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RITRATTI
ALESSANDRO ROSSI

Il liutaio che vive alle Fiji

Si è formato alla prestigiosa scuola Antonio Stradivari e inizia a girare il mondo. Fino a fondare la sua nuova vita in mezzo all’Oceano Pacifico. Incontriamo Alessandro Rossi durante un suo rientro in Ticino.

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Massimo Pedrazzini
04 febbraio 2019

Alessandro Rossi nel suo pied-à-terre ticinese, a Brione.

Quando, all’alba, Alessandro Rossi siede sulla sabbia, è sufficiente che orienti lo sguardo a Est, chiuda gli occhi e attenda. Nel momento in cui sentirà il tepore di un raggio saprà che nessuno lo ha sentito prima di lui. Perché quello è il primo sole al mondo: sorge a Tave Uni, arcipelago delle Fiji, all’estremo orientale della nostra Terra, il pezzo di paradiso in cui il 45enne ha scelto di vivere. Quando poi, qualche istante dopo, riaprirà gli occhi, vedrà il velo smeraldino e luccicante dell’Oceano Pacifico stendersi a 180 gradi davanti a lui. Alessandro gli darà forse il buongiorno in silenzio, ascoltando il canto di una colomba arancione o il verso grezzo del “piccione che abbaia”.

Succedono cose straordinarie, nelle vite normali. Ma se si ha il coraggio delle proprie scelte, l’eccezionalità può anche diventare la regola. Prendiamo Alessandro: nasce in Ticino, si forma come liutaio nella più rinomata delle scuole (la “Antonio Stradivari” di Cremona) e terminati gli studi inizia a collaborare, come restauratore, con istituzioni come la Tonhalle e l’Opernhaus di Zurigo. Ma per quanto si sia bravi, il lavoro in questo specifico settore ad altissima specializzazione scarseggia. Così Alessandro parte una prima volta: Messico, India, le Fiji. Dove conosce l’amore, costruisce una famiglia e per alcuni anni vive di turismo, con il cielo come soffitto e il mare come pavimento, dentro il costante beccheggiare di una barca a vela. «Riprovare con la liuteria, però, era un richiamo molto forte – ricorda –, così come forte era l’esigenza di dare una stabilità educativa a mio figlio. Ciò significava tornare a Brione sopra Minusio, dove ho la mia casa. L’ho fatto, ma ancora una volta si è rivelato troppo complicato. Non mi rimaneva che prendere una decisione».

Delle nuove radici

Oggi, nella baia di Savusavu dove vive da due anni, Alessandro può abbracciare il primo sole al mondo prima di servire per colazione il mango e l’ananas che gli crescono in giardino. I turisti che accoglie nel suo “Tropical Splendor” – un lotto comprendente un cottage, due capanne tipiche fijiane, 6 laghetti con le ninfee e una piscina a 60 metri dal mare – sono soprattutto australiani e americani appassionati di immersione, kayak, stand-up paddle e pesca di carangidi e tonni pinna gialla. Così bombole e fiocina hanno sostituito sgorbie e scalpello, che Alessandro ha per altro portato con sè. Ethan, il primo figlio, preferisce il cavallo allo skate e Axel, il secondo, si arrampica sulle palme sporgenti e ridacchia felice al sole. Avi, la moglie, è una figlia di questa terra: per Alessandro rappresenta le radici di questo nuovo sentirsi a casa.

Interagire attivamente

«Là è un vero paradiso – racconta Alessandro nella casa di Brione, che è ormai solo pied-à-terre di vacanza –. Ma anche il paradiso ha i suoi retroscena». Il primo, e principale, è una coscienza ambientale pressoché inesistente, cruccio inconsolabile per un’anima svizzera: «Dalle spiagge raccolgo chili e chili di plastica, che poi devo portare in discarica, visto che non ci sono inceneritori né alcun sistema di riciclo dei rifiuti. A Bagata, il villaggio delle scuole, ogni istituto brucia i propri all’aria aperta, plastiche comprese. I bambini giocano nei vapori di diossina». Così il motto di Alessandro è diventato «interagire attivamente». Senza urtare troppo le sensibilità locali, si è preso l’impegno di insegnare i rudimenti della separazione, raccogliere le plastiche e portarle nella stessa discarica, a Savusavu. Lo fa ogni venerdì. «La mia speranza – confida – è che qualcuno che ne ha i mezzi si impegni nell’installazione di impianti di riciclaggio in Paesi in via di sviluppo come le Fiji. Per quanto mi riguarda, nel mio piccolo ho capito che se non si inizia con una goccia, non si formerà mai nessun mare». In quello che ha la fortuna di abitare, allo stesso modo, Alessandro ha iniziato anche una coltivazione di coralli: «Raccolgo e moltiplico quelli termoresistenti con apposite reti di metallo, poi li rimetto nel “reef”. Ho ottenuto il permesso del “tui”, il capo della provincia, la massima istituzione locale».

Dalle chitarre agli ukelele

Il tempo, per il resto, si dilata in esperienze d’apnea dentro banchi di pesci dai colori onirici e incontri ravvicinati con squali che «solo se li conosci sai come devi affrontarli». Quello che una volta gli aveva inghiottito una cernia appena infiocinata «si era preso una raffica di pugni, ma alla fine aveva mollato la preda». Spesso, la sera, si affacciano i ricordi. Allora al suono del mare si mescola lieve quello di una chitarra cesellata con l’arte del liutaio. Strimpellarla, dice Alessandro, è parlarsi del passato. «O del prossimo futuro – si corregge –. Di ukulele alle Fiji ne servono sempre. Io li so costruire e posso anche insegnare a farlo».