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«Noi, che abbiamo fatto la rivoluzione»

Che cosa rappresentò ed è rimasto della contestazione studentesca del 1968, inclusa l'occupazione dell'aula 20 della Magistrale di Locarno? Tra critica antiautoritaria e furori ideologici. Lo abbiamo chiesto ad alcuni “reduci”. GUARDA I VIDEO – di ROCCO NOTARANGELO

15 gennaio 2018

Il servizio

Il '68 è nei manuali di storia e nell'immaginario collettivo l'anno simbolo della mobilitazione studentesca, che trasformò radicalmente la società occidentale. Mentre la guerra americana in Vietnam diventava più cruenta, la Cecoslovacchia sognava il “socialismo dal volto umano” e il mondo piangeva l'assassinio di Martin Luther King e Bob Kennedy, i giovani americani ed europei scendevano in piazza invocando la pace, una scuola democratica, nuovi diritti individuali e “l'immaginazione al potere”.



«Il '68 fu necessario, perché la struttura sociale, dalla famiglia alla politica, era chiusa e verticistica» afferma Chiara Simoneschi-Cortesi, classe 1949, ex presidente del Consiglio nazionale. «Ricordo che ai tempi del liceo, inizio anni Sessanta, il sistema scolastico era autoritario, con una diffusa misoginia dei professori. Noi ragazze dovevamo indossare i grembiuli neri fin sotto il ginocchio. Quando nel 1965 arrivai all'Uni Berna e cominciai a seguire le lezioni di sociologia, scoprii che oltre San Gottardo c'era una coscienza più sviluppata sui temi giovanili, sulla famiglia, sui gruppi sociali. Gli anni universitari furono una fucina di idee, vissuti intensamente. Si coltivava la speranza di un mondo migliore e si diceva “tutto può cambiare in meglio”, la società sarà più rispettosa dei diritti umani e noi giovani più liberi di esprimerci. E per me, con la mia cultura cristiana, significava dialogare, essere al servizio della collettività».


Chiara Simoneschi-Cortesi, ex presidente del Consiglio nazionale, visse il fervore dei primi anni Sessanta ispirata da leader come John F. Kennedy.


In Svizzera, la prima ribellione studentesca del '68 non esplose né a Zurigo né a Ginevra ma in Ticino, a Locarno. La data storica è il 9 marzo 1968, quando un gruppo di studenti della Magistrale, al grido “La scuola siamo noi”, occupò l'aula 20 per tre lunghi e febbrili giorni. «La molla della protesta fu soprattutto il convitto, un collegio gestito con regole ferree di stampo militare» racconta Fabio Dozio, ex giornalista RSI, all'epoca 16enne. «All'inizio chiedemmo un dialogo per “migliorare la scuola”, sempre e solo cattedratica, fondata sul nozionismo e sul sistema delle note». Bersaglio dell'agitazione era il direttore della Magistrale Carlo Speziali (era anche sindaco di Locarno). Alcuni mesi dopo il Consiglio di Stato lo destituì, nominando un nuovo direttore, Guido Marazzi, aperto alle rivendicazioni degli studenti. «Quei tre giorni sprigionarono un'energia incredibile» racconta con una punta di nostalgia Dozio. «Fu un'esaltante prova di democrazia dal basso. Ci sembrava di avere il mondo in mano, e di poterlo cambiare. Discussioni a non finire, grandi stimoli a leggere e a capire. Non avevamo però una precisa identità ideologica. Eravamo animati soprattutto da uno spirito antiautoritario».


«L'occupazione della Magistrale fu democrazia dal basso», dice Fabio Dozio, ex giornalista RSI. 

Protagonisti dell'occupazione furono anche molte studentesse, come l'allora 17enne Angela Tognetti, oggi contadina bio: «Per me fu un '48. Ero in terza e mi sentivo una ragazza “inc…”, perché venivo da una famiglia di contadini, in fondo alla scala sociale. L'agitazione alla Magistrale arrivò nel momento giusto per tirar fuori la rabbia e la voglia di rivalsa. Il mio ricordo più emozionante di quei giorni era quello di noi donne, educate da “brave tose” al mito del matrimonio, finalmente libere di dibattere su questioni femminili e intime come la libertà sessuale e la contraccezione».


Angela Tognetti (1951) fu nel gruppo degli studenti della Magistrale di Locarno che, il 9 marzo 1968, al grido “La scuola siamo noi”, occupò l'aula 20.

L'occupazione dell'aula 20 suscitò critiche e reazioni indignate nell'opinione pubblica benpensante e conservatrice. Anche la stampa, con qualche eccezione e con toni diversi, la condannò in via di principio. Cooperazione (16.3.1968) mostrò cautela, invitando a non risolvere il muro contro muro con «provvedimenti disciplinari». Quando poi la contestazione studentesca dilagò in tutta Europa, anche nelle forme violente del “maggio parigino” e della “Globuskrawalle” a Zurigo, il nostro giornale si impegnò ad esplorare la “Gioventù '68” con una coraggiosa inchiesta in cinque puntate (nn. 30-34/1968), su un campione di ragazzi e ragazze ticinesi sotto i 20 anni, studenti e lavoratori, interpellati su molteplici quesiti: dalla politica alla famiglia, dal pacifismo alla sessualità…



L'occupazione della Magistrale non fu condivisa da tutti gli studenti. Alcuni di loro si opposero pubblicamente. Tra questi Dino Balestra, che al “Regionale» del 10 marzo 1968, in giacca e cravatta, espresse critiche e riserve sul metodo dell'occupazione, con il piglio e l'eloquio da futuro direttore della RSI. «In realtà (ride), non ero avversario in senso ideologico dell'occupazione. È che io sono prudente per natura, tendo alla mediazione. Oggi, vedo il ‘68 con altri occhi e dico che fu un botto salutare, per scardinare un Ticino chiuso, che stava uscendo dalla ruralità». “Pentito” sull'occupazione della Magistrale, Dino Balestra ha vissuto la mobilitazione giovanile più radicale alla Cattolica a Milano. «Nella metropoli lombarda sentivo che l'orizzonte si apriva e si illuminava, che “tutto era possibile”. Avevamo eliminato la cravatta e la penna stilografica per l'eskimo e le clark, c'era libertà di fare sesso, andare in vacanza al mare senza i genitori. Insomma, il '68 ha prodotto una rivoluzione interiore, con l'aprirsi al mondo per farsi trasformare, e una esteriore, nella rivendicazione dei diritti individuali e una società senza più gerarchie».


Dino Balestra, ex direttore RSI, fu uno degli studenti che contestò l'occupazione dell'aula 20, mentre Fabio Dozio, ex giornalista RSI, fu tra i protagonisti dell'agitazione. 


Forse, però, al netto di certi eccessi ideologici, l'unica rivoluzione riuscita del '68 fu quella delle donne. «Sì, l'eredità positiva di quegli anni fu senza dubbio la battaglia per i diritti delle donne, oltre a quella per una scuola democratica» precisa Simoneschi-Cortesi. «In Ticino il diritto di voto per le donne arrivò nel 1969 e quello federale nel 1971». Il '68 avviò quindi la lunga stagione dei diritti sulla parità uomo-donna. «Infatti, si attese il 1981 per inserire nella costituzione federale l'articolo sulla parità, il 1987 per il nuovo diritto di famiglia e il 2002 per il congedo maternità. Oggi la donna è pienamente tutelata sul piano giuridico, ma c'è ancora molto, molto da fare» conclude l'ex presidente del Consiglio nazionale. Il '68 fu un fenomeno multiforme, che favorì anche nuovi gusti estetici, nella musica e nella moda.

Marco Zappa, cantautore nostrano di lungo corso (esordì nel 1967 con il primo 45 giri) fu un fervente beatlesiano e visse anche in prima persona l'occupazione dell'aula 20: «Ero in terza, avevo 18 anni, e il mio ricordo commovente è quello sui “discorsi del cioè”: nelle assemblee lo usavamo ogni tre parole!». Ma quale ruolo ebbe la musica di quegli anni concitati? «Il mio modello erano i Beatles. Quando uscì nel 1965 il disco Help!, l'ascoltavo da un vecchio grammofono con altri compagni di scuola rapito dal ritmo e dai cori. Era una musica fuori dagli schemi. I Beatles, e i Rolling Stones, rappresentarono per noi giovani una rottura generazionale, e non solo musicale. Li imitavamo anche nell'abbigliamento, i capelli lunghi… In Ticino nacquero una decina di band. A noi dei Teenagers, a Locarno, bastava affiggere un manifesto per un concerto e la sala era piena».


Marco Zappa visse l'occupazione della Magistrale e la rivoluzione musicale dei Beatles.

e il pantalone a zampa d'elefante, come gli abiti provenienti da culture diverse. Senza dimenticare lo shock della minigonna, che mise a dura prova la morale tradizionale». 

Il '68 non fu solo la rivendicazione di libertà individuali e l'utopia di un mondo migliore. Mostrò anche il volto truce delle droghe e i furori ideologici di una sinistra antisistema, che degenerò nella deriva terroristica. «Certo, questi eccessi ci sono stati, ma ridurre il '68 alla sola dimensione del fanatismo politico è anche fare ideologia» sottolinea Simoneschi-Cortesi. «Se la contestazione c'è stata è perché dei gruppi sociali hanno detto “basta, vogliamo esserci anche noi, partecipare, avere gli stessi diritti”. Per Franco Cavalli, esponente storico del socialismo svizzero, il '68 è stato «un magma politico senza un indirizzo ideologico, al contrario di ciò che fu la rivoluzione francese o quella russa. Ecco perché c'è chi si è perso nelle droghe e chi, credendo che la rivoluzione fosse matura, ha aderito al terrorismo, come è accaduto in Germania e in Italia».

E oggi, che la globalizzazione economica ha reso il lavoro precario, la società più fragile, e la generazione dei millennials narcotizzati dai social, possiamo ipotizzare un “nuovo Sessantotto”? «Non vedo le premesse per un “botto”» afferma Dino Balestra. «Oggi i giovani sono collettivamente chiusi; vivono del minimo vitale, del “vu campà”; non hanno immaginazione e la trasgressione è quella alcolica del sabato sera». Più possibilista è invece Franco Cavalli: «vedo che sta covando una ribellione sociale. Penso ai movimenti di protesta pro Sanders in America e pro Corbyn in Gran Bretagna, all'attivismo politico dei giovani socialisti svizzeri (Jusos) e da ultimo alla reazione delle donne a livello mondiale contro le molestie sessuali. Spero solo sia meno magmatica e più indirizzata rispetto al '68».

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Il Museo storico di Berna ospita fino al 17 giugno la mostra “1968 Schweiz”, dedicata ai formidabili anni Sessanta: dalla politica alla musica, alla società. Info: www.bhm.ch A Milano, alla Fabbrica del vapore, è in corso l'esposizione “Revolution. Musica e ribelli 1966-1970. Dai Beatles a Woodstock”. Info: www.mostrarevolution.it Sull'occupazione dell'aula 20 della Magistrale, Mauro Stanga ha pubblicato nel 2000 il volume: “Abbiamo seguito la nostra coscienza e siamo stati fuorilegge: la contestazione studentesca del 1968 nelle scuole secondarie del canton Ticino”. Altra lettura utile il capitolo “In Ticino nel 1968” del saggio “Storia del Partito socialista autonomo” di Pompeo Macaluso (ed. Dadò). La Biblioteca cantonale di Bellinzona custodisce un ricco e dettagliato dossier su “Il '68 in Ticino”.



Foto: Massimo Pedrazzini, Neil Armstrong, Keystone, mad


«Io che studiavo tra i figli di papà»

Il conflitto generazionale, l'esperienza al Collegio Papio, la sinistra rivoluzionaria, la nascita del PSA e l'odierna protesta sociale secondo Franco Cavalli, classe 1942, consigliere nazionale dal 1995 al 2007. 



Lei nel '68 aveva già 26 anni. Come si è formata la sua coscienza politica?
Sono cresciuto a “pane e politica” in una famiglia di con dizioni modeste. Mio nonno fu tra i fondatori del Parti to socialista ticinese. Avevo vent'anni, nel 1962, quando mi iscrissi al PST. Una scelta dettata anche dal mio vissuto al Collegio Papio. Studiavo tra i “figli di papà”, che andavano a sciare, e io no. Alla frustrazione sociale si aggiungeva l'educazione repressiva del Papio. Che mi ha fatto perdere la fede e ha segnato il mio impegno all'Uni Berna nel 1961-62.

Cosa ricorda degli anni universitari?
Passavamo notti intere a discutere, a dibattere, tra studenti e professori. Un fermento incredibile. Fu la guerra in Vietnam il motore principale della mia sensibilizzazione politica. Mentre mi stavo laureando in medicina mi impegnai a creare una sezione sanitaria a Berna per aiutare i vietcong. E nel 1968, studiando per gli esami finali, seguivo la ribellione a Parigi attaccato al transistor.

Molti giovani come lei, che coltivavano l'utopia della rivoluzione socialista e anticapitalistica, sono poi entrati nelle istituzioni. Perché?
È vero, molti caporioni del '68 “passarono dall'altra parte”, anche come direttori di Economiesuisse. Alcuni erano figli dell'alta borghesia, che avevano aderito al '68 soprattutto come conflitto generazionale contro i genitori. Io invece, che venivo geneticamente dal “proletariato”, ho partecipato alla contestazione per ragioni di frustrazioni sociali e antiimperialistiche. Non potevo quindi “passare dall'altra parte”.

Come ha vissuto il passaggio dalla critica antisistema degli anni Sessanta a capogruppo PS al Consiglio nazionale (1999-2002)?
Io non ho mai avuto una posizione politica estremista. Negli anni Sessanta mi trovavo quasi alla destra del movimento, mentre oggi nel PS mi trovo a sinistra. Perché la stella polare del mio impegno è la questione sociale. Anche come medico oncologo. Per questo ho sempre sostenuto la teoria del “doppio binario”: attività extraparlamentare, movimentista e lavoro parlamentare, nelle istituzioni. Per la sinistra sarebbe la strategia migliore anche oggi.

Il '68 e la sinistra vengono accusati di aver favorito il dogmatismo ideologico e, in Germania e Italia, la deriva terroristica…
Il '68 fu soprattutto antiautoritario. Un magma senza un indirizzo ideologico, senza una proposta politica alternativa, come fu invece la rivoluzione francese o sovietica. Ecco perché dopo il '68 c'è chi si è perso nelle droghe, chi ha costruito un progetto politico nuovo rispetto ai partiti tradizionali, come il PSA, e chi invece ha creduto che la rivoluzione fosse matura. Questo è stato il terreno fertile per la nascita del terrorismo in Germania e in Italia. Anche in Svizzera, Ticino incluso, c'erano militanti convinti dello sbocco rivoluzionario, ma fu una sparuta minoranza. Io ho sempre sostenuto che la rivoluzione non fosse matura e che fosse criminale usare la violenza per far scattare la rivolta sociale.

Che cosa ha prodotto la nascita del PSA nel panorama politico ticinese?
A quei tempi la politica ticinese era ingabbiata da 50 anni di spartizione del potere tra liberali, conservatori e socialisti. La nascita del PSA è stato come aprire le finestre per far entrare aria nuova. Tra i padri fondatori c'erano “borghesi” come Pietro Martinelli e una frangia antimilitarista, antisistema.

Ci vorrebbe un nuovo '68 per ridare linfa alle nostre democrazie in affanno?
Le nostre democrazie sono in uno stato agonico, perché le decisioni fondamentali non vengono più prese nei parlamenti ma dall'oligarchia finanziario-tecnocratica, dall'1%, come si dice. Un nuovo '68? Non lo so. Sta covando però una ribellione sociale, che spero sia meno magmatica e più indirizzata rispetto al '68. Qualche segnale c'è. Penso ai movimenti di protesta pro Sanders in America e pro Corbyn in Gran Bretagna, all'attivismo dei giovani socialisti svizzeri, cresciuti nella crisi finanziaria del 2008, che si fanno valere con iniziative molto radicali e, da ultimo ,alla reazione delle donne a livello mondiale contro le molestie sessuali.