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L'eredità del nord

Rösti e corno delle Alpi, ma non solo. Cibi e abitudini d’Oltre Gottardo, che si diffondono sempre di più nella Svizzera italiana. Un viaggio tra i protagonisti.

30 luglio 2018

Suoni naturali al Monte Tamaro: Alessia Bellintani, affascinata dal corno delle Alpi. Spartaco Calvo, sociologo e ricercatore alla SUPSI.

 

 

Il servizio

TESTO: DAVIDE MARTINONI - FOTO: SANDRO MAHLER

È soprattutto la magia della trasmissione delle onde musicali, il “perché” della passione di Alessia per il corno delle Alpi. «Si tratta del legno, un materiale favoloso, che ti permette di modificare il suono in base alle vibrazioni. E di ritrovare il senso antico dello strumento: comunicare sulla lunga distanza». Il senso antico: scrigno in cui è custodito il valore che è proprio di ogni tradizione. Ce ne sono, in un Paese come la Svizzera, che travalicano i confini cantonali e regionali, che si tramandano e si trasformano. Che si adattano e modernizzano. Cooperazione ne ha riscoperto un campionario di un realtà confederale permeabile alle più disparate contaminazioni.
Alessia Bellintani, 28 anni, di Lamone, si è avvicinata al corno delle Alpi «per caso, nel 2007. In centro a Lugano suonava un gruppo ticinese e ho chiesto informazioni. ‘Vieni a provare’, mi hanno detto. Detto, fatto. Per me, che già suonavo in banda il corno francese, si è aperto un nuovo mondo». Fatto di conoscenza, perfezionamento, obiettivi da perseguire e raggiungere: «Ho collaborato alla costruzione di un corno da Bärtschi, a Lucerna, durante uno stage per il lavoro di maturità incentrato sullo strumento. Così ho conosciuto la storia, l’evoluzione, le prospettive di questa tradizione».


Alessia Bellintani: «Il senso antico del corno? Comunicare sulla lunga distanza »

Negli anni, facendola sempre di più sua anche grazie ad impagabili momenti di condivisione come il raduno a Zermatt nel 2013, con 508 corni; o quello in Piazza Duomo nel 2015, per il 500° della Battaglia di Marignano, con 420 corni, di cui 50 dal Ticino. Sono gli stessi momenti raccontati dal “vate” dei cornisti ticinesi, Marco Fässler, l’uomo ovunque di una ditazione della disciplina disciplina che in 15 note su tre ottave abbina sensibilità artistica e profondo senso di appartenenza ad un contesto culturale nazionale. Prima è stato papà Hans, origini appenzellesi, che nel 1980 portò in Ticino un corno costruito da un altro Fässler, rinomato artigiano. Poi lo stesso Marco, che ha segnato le tappe del cammino d’importazione della disciplina: 1999, è tra i fondatori del primo gruppo di cornisti ticinesi, formatosi con i partecipanti all’inaugurazione di un tratta del tunnel della Vereina; 2005, prende vita il gruppo Amici corno delle Alpi Ticino; 2013, Bruno Cattaneo inizia a costruire a Roveredo corni delle Alpi a livello professionale, poi seguito da Aldo Bugada, di Muzzano, allievo di Fässler ai Corsi per adulti introdotti nel 2014. Una scommessa, quella dei corsi, fortunatissima: ben 150 aderenti su iniziali 6 proposte annue. Altra data importante è il 2016, con la nascita dell’Associazione corno delle Alpi della Svizzera italiana, 80 soci attivi, “cappello” per la moltitudine di gruppi germogliati al di qua del Gottardo dal seme di una passione sempre più ramificata. Con una conclusione, da parte dell’esperto, che può anche sorprendere: «Le donne sono decisamente più predisposte. Hanno più sensibilità, maggior propensione anatomica. Nella Svizzera italiana rappresentano un terzo dei suonatori. Ma chi fa le melodie, nell’80% dei casi sono loro».

 

 

 


La falegnameria di Aldo Bugada di Muzzano costruisce corni delle Alpi con abete di risonanza cresciuto nei nostri boschi alpini.

A tavola con piatti confederati
Di autentica passione si deve ben parlare anche cambiando repentinamente senso: dall’udito al gusto. Che anche in Ticino è per definizione quello del cervelas, la salsiccia nazionale, primatista fra le 120 varianti in commercio. Lo illustra, cifre alla mano, Emanuele Gambina, consulente prodotti freschi da Coop in Ticino: «Parliamo di una vera e propria icona, imbattibile sugli scaffali. Nella regione Svizzera orientale e italiana, il cervelas produce da solo, per Coop, 6 milioni di fatturato annuo. Parliamo di 1,5 milioni di confezioni, per 3 milioni di singoli pezzi. Solo in Ticino ne vendiamo 100mila all’anno, di 13 diverse varietà. I mesi con più vendite sono quelli estivi, complici le grigliate e il turismo, che evidentemente esporta una preferenza radicatissima». Dal Gottardo in giù, dunque, con precise esigenze di palato.
Ma anche “dal Gottardo in su” – rimanendo in ambito gastronomico – per riscoprire, e forse capire più a fondo, i sapori, la cultura e la storia dei piatti classici svizzero-tedeschi. Dal Gottardo in su è la denominazione di un altro Corso per adulti di successo: quello, nuovo, impartito da Flavio Valsangiacomo, cuoco per passione, poliedrico divulgatore, da 22 anni a questa parte, di sapori del mondo. A partire dal nostro: «Mi è stato proposto, ho pensato fosse una buona idea, così sono andato a cercare le ricette della tradizione e ho deciso di puntare su quattro capisaldi della cucina confederata come la berner platte, lo sminuzzato alla zurighese, la fondue e la raclette». Il risultato? «Una decina di partecipanti e soprattutto un interesse trasversale: dal 18enne all’anziana, dalla casalinga al professionista».
Un’altra tradizione confederata, che inizia a diffondersi anche in Ticino, è quella del pranzo dopo il funerale. «Non è una festa, ma un momento di condivisione all’insegna del ricordo. Un omaggio al defunto», dicono da Arosio, impresa di pompe funebri. «Più si va a nord, meno il lutto che rientra nei ritmi naturali della vita viene vissuto come tragico – aggiunge Daniele Nicora, titolare del Centro funerario e crematorio di Riazzino –. Il pranzo è ancora prerogativa svizzero-tedesca, che evangelici e protestanti considerano gesto naturale. Da noi si parla piuttosto di bicchierata, magari accompagnata da piatti freddi. Comunque, se è usanza che prende piede, lo è in primo luogo grazie ai vallerani, per cui il valore della famiglia rimane più solido e il lutto è considerato parte integrante della vita terrena».

Una necessità del confederato

Al sociologo Spartaco Calvo abbiamo chiesto un’interpretazione sulle tradizioni che si estendono oltre i loro limiti territoriali e culturali.

 

Come fanno le tradizioni ad estendersi oltre i loro limiti territoriali e culturali?
Vedo due fenomeni. Da un lato v’è quello della diffusione della comunicazione e lo scambio di informazioni sempre più rapido e pervasivo. Le differenze culturali, un tempo pesantemente condizionate dalle distanze fisiche, tendono ora a ridursi. Pertanto, alcuni aspetti apprezzabili di una cultura “lontana” sono diventati più facilmente accessibili altrove. Mi riferisco ad esempio ad alcune usanze gastronomiche svizzero-tedesche ora diffuse in Ticino, ma anche l’inverso: fino all’inizio degli anni Duemila era quasi impossibile bere un espresso decente a Berna. Oggi, invece, nei principali centri urbani è possibile fermarsi in locali che si rifanno esplicitamente ai sapori italiani. Analogamente, oggi in Ticino vediamo passeggiare persone con borse realizzate con materiali ecosostenibili ispirate a quelle concepite da una nota azienda zurighese. Sono alcuni esempi di interscambio culturale legato alla maggiore pervasività delle informazioni. Maggior visibilità significa anche più comoda possibilità di adozione.

 

L’altro fenomeno?
È più specificamente legato alla realtà ticinese, una terra che da turistico-alberghiera si è progressivamente trasformata in turistico-residenziale da seconde case. Questo ha determinato una sempre maggiore necessità, per il confederato, di importare determinate abitudini.

Non crede che questa “acquisizione” di usanze possa rispondere all’esigenza di un senso di appartenenza ad un contesto nazionale?
È possibile, ma non la vedo come causa predominante. Già politicamente le radici di riferimento sono molto locali, ticinesi. Il tentativo di creare un’identità nazionale legata ai simboli era forte prima e durante la Seconda guerra mondiale, quando in Europa imperavano regimi totalitari fondati sul nazionalismo. Ma era il risultato di impulsi che provenivano dall’alto e si traducevano in molte esposizioni nazionali, senza tuttavia riscontrare molto successo, soprattutto presso le minoranze linguistiche. L’idea del ticinese che si rifaccia a dei simboli provenienti da un’altra area linguistica per creare un sentimento identitario, personalmente, soprattutto oggi, la vedo poco. 

Svizzeritudine a tavola

Dai rösti alla berner platte

In nessun luogo come sulle nostre tavole sie sprime la “svizzeritudine” alimentare dei ticinesi, il cui menu nazionale è ricchissimo di contaminazioni. Per colazione abbiamo gipfel e “weggli”, Ovomaltina e Banago; per pranzo i rösti o degli spätzli che si accompagnano con la fetta di fleischkäse, il cervelas, il bratwurst o i wienerli. E se manca condimento, c’è sempre l’Aromat. Da bere, Rivella o una “Feldi” ghiacciata. La merenda è un fiorir di mailänderli e läckerli, mentre per cena una “berner platte” o un sminuzzato alla zurighese precedono l’Appenzeller della buona notte.

 

 


Cervelas: la salsiccia svizzera per antonomasia                            La bicchierata dopo il funerale: momento di condivisione all'insegna del ricordo.                Cibi svizzeri: rösti, bratwurst, Aromat, Maggi e Thommy.