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STORIA DI NATALE

Io, albero di Natale

Da Cerentino a piazza Grande. L’abete di Locarno On Ice ha da raccontare una storia, anzi, una favola natalizia.

FOTO
MASSIMO PEDRAZZINI
18 dicembre 2018

L'albero di Natale nel villaggetto di Locarno On Ice, in Piazza Grande è diventato il protagonista di una storia di Natale.

È albero-mania. Mai come quest’anno a Sud delle Alpi si registra un interesse mediatico così acceso attorno agli abeti di piazza addobbati per le feste natalizie. Da Chiasso ad Airolo non c’è piazza senza albero. Sembra quasi che si abbia l’esigenza di ricreare all’aperto la calda atmosfera natalizia del salotto di casa, forse per rispondere a una voglia di stare insieme, di comunicare con in mano una tazza di vino caldo piuttosto che davanti allo schermo piatto di un monitor.
Tra i tanti alberi nel nostro Ticino, abbiamo scelto di raccontare la storia dell’abete bianco che fa bella mostra in piazza Grande, in occasione di Locarno On Ice, giunta oggi al 26° giorno della sua 14esima edizione. Ed è lui stesso che la narra, in prima persona, come se fosse il protagonista di una favola nella quale subisce la metamorfosi, e diventa simbolo, come lo era per gli antichi, di immortalità. Attraverso la sua voce racconta il suo mondo e le persone che hanno vissuto accanto a lui, da quando fu trapiantato nel piccolo giardino dell’osteria di Cerentino, fino alla sua fine. È un abete bianco che il fato ha voluto che finisse a fare l’albero di Natale. E allora non resta che lasciargli la parola.

Margherita Baroggi davanti all'abete bianco da lei piantato nel maggio del 1984 vicino all'Osteria centrale di Cerentino in ricordo di suo fratello.

Il passaggio dell'abete a Linescio.

L'albero sospeso.

Il racconto dell’albero

«13 novembre 2018. È il tramonto. Il cielo sopra Cerentino, sulla valle Rovana e su tutta la Valle Maggia, è striato di nuvole color arancio. Uno stormo di passerotti arriva rumoroso, seguendo traiettorie improvvise e veloci. I piccoli esseri alati si posano sui miei rami più alti, come se mi volessero occupare per protesta. Non vogliono che me ne vada. Il loro cinguettio è così forte che per un attimo sovrasta le voci e i rumori delle persone che stanno sotto di me. Con ritmo e buona lena, caricano velocemente su un camioncino i rami tagliati nella mia parte inferiore. Sono due scattanti selvicoltori: Enea Pasinelli e il suo giovane aiutante, Bryan Chiappini. I rami verranno portati a Locarno da Daniel Pfenninger per decorare piazza Grande. Nel frattempo, sono arrivati un lungo bilico a cinque assi color argento e un camion con sopra una gru dal braccio che si estende fino a 36 metri di lunghezza. Arrivano sei operai, accolti da Margherita Beroggi e il suo compagno, Marino Bigi, che entrano ed escono dall’Osteria Centrale, indaffarati come sono nel preparare la cena per gli invitati giunti a portarmi via. Sono stati Margherita e Marino a segnalare al Comune di Locarno e agli organizzatori di Locarno On Ice la disponibilità del sottoscritto a sacrificarmi per diventare un albero di Natale. Avrei potuto vivere 500 anni, crescere ancora, arrivare a 50-55 metri di altezza, ma la mia vita si conclude a 34 anni. Troppo grande il pericolo di crollare sul tetto dell’Osteria Centrale di Cerentino e di mettere a repentaglio l’incolumità di Margherita, Marino e i suoi clienti. Non me lo potrei mai perdonare. I venti nel corso degli anni hanno reso meno stabile il terreno del giardino nel quale ho trovato ospitalità. E allora, per scongiurare ogni rischio, Margherita, che nel maggio del 1984 mi è andata a prendere in Valle di Bosco e mi ha trapiantato nel suo giardino, si è rivolta a Locarno On Ice. Ad assumersi i costi del taglio, del trasporto e della mia posa a pochi metri da palazzo Marcacci, è la Città di Locarno.

Bocce e nastri.

Sono le 8.40 circa di mercoledì, 14 novembre 2018. L'abete di circa 14 metri d'altezza viene alzato con grande delicatezza.

Il taglio prima della posa.

Da Valle di Bosco a Cerentino

Mi ricordo ancora le mani di Margherita, la sua delicatezza nel piantarmi dove sono oggi, a pochi metri dall’entrata dell’Osteria. Lei voleva proprio un abete bianco e ha scelto me. Allora non ero l’albero che sono oggi, con i miei 25 metri d’altezza e 50 quintali di peso. Ero piccolo, un po’ stortino, non raggiungevo neppure il metro di altezza. Eppure le sono piaciuto. Era una bella giornata di maggio del 1984, me la ricordo bene. Il volto di Margherita era velato da una tristezza più scura della mia corteccia. Aveva scelto me in ricordo di suo fratello Emilio che, un anno prima, nell’estate del 1983, morì a 48 anni in un incidente stradale. Stava percorrendo i tornanti che separano Cerentino da Cevio, ed è finito fuori strada a causa di un malore. Che disgrazia! Da giovane era andato via a lavorare, nella Svizzera nordalpina. A Losanna aveva fatto il cuoco, ma il suo amore per il Ticino lo aveva riportato nella sua valle. Era riuscito, infatti, a trovare l’occupazione che aveva sempre sognato: il guardiacaccia. Emilio adorava la natura. Faceva lunghe passeggiate nella selva e conosceva ogni angolo della sua valle. Margherita mi ha scelto perché ero il più adatto per ricordarlo. Quando mi ha portato nel suo giardino, la signora, che ha passato la sua vita all’osteria di Cerentino, aveva 44 anni. D’estate i bambini si divertivano a rincorrersi attorno a me. Quando arrivava dicembre mi addobbavano con bocce colorate. Forse era destino che finissi in una piazza. Gli anni sono passati in fretta, i bambini sono diventati grandi e io con loro. Mi piaceva questo posto e mi ci ero affezionato. Anche perché, oltre alla compagnia quotidiana di Margherita e Bigio, c’erano i merli che nidificavano tra i miei rami e i passerotti che, al tramonto, venivano a trovarmi. E poi, la posizione era favolosa. Da un lato vedevo la Casa Cerentino e dall’altro il Pizzo di Mezzodì e il Pizzo Sascòla.
Sono le 18.00 e sono tutti dentro, in osteria, dove la squadra di operai che si è aggiunta a Pasinelli e Chiappini, composta da Danilo Cau, titolare dell’omonima ditta di trasporti e dai suoi collaboratori Dimitri Nicoletti, Nando Di Natale e Marco Romeo si preparano a consumare una cena a base di minestrone di verdure, polenta e brasato e dessert, così buoni da essere divorati dall’allegra compagnia. Quando li vedo uscire, sento una signora che, con una battuta in dialet- to, dice che Pasinelli e compagnia sembrano dei protestanti a un funerale. Ma io ci sono ancora. È passato l’ultimo autopostale delle 19.17.

Il taglio e il trasporto

Si accendono dei fari bianchi, proiettati verso di me. Tra i miei rami, rieccolo Enea, che si arrampica di nuovo, con caschetto e imbracatura. Era già stato qui qualche giorno fa per dire l’ultima parola, insieme a un rappresentante di Locarno On Ice, sulla fattibilità del taglio e sulla mia idoneità per piazza Grande. Veloce come uno scoiattolo arriva alla cima e attacca la corda all’estremità del lungo braccio della gru e poi scende a metà tronco per compiere l’ultimo atto. Sono le 19.38. Enea afferra la motosega e, con fare sicuro, mi recide. Sono sospeso nell’aria. Mi vedo che mi allontano dalle mie radici, e dalla parte inferiore del mio tronco, già privata dei rami. Non sono morto e non è un caso. Noi abeti siamo venerati sin dall’antichità perché sempreverdi, considerati immortali. Chi poi inventò l’albero di Natale nella sua forma moderna è difficile dirlo. Secondo alcuni studiosi il primo mio antenato sarebbe stato nel 1570, in una casa di corporazione di Brema e non nel duomo di Strasburgo, come si riteneva fino a poco tempo fa. È nella città anseatica, infatti, che un piccolo albero fu addobbato con mele, datteri, noci, brezel e fiori di carta. E sempre nella sede di una corporazione, ma a Basilea, nel 1597, un albero venne decorato di formaggi e mele.

Verso piazza Grande

Con grande professionalità e impegno, la squadra giunta a portarmi via mi adagia sul letto di acciaio del lungo camion grigio metallizzato. Dei 25 metri di altezza, ora ne misuro circa 14. Il titolare della ditta di trasporti, Danilo Cau, era già stato qui per studiare il percorso, misurare i tornanti e verificare che il camion potesse passare nella stretta strada che porta a Cerentino. Alle 21.30 si parte per Locarno. Sono stretto da diverse cinghie arancioni con cricchetto, scortato da un’autovettura di una ditta privata di sicurezza e preceduto da due ragazzi che con macchine fotografiche e drone seguono ogni mio passo, come se fossi una star. Il viaggio prosegue liscio a una velocità di crociera di 20-30 km/h. Alla strettoia di Linescio il camion procede lentissimamente, con grande cautela, e così riusciamo a passare. Una volta affrontati i tornanti, arrivati a fondovalle tiriamo un bel respiro di sollievo. Alle 23.10 arriviamo in piazza Grande, dove passo la notte coricato e legato. Danilo si rilassa con una bibita gassata. È fatta.
Mercoledì, 14 novembre. Alle 8 vengo portato davanti al bar ristorante Portico, a due passi dal Municipio. Come un missile che deve partire per il cosmo, vengo alzato con accortezza dal lungo braccio nero e azzurro manovrato da Dimitri Nicoletti.

Ritorno alle origini

Ore 8.45. Eccomi, in piedi. Per la squadra di ragazzi, tutti del ’77, è stata una bella soddisfazione avere portato a termine, anche quest’anno, un bel lavoro, a regola d’arte. Questa volta è toccato a me, per Enea Pasinelli sono stato il 12° albero di Natale di Locarno On Ice.
Tradizione vuole che, finite le feste, quando verrò spogliato dei miei addobbi (800 bocce color oro, argento, rosso e blu; 62 fiocchi color oro e 1.000 metri di lucine LED), e piazza Grande sarà sgomberata, sa- rò immerso in una peschiera nel Verbano. I miei aghi serviranno a proteggere alborelle e altri pesciolini dai grandi predatori. Sarò davanti a Brissago, dove sono nati Margherita e il suo povero fratello Emilio. Se questa non è una favola…

CLAUDIO JELMONI

Spiega l'importanza degli abeti per la rinaturazione dei fondali.

Dove finirà l’abete bianco protagonista della nostra storia?
A fine febbraio lo depositeremo sul fondale di una peschiera a Brissago. Ci saranno i bambini delle scuole, le autorità e tutte le persone “dell’abete bianco”.

Brissago, proprio dove è nata colei che lo ha piantato.
Sì. La famiglia Beroggi abitava a Piodina, frazione che porta ai monti. Margherita ricorda quando, da bambina, guardava il lago dove troverà posto l’albero di Natale.

A quale scopo viene immerso?
Gli abeti sono eccellenti per la rinaturazione dei fondali e la protezione dai grandi predatori come i siluri, lucci e gli uccelli ittiofagi. Per i piccoli pesci, in particolare per le alborelle, tornate dopo tanto tempo, gli aghi degli abeti sono un nascondiglio ideale. Il pesce persico, con l’arrivo della primavera, depone delle strisce di uova sui rami degli abeti, che saranno la loro prima casa.

Quanti abeti finiscono nel Verbano ogni anno?
Circa 500 alberi, che provengono da privati cittadini e dalla centrale Coop di Castione. Nel lago ci sono una decina di peschiere, che vengono rinnovate una volta ogni cinque anni. A rotazione ne rinnoviamo una o due all’anno nella regione del locarnese e del Gambarogno.


Aperitivo da non perdere vicino all’albero di Natale. Domenica 23 dicembre dalle 11 alle 15 in piazza Grande. La società di pesca “La Locarnese” spiegherà le modalità di raccolta degli abeti di Natale per lo smaltimento nel lago e l’impegno per la protezione dell’ambiente. Verranno visionati dei filmati sulle procedure organizzative e per i bambini verrà dedicato uno spazio per colorare il loro pesce e appenderlo sull’albero di Natale. Un’occasione da non perdere!


Nome: abete bianco

All’anagrafe: Abies alba

Data di nascita: 1983

Origine: Valle Maggia (emisfero boreale)

Nato a: Bosco di Valle

Altezza: 25 metri

Peso: 50 quintali ca.


I protagonisti

dell’impresa “Natale 2018”

Da Cerentino a Locarno

Enea Pasinelli, selvicoltore, 41 anni.

Danilo Cau, trasportatore, 41 anni.

Daniel Pfenninger, giardiniere, 58 anni.

I lavoratori che hanno reciso, trasportato e installato l’albero di Natale di Piazza Grande.

Bryan Chiappini, selvicoltore, 27 anni.

Marco Romeo e Nando Di Natale, addetti al carico, entrambi 41enni.

Dimitri Nicoletti, gruista, 41 anni.