X

Argomenti popolari

RITRATTI
FRANCESCA BRENNI

Tutto è possibile

Gli incroci della vita hanno portato Francesca Brenni a occuparsi soprattutto di persone che hanno subìto un’amputazione, e che vogliono tornare a fare sport. Anche ad alto livello.

FOTO
PINO COVINO
28 aprile 2019

Francesca Brenni: dal Ticino a Basilea, passando per le Paralimpiadi di PyeongChang.

Obiettivo. Questo il significato di Aim in inglese. Se preso come sigla, però, sta per Alles ist möglich, “tutto è possibile” in tedesco.

«Riassume bene la mia filosofia», spiega Francesca Brenni, fisioterapista sportiva ticinese, ora attiva come indipendente a Basilea. «Con il mio lavoro cerco di portare tutti a raggiungere i propri obiettivi. Per questo, le prime domande che pongo sono sempre le stesse. Cosa ti aspetti da me? Cosa vuoi ottenere con la fisioterapia? Quali sono i tuoi obiettivi personali? Se le risposte a queste domande non sono chiare, non riesco a creare un programma di fisioterapia che abbia senso».

A incarnare l’idea di Aim c’è un ragazzo in particolare, con il quale col tempo si è anche instaurato un forte rapporto di fiducia. «Quando l’ho preso a carico, gli era stato detto che per lui sarebbe stato impossibile riprendere a fare sport. Un incidente sul lavoro l’aveva lasciato con delle ustioni sull’88% del corpo. L’ho presa come una sfida. E ora, dopo tanti piccoli passi, lo iscriviamo a un triathlon, disciplina durissima, che combina nuoto, ciclismo e corsa».

La difficoltà di un obiettivo e la sua carica emotiva non vanno però per forza di pari passo. Prima dell’incidente, il triatleta in divenire era in realtà uno snowboarder. «E vederlo rimettere la tavola ai piedi è un’emozione che non dimentico», racconta la fisioterapista bellinzonese. «La sua eccitazione era tale che per due notti non ha dormito. E quella mattina nevicava tantissimo. Quando siamo arrivati a Davos mi ha confessato: “Pensavo annullassi la giorna- ta…!”. Al che gli ho risposto: “È una giornata bellissima. Non vedi quanta neve?”».

«È stato emozionante, soprattutto perché non si trattava più di fare semplicemente qualche esercizio», continua Francesca. «Era una vera e propria giornata di snowboard».

L’esperienza coreana

In questo mondo, quello dello sport per disabili, Francesca ci è finita un po’ per caso. Ma non completamente. «Ho studiato fisioterapia a Lugano. Poi volevo a tutti i costi diventare fisioterapista sportiva. Di possibilità in Ticino ce n’erano poche. Così ho lavorato alcuni anni a Zurigo, facendo al contempo un Master in fisioterapia sportiva a Salisburgo. Facevo avanti e indietro fra le due città. Era impegnativo, lavorando al 70%».

Da Zurigo si è poi spostata al centro riabilitativo di Bellikon, dove ha avuto le prime esperienze con pazienti che avevano subìto un’amputazione. «Lì lavorava l’ex allenatore della squadra svizzera di sci paralimpico. Avevano bisogno di gente con esperienza e mi ha ingaggiato. Questo mi ha permesso, in un secondo tempo, di entrare in contatto anche con Plusport», il centro di competenza dello sport per disabili in Svizzera. Ora, per quest’organizzazione nazionale, Francesca porta avanti in particolare un progetto chiamato Move on with prosthetics, con il quale si cerca di riportare persone con disabilità fisica a fare un’attività sportiva.

Con la nazionale paralimpica di sci alpino ha invece partecipato alle ultime Paralimpiadi invernali a PyeongChang. Dalla Corea del Sud, la delegazione svizzera è tornata a casa con ben 4 medaglie d’oro. «Un’esperienza fantastica. Ho realizzato quanto vissuto solo un paio di mesi dopo, perché sul momento eravamo tutti sopraffatti dalle emozioni. Era la mia prima esperienza di Paralimpiadi. L’impegno è grosso. Ho seguito la squadra per quasi 8 settimane. E dato che ho anche il mio studio, non è semplice portare avanti entrambe le cose».

Ridare qualità alla vita

Nonostante tutte le storie incredibili che potrebbe raccontare, Francesca si vede, né più né meno, come «quella che aiuta alcune persone ad avere una vita normale. Perché la possibilità di fare sport porta qualità di vita. Grazie allo sport, si ha un nuovo obiettivo».

«Il mio sogno è di creare un piccolo centro di competenza per amputati, sportivi o no che siano. In ogni caso, è la direzione verso cui sto andando. Però ci vuole tempo, anche perché vorrei creare qualcosa di solido, che poi rimanga nel tempo».

«È un lavoro molto emozionale, il mio. Soprattutto all’inizio di una terapia. Nel senso che gli sportivi, quando raggiungono un certo livello, sanno esattamente quello che vogliono e quello che possono arrivare a fare. È facile lavorare con loro. È più difficile con chi non lo sa ancora, con chi magari sta appena cominciando a recuperare la mobilità dopo un incidente. Ma è lì che posso davvero aiutare le persone a tirare fuori tutto il loro potenziale. E quando ci riescono, le emozioni sono grandissime».