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Non è vero, ma ci credo: fortuna, ci sei?

Riti e scaramanzie sono parte del Capodanno. Ma perché diamo loro così tanta importanza? Ce lo spiega l'antropologo italiano Marino Niola. SCOPRI TUTTE LE MANIE DEI VIP

27 dicembre 2017

Il servizio

accompagnano l'ultimo giorno dell'anno, tramandati di generazione in generazione secondo il vecchio adagio: non è vero... ma ci credo. Ma perché queste superstizioni sopravvivono nelle nostre abitudini, nonostante viviamo in un'epoca in cui il raziocinio guida la maggior parte delle nostre azioni? Lo abbiamo chiesto a Marino Niola, antropologo e divulgatore scientifico italiano (nella foto accanto). «La longevità di questi simboli è giustificata dalla potenza simbolica del Capodanno, un momento cruciale in tutte le culture del mondo. È il giorno dei bilanci, ma anche dell'accesso a una terra sconosciuta piena di incognite: il domani. Il color rosso, per esempio, ha avuto una diffusione straordinaria in molti rituali perché ricorda il sangue, la vita che circola, ed è considerato di buon auspicio per il futuro. Non a caso, in passato un dono comune offerto ai genitori di un neonato era un oggetto rosso fatto di corallo, proprio per augurare vitalità e benessere al pargolo».


Il cantante Steve Tyler è convinto che indossare una collana fatta con quattro denti di un procione che cacciò lui stesso da ragazzo gli porti fortuna.

Le ragioni dei fuochi d'artificio
Con il passare degli anni, la scaramanzia si è come reinventata: rituali legati alle civiltà contadine si sono trasformati in atti più moderni e comuni. «L'abitudine di accendere dei fuochi in attesa della mezzanotte», prosegue l'antropologo, «è sempre stata legata alla necessità di illuminare la strada all'anno nuovo, mentre al rumore – battendo su pentole o suonando crepitacoli – è stato associato il potere di scacciare gli spiriti maligni. Questi due aspetti, luce e rumore, hanno poi portato alla nascita di uno dei simboli odierni del Capodanno: i fuochi d'artificio, o in alcuni casi lo scoppio dei petardi». Credere che un determinato comportamento ci porti fortuna ammanta anche gli altri giorni dell'anno, e sono molte le persone che seguono un preciso iter – a volte dei veri tic: controllare tre volte che ogni porta sia chiusa, evitare di camminare su una grata o di pestare delle linee sulla via che porta a casa, fino alla classica svolta se un gatto nero ci taglia la strada. Ancora Niola: «In questo caso si tratta di rituali individuali, e non collettivi, che ci danno sicurezza regalandoci la sensazione di controllare l'incontrollabile: una sorta di effetto placebo. Sono abitudini che vanno gestite con ironia, evitando così il rischio di trasformarle in nevrosi o psicosi; se rompiamo uno specchio, insomma, dovremmo essere in grado di sdrammatizzare, invece di convincerci che ci porterà sette anni di sfortuna».


Quando viaggia, la modella e presentatrice tedesca Heidi Klum porta sempre con sé un piccolo sacchetto contenente i suoi denti da latte.

Testa e cuore
Ma essere scaramantici significa assumere una posizione irrazionale, così poco affine all'epoca moderna? «Dobbiamo ricordarci che avere scaramanzia non ci rende oscurantisti: è il nostro modo di dare un significato a una realtà al di fuori dalla nostra sfera di controllo, spesso incomprensibile. Una specie di zona grigia. Noi esseri umani siamo come i telefonini: dual band, in grado quindi di fronteggiare questa dimensione e quella legata alla scienza e alla razionalità. Basti pensare che Niels Bohr, il padre della fisica quantistica, teneva un ferro di cavallo appeso alla porta di casa e quando qualcuno gli chiedeva il motivo di quella scaramanzia, rispondeva: “Non ci credo, ma dicono che è un oggetto che porta fortuna anche a chi non ci crede”».


L'attore Benicio Del Toro indossa un anello dall'anima di legno che gli consente di “toccar legno” (variante del nostro “toccar ferro”) in ogni momento.

Un amuleto... segreto
In effetti, qualche volta la superstizione si concentra su un singolo oggetto. Lo sanno bene molte personalità del mondo dello spettacolo che portano sempre un portafortuna con loro, ma anche le persone comuni amano munirsi di talismani e amuleti, a volte anche di origine bizzarra (vedi riquadro). «Avere un portafortuna», ricorda il nostro interlocutore, «significa trasformare un oggetto in simbolo, scelto per fronteggiare timori che altrimenti ci spaventerebbero. Fa parte di quel gioco rassicurativo che ci dà la possibilità di controllare (almeno all'apparenza) il disordine che ci circonda, e sono in molti ad averne uno. Anni fa, un sondaggio condotto in Francia rilevò che il 42% delle persone interpellate era convinto dell'efficacia di una zampa di coniglio come portafortuna – un dato notevole, visto che è stato raccolto nella patria dell'Illuminismo
e della razionalità». Marino Niola è nato a Napoli, dove uno degli oggetti più venduti durante l'anno è il classico cornetto rosso. Gli chiediamo quindi se anche lui ha un portafortuna. «Certo, ed è un oggetto che porto sempre con me. Non posso però rivelarvi di che cosa si tratta, altrimenti perderebbe la sua efficacia. È credenza comune, infatti, che svelare in pubblico la natura di un portafortu na consenta agli spiriti negativi di individuar lo, e disinnescarne così il suo potere». Acqua in bocca, allora, e auguri a tutti.


Al primo ciak di ogni film, l'attore irlandese Colin Farrell indossa sempre lo stesso paio di boxer coperto di trifogli verdi, simbolo della sua terra e celebre portafortuna.

L'incredibile collezione


Nato in Inghilterra nel 1852, Edward Lovett fu uno dei più importanti collezionisti di amuleti al mondo. Tra il 2011 e il 2012, la Wellcome Collection di Londra ha esposto oltre 400 suoi pezzi che ben rappresentano la capillarietà con la quale i portafortuna si diffondono nelle nostre vite, ieri come oggi. Tra braccialetti, pietre e monili, si distinguono anche oggetti più particolari: dai denti di squalo incastonati a mo' di ciondolo per il loro presunto effetto benefico sulla salute ai pesciolini scavati nell'osso, di buon auspicio per i pescatori. Giungeva invece da un vecchio pastore un cuore di pecora mummificato, grazie al quale proteggeva il bestiame dalle malattie; ancor più bizzarro un talismano composto da una piccola talpa morta custodita all'interno di un sacchetto, che ricorda la più comune zampa di coniglio che qualcuno utilizza ancora oggi come portachiavi. «Penso che avere un portafortuna sia una caratteristica tipica dell'uomo» ha affermato la curatrice della mostra Felicity Powell ai microfoni della BBC. «Investire un talismano con un significato più profondo fa sì che incorpori ciò che sentiamo al di là della ragione e ci permette di forgiare una nostra piccola storia personale, da portare sempre con noi».