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«Noi, nati negli anni 2000»

Hanno imparato prestissimo a muoversi nel mondo digitale e oggi si stanno affacciando alla vita adulta in una realtà in rapido cambiamento. Spesso si sente parlare di loro, più raramente si dà loro la parola. Rimediamo adesso.

26 febbraio 2018

Il servizio

TESTO: RAFFAELA BRIGNONI - FOTO: SANDRO MAHLER

Il 31 dicembre 1999 si temeva il Millennium Bug: il primo giorno del nuovo millennio gli orologi dei computer sarebbero andati in crisi, segnando un fatidico 01/01/00 che avrebbe mandato tutto in tilt. Questo doppio zero, questo doppio nulla che spaventava, non solo è rimasto senza conseguenze, ma è stato il simbolo di un nuovo inizio. Una nuova generazione si stava affacciando al mondo, quella dei nativi digitali: la cosiddetta



«Non ho mai avuto dubbi. L'anno prossimo andrò a studiare economia e management alla Bocconi di Milano. Fin da piccolo sono stato affascinato da come funziona il commercio. Quando ero bambino, negli Stati Uniti, una volta avevo comprato delle scarpe in edizione limitata e le avevo rivendute ai miei compagni a un prezzo più alto. Non l'avevo detto a mio papà perché non sapevo se avrebbe approvato. Alla fine gliel'avevo confessato e mi aveva detto che, visto che erano prodotti in edizione limitata, la mia era stata una buona strategia» ricorda divertito. Si fa un po' più serio pensando al suo futuro: «Con la digitalizzazione molte professioni stanno scomparendo, non sarà facile trovare un lavoro. Probabilmente lavorerò per una multinazionale. Ma mi piacerebbe avere un'azienda tutta mia. Con mio padre e una delle mie sorelle che già lavora a Londra abbiamo più volte parlato della possibilità di fondare qualcosa insieme» spiega lucidamente Nicola.

Il desiderio di crescere
Oggi anche Leonard Berisha ha un obiettivo preciso da raggiungere, anche se alla fine delle scuole dell'obbligo non aveva ancora le idee chiare. «Dopo le medie ho frequentato un anno la scuola di commercio di Locarno, ma non faceva per me. Mio zio allora mi ha consigliato l'apprendistato in logistica. Visto che le estati, da quando sono tredicenne, le ho passate lavorando nella sua ditta, sa quali sono le mie forze» racconta il giovane. Nato il 23 agosto 2000 a Bellinzona, Leonard vive a Biasca e sta facendo l'apprendistato alla centrale di distribuzione Coop di Castione. «Finiti i tre anni di apprendistato voglio fare un anno di maturità a tempo pieno. Il mio scopo è iscrivermi alla Supsi. Il lavoro che faccio qui mi piace, ma voglio crescere, l'ho detto da subito. La mia vita tra dieci anni? Non lo so, forse non troverò lavoro in Ticino e allora andrò in Svizzera tedesca, e forse avrò una famiglia, ma per ora sono felicemente single» sorride, riportandoci al suo presente di adolescente.



I 18 anni per lui? «Dovrò assumermi tutte le mie responsabilità, dovrò cavarmela da solo e poi un sacco di cose che probabilmente adesso ancora non riesco a immaginarmi. Di positivo c'è che potrò infine votare, fare la patente e andare con gli amici in discoteca» racconta con entusiasmo, prima di aprirci le porte dei locali in cui si sta formando. Si muove con disinvoltura tra i più grandi. «Mi chiamano il boss – sorride – . Sono una persona ottimista, mi piace far ridere la gente. Ma mi arrabbio anche in fretta» confessa. Difficile credergli, sembra il ragazzo più pacifico del mondo.

Le piccole cose della vita
Flavia Santacroce, che abita con la famiglia a Cugnasco, è già diventata maggiorenne il 18 gennaio. «Ma non è cambiato niente. Non mi interessa bere alcol o stare in giro. Potrò fare la patente, ma per ora la priorità è lo studio». Flavia è apprendista alla Swisscom. Ha lo sguardo dolce, parla con un filo di voce ma si sente la grinta che pulsa dietro la sua apparente timidezza. Sarà che è abituata a muoversi in un mondo di uomini: è l'unica apprendista in mediamatica del suo anno, l'unica ragazza della sua classe e l'unica ragazza nella sua squadra di calcio. «Ma questo non mi crea problemi» fa spallucce nella sua felpa verde prima di mostrarci le sue evoluzioni ginniche.



«Non ho un vero e proprio sogno a livello professionale, ma mi piace la grafica. E se, un volta concluso, l'apprendistato non dovessi trovare un lavoro in Ticino, non avrei difficoltà ad andare in Sviz zera tedesca» afferma spensierata. Dice di non avere sogni, ma lo sguardo le si accende quando parliamo di viaggi: «Voglio vedere il mondo! Rio de Janeiro, l'Islanda e l'Australia, ma solo in vacanza, non ci vivrei: ci sono troppi animali pericolosi» scherza e si apre in un sorriso, la freschezza dell'adolescen za. «Sono una persona positiva e sono contenta con le piccole cose della vita» confida. 


I giovani ultraconnessi della iGen
Per quanto diversi possano essere i percorsi di questi quattro giovani, una cosa li accomuna. La loro destrezza a muoversi nel mondo digitale. Tanto che la generazione Z si sta guadagnando il nome di iGen. Larissa fa parte di una decina di chat di gruppo e ammette: «È brutto da dire, ma credo di essere dipendente dal mio smartphone». Smanetta come pochi, con pollice e indice: «Sono anni di allenamento» sorride, quasi a volersi giustificare e a non farci sentire troppo vecchi. «Il primo cellulare l'avevo ricevuto in seconda media. Ma era ancora uno di quelli con i tasti. Dovevi pigiare tre volte per ottenere la “C”. Scomodissimo, lo usavo solo per telefonare in casi d'urgenza». Snaptchat, le spunte di WhatsApp: i giovani della iGen sono velocissimi, sempre connessi e vivono il presente come non mai. Che cosa farebbero senza il loro smartphone? «Io ho vissuto per tre mesi senza, quando si era rotto. È stato solo un po' difficile organizzarsi con gli amici» racconta Leonard.



Nicola ha dovuto rinunciare per due settimane al suo. «Sono in tante, troppe chat, e a volte può essere una distrazione, perdo un po' troppo tempo con queste cose – ammette –. Nel 2016 sono stato due settimane in Zambia per un progetto di volontariato della scuola. Lì non avevo la connessione a internet, quindi il telefono è rimasto spento. Stavo meglio: ho avuto più tempo per riflettere, per stare con i compagni ed ero meno distratto». Quattro ore invece è stato il lasso di tempo in cui Flavia ha messo il suo smartphone in modalità aereo per sconnettersi. «Dovevo studiare e fare i compiti e non volevo essere distratta. Quando l'ho riacceso ho trovato parecchie notifiche. La gente è abituata che io risponda subito e la mia assenza prolungata aveva creato un po' di preoccupazione…». Per tutti e quattro i nostri giovani questi anni sono cruciali per partire con slancio nella vita adulta. Test ed esami scandiranno i loro prossimi mesi e la modalità aereo potrebbe rivelarsi miracolosa per studiare. Se 18 anni fa si temeva il bug del millennio, oggi potremmo quasi augurarci una piccola panne. Non lunghissima, non disastrosa. Giusto il tempo di una tregua.

L'esperto: «Ragazzi disillusi e pragmatici»

Come descriverebbe la generazione Z?
Disillusa e pragmatica. È molto più disillusa e ha aspettative meno alte rispetto alla generazione precedente, quella dei Millennials, perché ha visto che questi non sono riusciti a realizzare i propri sogni. Quindi si fa meno illusioni sulle proprie capacità di poter cambiare il mondo. Ed è pragmatica: dato che vive in un mondo più complesso e in continuo movimento, la generazione Z ha la necessità di sperimentare continuamente, di imparare facendo. È una generazione touch: non è abituata come quelle precedenti a leggere un libretto delle istruzioni prima di usare un oggetto. Vuole mettersi in gioco, ma ha bisogno di essere preparata e di trovare riscontri immediati.

Spesso viene descritta come una
gioventù apatica, sempre incollata allo smartphone. Cosa ne pensa?
Quando gli adulti vedono i giovani diversi da loro, pensano che quella diversità sia una fragilità, mentre potrebbe essere una potenzialità. Non ci sono generazioni migliori di altre, ma ci sono nuove generazioni più in sintonia con il proprio tempo. I giovani rischiano di essere annoiati e passivi se non sono inseriti in contesti stimolanti con strumenti adeguati. Se vengono preclusi da esperienze di questo tipo, si demotivano più facilmente rispetto alle generazioni precedenti. Se invece ci sono i presupposti giusti, i giovani di oggi sono i più esuberanti, sono l'energia più forte, l'intelligenza più attiva e si mettono d'impegno per ottenere risultati più importanti. Quando le nuove generazioni ci sembrano spente, vuol dire che non siamo stati in grado di toccare le corde giuste.

Dovremmo quindi metterci in discussione invece che giudicarli.
C'è sempre stato il rischio di giudicare le generazioni più giovani, con discorsi come: “Noi sì che alla loro età ci impegnavamo…”. Ma oggi la realtà è molto più complessa ed è in più rapido cambiamento. La società dovrebbe impegnarsi per capire cosa sanno fare al meglio i giovani e quali sono i loro desideri, facendo combaciare le loro potenzialità con le nuove opportunità. Siamo noi che dobbiamo imparare a leggere la loro realtà e incoraggiarli a dare il meglio di sé.

Come possiamo farlo?
Dobbiamo irrobustirli, fornendo loro competenze e conoscenze solide, che si ottengono con una formazione adeguata. Si può insegnare loro anche a mettersi in gioco nei social, se questo implica un miglioramento delle loro competenze digitali e non resta solo un passatempo. Dobbiamo aiutarli a costruire fiducia in sé stessi, insegnare loro che si può imparare dai propri fallimenti e che è necessario saper affrontare i nuovi cambiamenti.

E cosa ci possono insegnare loro?
Loro vivono direttamente i cambiamenti e quindi sono i migliori interpreti dei nuovi rischi e delle nuove opportunità del mondo che cambia. È necessario che chi è più maturo aiuti a compensare l'ingenuità di chi ha poca esperienza, ma dall'altra parte è necessaria la capacità
di chi è giovane a essere più in sintonia con quello che è nuovo. Vecchie e nuove generazioni devono lavorare insieme per trovare soluzioni.

Una previsione sulla generazione Z?

Sebbene sia più disillusa, potrebbe dimostrare di riuscire ad ottenere più di quanto si aspetti. Anche perché entrerà nel mondo del lavoro dopo la crisi economica e forse in un momento di ripresa. Questo potrebbe far sì che sia incoraggiata a diventare un soggetto attivo non solo nella costruzione del proprio futuro individuale ma anche di quello collettivo. Noi delle generazioni precedenti continuiamo a vivere nel XXI secolo come se fosse ancora il XX: con le stesse politiche, le stesse visioni dell'economia e della società. Non abbiamo ancora visto un modello in grado di affrontare in maniera vincente e convincente le nuove sfide. La generazione Z potrebbe essere la prima generazione ad interpretare in modo nuovo questo secolo, perché è la prima ad esserci nata.