alain Intraina
07 gennaio 2019

Matteo Conconi con il suo casco, quello con cui sfrecciava sulle strade ticinesi.

Matteo Conconi ha due braccia, anzi tre. Ma ne vorrebbe un quarto. Col destro adesso «riesco a fare quasi tutto: ho forza, presa, tatto. Me l’hanno ricostruito meglio che potevano. Non chiedo di più».
A sinistra invece gli hanno dovuto amputare l’avambraccio. Gli resta un moncone, che va dalla spalla fino a poco prima di quello che una volta era il gomito, a cui può aggiungere due diverse protesi: «una fissa e una meccanica, che muovo. Con il muscolo riesco ad aprire, chiudere, girare».
Il quarto braccio lo sta invece ancora aspettando. E con quello, grazie a una mano programmabile, riuscirebbe anche a utilizzare il mouse o a prendere una camicia dall’armadio. Di più, «potrei lavorare con un braccio robotico che non si stanca».
Con Matteo è così. Si parla di quello che può e di quello che vorrebbe fare. In una sola occasione, durante il nostro incontro, gli capita di accennare a ciò che proprio non gli riesce.
«In cucina si dà da fare la mia ragazza. Perché in cucina non riesco a fare niente. Ma quello anche quando avevo tutte e due le mani!». Ora sta comunque correndo ai ripari. Prende lezioni proprio da lei, che altrimenti dovrebbe sempre mettersi ai fornelli. «Abbiamo cominciato con i sofficini Findus».
Un passo alla volta, come durante la riabilitazione che ha seguito l’incidente.

15.000 Volt in una volta

Se adesso Matteo ha tre braccia, di cui due artificiali fra cui scegliere a seconda dell’occasione, è perché il 15 novembre del 2013 ha rischiato di perdere molto più dell’avambraccio che ora gli manca.
Lavorava da 8 mesi per le Ffs, dopo essersi diplomato come elettricista di rete. Stava per cambiare un isolatore sulla linea di contatto, in quel labirinto aereo che sta sopra al fascio di binari di Chiasso.
«Stavo in alto, dentro la navicella del carro-gru. Non è stato nemmeno necessario toccare il filo». La scarica è partita quando la sua mano era a 15 cm di distanza dalla linea aerea. Ogni 1’000 Volt, spiega Matteo, la corrente va un centimetro più lontano. «Uno che conosce il proprio lavoro sa che non è uno scherzo prendere una scarica di 15.000 Volt».
Dopo l’incidente è stato trasportato all’ospedale Beata Vergine di Mendrisio, dove gli hanno prestato le prime cure. «Sono ancora vivo anche grazie a loro», dice. Ma le ferite riportate erano troppo gravi. Elitrasportato a Zurigo, per finire ha dovuto prendere la decisione di farsi amputare l’avambraccio sinistro, quello messo peggio.
Ma quando, dopo due mesi di immobilità forzata per entrambe le braccia, si è reso conto di riuscire di nuovo a muovere le dita della mano destra, «è stato bello», dice lasciando trasparire una grande emozione. «È stato come salire in moto per la prima volta».
La moto è la sua grande passione. A partire da 16 anni ha passato tutte le categorie: 50cc, 125cc, 600cc, fino ai 1000cc. «Volevo correre in pista, stavo organizzando un team di amici. E poi vabbè, è andata come è andata».

Fra moto e lavoro

Nonostante tutto, Matteo non si è mai arreso. Ancora prima di sapere se sarebbe mai riuscito a recuperare l’uso delle mani, la sua domanda è stata: «E mo come faccio con il lavoro?».
«”Io voglio lavorare”, mi dicevo. Essere fuori dal mondo del lavoro sarebbe come ammettere che ho qualcosa che non va». A venirgli in aiuto sono state le stesse Ffs. «“Matteo, non ti preoccupare ché ti troviamo un nuovo posto”, mi assicuravano. Qualcuno veniva a trovarmi a Zurigo. Altri mi hanno aiutato in altro modo».
Le ferrovie procuravano anche biglietti del treno alla sua ragazza di allora. «Lei è una di quelle persone che mi è stata molto vicino. Tante volte era lei che mi spronava». I primi a essergli stati accanto sono però stati i suoi genitori. «Se non c’erano loro non ero neanche qua a raccontare la mia storia. Ti lasci andare, è normale. Tutti mi dicono “sei un eroe, sei un eroe, sei un eroe”. Ma io, un eroe… sono un eroe grazie agli altri. Un eroe da solo che cosa fa? Non va lontano».
Adesso Matteo si occupa di sicurezza sui cantieri, in parte in ufficio e in parte sul terreno. Ha da poco concluso una nuova formazione. Su una moto, invece, non è ancora riuscito a tornarci. Ma non si dà per vinto. Il sogno è sempre quello di andare in pista a emulare il suo idolo Jorge Lorenzo. «Prima che qualcuno lassù in alto mi rivoglia indietro, tornerò su una moto», assicura.
E magari, ribaltando la situazione, il momento in cui finalmente riuscirà a tornare in sella a una due ruote di grossa cilindrata, lo descriverà così: «È stato bello. È stato come quando ho ricominciato a muovere le dita».