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RITRATTI
SANDRO DELMUÈ

La tradizione e il suo custode

Sandro Delmuè è sacrestano di Biasca dal 1972. A vedere il suo presepe arriva gente da tutta la Svizzera italiana. Ma il 64enne contribuisce a mantenere vivi anche altri antichi rituali natalizi.

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stefano mussio
20 dicembre 2019

Sandro Delmuè: «Le statue di Gesù Bambino sono quasi in via d'estinzione, ho tanta malinconia del passato».

«Una volta questa era una terra di atei. Oggi c’è solo indifferenza, e forse è ancora peggio». Sospira, Sandro Delmuè, mentre chiude il portone della chiesa di San Carlo, a Biasca. Classe 1955, è sacrestano nella località rivierasca dal 1972. E da allora è il custode di antiche tradizioni, tra cui quelle legate al Natale. «Vengono da tutta la Svizzera italiana per vedere il mio presepe», dice con orgoglio.

Cresciuto a Mairengo, in Leventina, in una famiglia che, eccezion fatta per la mamma, di Chiesa non ne voleva proprio sapere, Sandro inizia a fare il chierichetto a 8 anni. E resta affascinato dalla figura del sacrestano, un anziano del posto. «Finivo la scuola e andavo sempre in chiesa di corsa, a dare una mano». A 14 anni, il trasferimento a Biasca, patria paterna. «Qui ai tempi c’era un anticlericalismo radicato; è una storia che andava avanti da secoli. I credenti e gli atei si guardavano in cagnesco, c’erano vere e proprie lotte». Operaio in ferrovia per oltre 30 anni, Sandro ora è praticamente sacrestano a tempo pieno. Vive da solo, non ha figli. E lotta, come un dannato, per tenere vivo un minimo di ritualità. «La nostra è una delle poche parrocchie svizzere in cui si fa ancora la Novena di Natale cantata, con anche qualche parte in latino. Sono io a cantare, e la gente risponde. Dopodiché si fa la benedizione col Santissimo e suonano le campane per un quarto d’ora». Sandro nelle feste particolari indossa una divisa rossa, come previsto dal rito ambrosiano, eredità della confraternita del Santissimo Sacramento, fondata nel 1571. «Capita anche che mi tocchi fare ancora il chierichetto. Perché di ragazzi a messa se ne vedono sempre meno».

A caccia di muschio

Il 64enne si dedica alla cura delle chiese di San Carlo e di San Pietro, all’Oratorio di Santa Petronilla, alla chiesa di San Giovanni nella Valle Pontirone. E alla manutenzione dei terreni della parrocchia, dal taglio dell’erba alla potatura delle piante. Il periodo più suggestivo per il sacrestano è quello dell’Avvento. «Che da noi ambrosiani inizia già a metà novembre. Ed è lì che comincio a mettere in piedi il mio presepe tridimensionale, vado a caccia di legna, di sassi, di muschi. Ogni volta cambio la rappresentazione della natività, ma l’idea è che chi viene a visitarlo si ritrovi praticamente “dentro” il presepe, e lo possa vedere da tre angolature differenti. Cerco di dare il massimo, non lo inauguro mai prima del 20 dicembre». Particolare curioso: a trasmettere la passione per il presepe a Sandro è stato il padre. «Proprio lui che in Dio non credeva per niente. Però gli piaceva il presepe, esteticamente». Poi Sandro sbuffa. «C’è tanto da fare in queste settimane. Sono anche un po’incavolato, perché oggi vedi Babbo Natale dappertutto, ma le statue di Gesù Bambino sono quasi in via d’estinzione. Ho tanta malinconia del passato. Il giorno di Natale, tra una funzione e l’altra, lo passo quasi tutto in chiesa. Di famigliari stretti tanto non ne ho praticamente più. Ho solo una sorella ma vive a Zurigo, è lontana. Non soffro la solitudine».

«Ora et labora»

Al bar del paese, sotto la chiesa di San Carlo, lo chiamano “il sacrista”. E a lui quel soprannome piace. Anche se una puntualizzazione la vuole comunque fare. «Sono credente. Ma non bigotto. Non sono uno che prega a oltranza, recitando formule e dogmi, preferisco mettermi al servizio della comunità. D’altra parte lo diceva anche San Benedetto: “ora et labora”, prega e lavora. Ecco, io prego un po’, ma poi passo all’azione, col mio collaboratore Francesco». Di recente Sandro ha reintrodotto una vecchia usanza. Grazie a un accorgimento al sostegno delle campane. «E così, quando c’è un morto in paese, le campane mi tocca di nuovo suonarle a mano. Lo faccio sempre con grande commozione». Con variazioni non indifferenti. «Se il defunto è un ateo si suona in un modo, se invece è un credente, e il suo funerale sarà celebrato in chiesa, si suona in un’altra maniera». Sandro porta avanti anche il rituale della tarlaca, prima di Pasqua. «Quando le campane non possono suonare. Allora uso questo antico strumento di legno, che fa un baccano infernale, per richiamare i fedeli alle celebrazioni. Io non voglio che certe usanze vadano perse. Questa è la nostra storia. E la dobbiamo difendere».