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RITRATTI
GIULIO PARINI

Il design che rende la vita più bella

Le opere del giovane designer, che vive tra Lugano e Ginevra, sono a metà strada tra design e antropologia. Alla base del lavoro di Giulio Parini si trovano le relazioni umane: a Bali, così come in Brasile o in Ticino.

TESTO
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MELANIE TÜRKYLIMAZ
01 aprile 2019

Ben oltre i banchi di scuola si amplia la conoscenza di un uomo quando questi esplora il mondo e chi lo abita. Giulio Parini, designer di Lugano, sin da piccolo regolarmente lasciava le sponde note del lago di Lugano per conoscere quelle misteriose e vibranti coste brasiliane. Dalla famiglia, oltre al legame con il Brasile, eredita la curiosità per l’altrove. Classe 1984, ha un curriculum gitano, tanto spontaneo quanto coerente. Studia design industriale alla Nuova Accademia di Belle Arti di Milano, crea oggetti assieme ad artigiani locali nella selva brasiliana e balinese. Continua poi gli studi in design industriale all’Ecole cantonale d’art di Losanna e lavora per uno studio di architettura ginevrino. Parigi rapisce il suo cuore per 2 anni. Premiato dalla borsa di studio di Bally (2015), si dedica alla creazione del suo marchio di illuminazioni poetiche Metallodolce. Ora vive tra Lugano e Ginevra e, quando lo incontro, sta per fare un salto in India…

Oggetti belli, utili e ben fatti

Siamo seduti nel giardino della casa di Gandria, dove vive dallo scorso ottobre. Mentre l’ultimo sole gioca con la superficie acquosa, i monti ascoltano silenziosi. «Siamo in sei a condividere questa casa antica, realizzata da architetti spagnoli per una famiglia di nobili germanici – racconta –. Qui convivono studenti di informatica, un avvocato eclettico, una danzatrice contemporanea, un professore universitario, ed ora io». Un piacevole rifugio dal sapore bohémien dove non mancano gli spazi di condivisione.

Quando gli chiedo cosa gli interessava nell’adolescenza, d’impeto dice: «gli amici». Per il designer le relazioni umane sono fondamentali. «Sono affascinato dal processo umano dei miei progetti».

Progetti a metà strada tra design e antropologia, dove gli incontri con ciò che è altro da sé sono opportunità di indagine e apertura. In Brasile, la sua prima esperienza lavorativa in un importante studio di design a Sao Paulo è seguita da un’opportunità che marca il suo approccio creativo. «Venni a conoscenza di un progetto di collaborazione tra designer emergenti con artigiani locali – ricorda–, presi contatto e da lì partì l’avventura del creare un kit per un “ufficio itinerante” con un artigiano del cuoio».

Nascono così pochi oggetti, belli, utili, ben fatti, da portare nel quotidiano per renderlo in qualche modo migliore. Non è mai una questione di quantità o di profitto, più si racconta più risulta chiaro che per Giulio questi elementi hanno poco peso. «A Bali, decisi di ricreare un’esperienza analoga in modo indipendente, passai due mesi molto interessanti a stretto contatto con gli artigiani locali dell’impresa Tri Helen Bamboo da cui nacque una sedia». La Kajong Chair, elegante e leggera sedia in bambù, ispirata alle cerimonie sacre. In un mondo che corre veloce e in cui alla qualità viene spesso e volentieri anteposta la quantità, una scelta come quella di Giulio è un monito prezioso. Un elogio alla lentezza e al valore dei propri gesti, vissuto in prima persona, senza fare rumore. «Attualmente sono tornato a lavorare per lo studio di architettura di Ginevra, dove passo due settimane ogni mese occupandomi dei modellini – spie- ga –. Un salario che mi permette di dedicarmi liberamente ai miei progetti nel tempo restante: sono consapevole di quanto questa scelta di vita sia un privilegio, è la fortuna di vivere in un paese dove i salari e costo della vita sono in equilibrio». Dopo 12 anni in giro, il 2018 marca il ritorno alle origini. Ora il suo atelier è in Valle Maggia, nella casa che da sempre appartiene alla famiglia materna. «Per creare ho bisogno di condizioni che siano insolite e Broglio, con il suo silenzio ancestrale, lo è tanto quanto il caos dell’India». Anche il suo interesse antropologico si è focalizzato sulle radici. Dal dialogo con il falegname Lorenzo Bernasconi e l’architetto e designer Federico Rella nasce Castagno 18, progetto al 100% locale. Mobili resistenti, realizzati interamente in legno, senza parti metalliche, come si faceva nel passato, ma con un’estetica estremamente contemporanea. Il progetto si è poi ampliato divenendo un’indagine sociale sulla tradizione delle castagne che sta portando il collettivo di artisti ad incontrare i depositari di questa cultura. «Andiamo nei paesi, nelle valli, in montagna, e ci sediamo con gli anziani per conoscerli e, attraverso loro, conoscere».

L’avventura ora include il fotografo marchigiano Andrea Massaccesi, il fotografo Simone Cavadini, Giulio e Federico. Di questo grande viaggio, Giulio Parini conosce la scintilla primaria, ma non il punto di arrivo. L’ignoto allora diventa spinta ed invito a camminare, incontrare e – assieme – conoscere.