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RITRATTI
ANNA FELDER

Uno sguardo ricco di humour

Incontro all’Istituto svizzero di Roma con la scrittrice ticinese, per parlare della nascita della sua passione per la letteratura e della vita tra Nord e Sud delle Alpi.

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giliola chiste
13 maggio 2019

Anna Felder, di passaggio all'Istituto Svizzero di Roma per presentare la pubblicazione in francese del suo romanzo "La Disdetta". 

Se proprio c’è da ritrovare un inizio, Anna Felder lo ricorda così: «Forse la prima volta è avvenuta quasi per caso. Mi ricordo che ero alle medie e che guardavo fuori dalla finestra. C’era una palma e, più in là, una mamma che giocava con i suoi bambini. E lì che ho sentito l’impulso di scrivere un primo frammento di racconto, scoprendo una cosa fantastica: scrivendo, potevo inventare qualcosa di mio, una nuova realtà sul foglio». Una prima scintilla che poi si trasforma in molla fino a farla diventare una delle più importanti scrittrici svizzere in lingua italiana. «Magari dipende anche dal fatto che, avendo dei fratelli maschi tanto più grandi di me, sono sempre stata una bambina molto solitaria. Mi arrampicavo sugli alberi e rimanevo lassù, come una regina, a guardare dall’alto tutto quello che succedeva».

Un’immagine simile a quella del piccolo “Barone Rampante” di Italo Calvino, proprio il grande scrittore italiano che è stato un crocevia nel suo destino. «Fa parte di tutti gli incroci che hanno segnato la mia vita. Io sono nata a Lugano nel 1937, ma a 19 anni mi sono trasferita a Zurigo per il dottorato universitario e, poco dopo, mi sono trovata sbalzata ad Aarau come supplente di italiano e francese in una scuola, affollata dai figli dei tanti immigrati italiani. E proprio in quel periodo ho scritto il mio secondo romanzo, che ha per protagonista una giovane insegnante ed è piaciuto molto a Italo Calvino».

Una pubblicazione che prima esce tradotta in tedesco dal suo compagno Federico Hindermann, ai tempi direttore della stessa casa editrice Manesse Verlag che stava allestendo l’edizione tedesca della raccolta di “Fiabe Italiane”, curata da Calvino. «Un giorno Federico mi ha detto: perché non provi a mandargli il manoscritto? Io l’ho fatto e anche se non ho mai avuto la fortuna di incontrarlo di persona, due anni dopo, nel 1974, il libro, grazie a lui, va in stampa in lingua originale per Einaudi con il titolo “La disdetta”». È uno sguardo lucido e ricco di humour, dichiarerà Calvino, anche perché a dare compattezza al tutto è lo sguardo di un gatto. «È sua la voce narrante, quella di un gatto che osserva le reazioni di un unico nucleo familiare che abita in una casa fatiscente, attorniata da alberi secolari, ma destinata ad essere demolita per le speculazioni edilizie degli anni Settanta».

Un modo, insomma, per raccontare i tic di ogni personaggio attraverso uno spioncino onirico, dove il tocco animale non risparmia la critica sociale. «Già nei miei primi temi scolastici, c’erano delle immagini surreali che avevano colpito i miei professori: il muso di un gatto paragonato a un pugno oppure degli ombrelli che avevo descritto come fossero pipistrelli».

Una vita divisa tra due culture

Legami fantastici, sempre pronti però a tuffarsi nella vita quotidiana, quella quotidianità che per Anna Felder è stata sempre divisa tra Nord e Sud delle Alpi, tra due lingue e culture diverse. «A volte sento invidia per chi è sempre stato nello stesso luogo, ma poi penso che per me lasciare le cose note e andare via in età così giovane da Lugano è stato un passo fondamentale. Da una parte, hai la scoperta del territorio “straniero”, dall’altra una nostalgia per quel che hai lasciato che ti rimane sempre addosso». Situazioni in cui l’ironia e la capacità di guardare il lato paradossale delle cose diventano il più prezioso antidoto al disagio. «All’inizio ad Aarau, pur se con il privilegio di uno stipendio da docente, vivevo condizioni non dissimili da quelle degli immigrati italiani. Appena telefonavo per cercare casa, riconoscevano l’inflessione italiana nel mio tedesco e mi buttavano giù la cornetta».

Una vicinanza psicologica che ha spinto Anna Felder a impegnarsi in prima persona per favorire un’integrazione, visto che, come disse Max Frisch: «Volevamo delle braccia, sono arrivate delle persone».

«Tante di quelle famiglie italiane, provenienti da Calabria, Puglia, Sicilia, erano estremamente povere. Lontane da casa si percepivano come diverse. Per questo non insegnavo soltanto, ma facevo di tutto, andando di comune in comune per vedere quanti bambini ci fossero e farli venire a scuola».

Un carico d’umiltà che una donna come lei non ha mai smarrito, distinta e discreta anche dopo aver ricevuto tanti riconoscimenti, come il premio letterario svizzero, attribuitole nel 2018 dall’Ufficio Federale della cultura. «Ricevere premi alla mia età non cambia nulla, perché le luci della ribalta distraggono. Continuo a scrivere come sempre. Prima a mano, sul foglio bianco. Poi, dopo tante brutte copie, mettendomi al computer, dove le cose prendono un carattere più definitivo». Quella semplicità che si fa serratura privilegiata per aprire lo sguardo al di là di ogni porta.