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Al di là degli stereotipi

Le scelte formative e professionali sono ancora molto stereotipate: come se esistessero mestieri da donna e mestieri da uomo. Oggi vi presentiamo i ritratti di tre donne che hanno realizzato i loro sogni, fuori dai sentieri battuti.

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SANDRO MAHLER
04 marzo 2019

Denise Frey: «Da quando ho 17 anni lavoro sui cantieri: questo è il mio lavoro, la mia passione».

Denise Frey è vestita con la sua tenuta da lavoro: pantaloni arancioni, cintura per attrezzi, casco, guanti e buone scarpe. È una giornata come tante per la 23enne di Medeglia e il suo operaio: oggi devono costruire un ponteggio attorno a una piccola casa. «Non è un cantiere grande, in mezza giornata lo finiamo» spiega, dopo aver scaricato il materiale. La sua quotidianità ha qualcosa di eccezionale: nel 2017 Denise Frey è stata la prima donna svizzera ad aver ottenuto l’Attestato Federale di Capacità come montatrice di ponteggi ed ora è direttrice della ditta di ponteggi del padre. «Nel 2011 ho iniziato un apprendistato di commercio. Lavorando in ufficio, dopo lunghe riflessioni, la mia curiosità mi ha spinta ad uscire in cantiere a scoprire quel mondo che conoscevo solo sulla carta. Così, da quando ho 17 anni lavoro sui cantieri: questo è il mio lavoro, la mia passione».

E, se in una prima fase il padre l’ha seguita con attenzione, poi le ha ceduto il timone. Certo, non è stato tutto un percorso in discesa: gli stereotipi sono duri a morire. «Tante persone, scettiche sul mio lavoro, mi chiedono come faccio a sollevare certi pesi; la risposta è che siamo solo noi stessi e la nostra testa a dare un limite a ciò che vogliamo fare. Purtroppo ci sono ancora troppi preconcetti verso donne che, come me, svolgono lavori considerati maschili. Lo trovo un peccato, non solo per me, ma perché gli uomini che fanno questi commenti indirettamente sminuiscono le proprie compagne e figlie; è come se dicessero loro che non possono fare ciò in cui credono. Io ho solo scelto di essere me stessa ed è questo che bisognerebbe dire alle ragazze che fanno scelte come le mie».

Denise Frey punta ancora più in alto: «Il mio obiettivo è ottenere la maestria, vorrei che la nostra professione venisse riconosciuta e formare degli apprendisti». La giovane sogna di fondare una famiglia, un giorno: «Ma non smetterò di lavorare. Mi si romperanno le acque su un cantiere» scherza.

Le opportunità delle materie scientifiche

Non è stato uno scherzo, invece, quello che ha vissuto Francesca Nessi-Tedaldi quando era una giovane ricercatrice alla fine degli anni ’80. «Le doglie sono iniziate in laboratorio» ricorda sorridendo la fisica che da trent’anni lavora al CERN di Ginevra per l’Istituto di fisica delle particelle del Politecnico di Zurigo. «Poco dopo la nascita di mio figlio, ho scritto un articolo, lavorando a casa. In seguito, anche se non è stato facilissimo, abbiamo trovato un posto all’asilo nido, e sia io che mio marito abbiamo continuato a lavorare al 100%».

Francesca Nessi-Tedaldi lavora al CERN di Ginevra per l'Istituto di fisica delleparticelle del Politecnico di Zurigo.

Negli anni ’70, la locarnese faceva parte di quel 4% di studentesse al Politecnico di Zurigo, e, prima ancora, al collegio Papio di Ascona, della seconda annata di ragazze ammesse all’istituto: dalla chiarezza e determinazione che traspare quando racconta la sua storia, si indovina che già da giovane sapeva il fatto suo. «Ho perso mio padre quando avevo solo cinque anni, e mia madre, che sognava di fare la casalinga, ha dovuto mettersi a lavorare nel negozio di famiglia. Per me, quindi, da subito è stato evidente che una donna deve potersi reggere sulle proprie gambe, e non ho mai avuto dubbi sul fatto che avrei proseguito gli studi. A scuola mi piacevano quasi tutte le materie, ho scelto la fisica per pragmatismo e per esclusione: da un lato pensavo che con lo studio delle lettere non avrei guadagnato il pane, dall’altro volevo una materia in cui non si dovesse imparare a memoria. Tra la matematica e la fisica, ho scelto la fisica perché mi affascinava la componente sperimentale». Lineare e razionale, ecco che prende forma la carriera scientifica di Francesca Nessi-Tedaldi.

«La matematica è presente nella vita di tutti i giorni»

francesca nessi-tedaldi, fisica

«È un peccato che ci sia ancora timore di fronte alla matematica, in fondo è presente nella vita di tutti i giorni. Alle ragazze vorrei dire che le materie scientifiche offrono numerose opportunità: in Svizzera mancano 10mila ingegneri. Ma forse è tardi cercare di agire sugli adolescenti. Io credo che debbano essere i genitori a educare i bambini ancora piccoli alla curiosità, mostrando loro il lato ludico delle scienze. E anche giocare con loro ai Lego o lasciarli maneggiare un cacciavite». Insomma, avvicinarli non solo al mondo dei numeri, ma insegnare loro anche a sperimentare, fornendo gli strumenti dell’autonomia. «A casa mia, quando si rompeva qualcosa, si chiamava un artigiano. Una volta, mio nonno materno, che era in visita da noi, sturò un lavandino con una chiave inglese. Lo avevo trovato “cool” – racconta Francesca Nessi-Tedaldi –, ed è stata una rivelazione: anche io volevo poter riuscire a fare le cose da sola».

E così ha appreso anche l’arte di arrangiarsi nei lavori manuali. E quando con il marito ha costruito casa a Ginevra, ha verificato il lavoro dell’elettricista, facendogli notare che non tutte le prese erano messe a terra. «Mi guardò come se fossi un marziano» ricorda sorridente.

Crescere fuori dai modelli

Saper fare da sé e mettere mano a cacciaviti, trapani e altri utensili è un bisogno primario anche per Joanna Schoenenberger. «Sono felice quando sono sporca di terra e di segatura» racconta con trasporto l’ingegnera forestale 47enne, esperta di grandi predatori al Wwf Svizzera. Nata in Algeria da genitori svizzero-tedeschi, è cresciuta in Malcantone, in una casa senza tv né sofà. «Già da bambini io e i miei fratelli eravamo “diversi”. Questo mi ha dato un grande senso di libertà, non ho mai sentito di dovermi conformare a un modello. Da bambina sognavo di diventare esploratrice, contadina, pirata o pilota. Volevo un “mestiere da uomo”, perché gli uomini mi sembravano più liberi e padroni del loro destino».

Joanna Schoenenberger monta un cassonetto del compostaggio a prova di orso.

L'ingegnere forestale lavora al progetto di preparazione al ritorno degli orsi in Svizzera.

E pilota lo è stata, anche se solo per una breve parentesi dopo gli studi universitari a Zurigo. «Ho iniziato a volare in Arizona e seguito la scuola della Crossair a Basilea, ma poco dopo aver terminato la formazione c’è stato il grounding…».

E se uno dei suoi sogni si è infranto sul nascere, l’altro, quello di essere a stretto contatto con la natura, è diventato realtà. Negli anni ’90 termina gli studi al Politecnico di Zurigo. «Volevo conoscere la natura e poterci mettere mano. Nel mio corso, noi ragazze eravamo il 10% e c’era molta solidarietà. Tanti studenti ragazzi rispondevano al cliché dell’ingegnere forestale un po’ burbero» sorride. Durante e subito dopo gli studi, la giovane parte verso gli Stati Uniti. «Ho fatto la ranger per un anno in Indiana e in Alaska, dove lavoravamo a contatto con gli orsi. In Virginia invece li abbiamo intrappolati per uno studio scientifico. I miei soggiorni americani mi avevano anche fatto scoprire una società in cui era normale trovare donne guidare bus e tram, mentre da noi in quegli anni ancora non si vedeva».

«Non ho mai sentito di dovermi conformare a un modello»

Joanna schoenenberger, ingegnera forestale

La malcantonese oggi lavora a metà tempo, occupandosi anche dei tre figli ancora piccoli. «Quello a cui sto attenta è che non vengano troppo inquadrati in modelli. Mi sembra che le differenze tra bambini e bambine siano più marcate oggi di quando ero piccola io, forse perché eravamo tutti un po’ più “montanari”. Oggi il rosa è quasi d’obbligo tra le femmine e se una bambina ha i capelli corti viene considerata coraggiosa. La colpa è anche delle madri: spesso sono le donne le più grandi nemiche delle donne. Mi capita ancora di sentire: “una signorina questo non lo fa”, quando una bambina si comporta in modo poco “femminile”» sospira Joanna.

Certo, i comportamenti maleducati non si addicono né a signorine né a signorini. Ma forse è arrivato il momento di ribaltare l’esortazione e dire più spesso: «Sì, anche una bambina questo lo può fare».

Delegata per le pari opportunità

Rachele Santoro

Rachele Santoro, delegata per le pari opportunità.

Qual è il “cantiere” più urgente per raggiungere la parità in ambito lavorativo?

Uno degli aspetti prioritari è il raggiungimento della parità salariale, dove la Svizzera figura tra i fanalini di coda. Un altro tema rilevante è la conciliazione tra famiglia e lavoro: le aziende dovrebbero favorire maggiormente i tempi parziali, la flessibilizzazione delle condizioni lavorative e il telelavoro, e non solo alle donne.

La maternità gioca ancora un ruolo nella scelta professionale delle donne?

Indubbiamente. Nelle coppie senza figli le attività domestiche sono generalmente suddivise in modo equo. Ma quando arrivano i figli, c’è un cambiamento nella ripartizione del lavoro retribuito e di quello domestico all’interno della coppia e questo va a scapito delle donne: sono loro infatti ad occuparsi di conciliare vita familiare e professionale. Per le donne diventa così difficile superare il soffitto di vetro e fare carriera. Inoltre, in Ticino, più che nel resto della Svizzera, troviamo un quadro tradizionale: spesso all’arrivo dei figli la donna esce dal mondo del lavoro, mentre capita che l’uomo, che prima dell’arrivo del figlio lavorava a tempo parziale, aumenti la percentuale lavorativa.

Oltre a flessibilità e telelavoro, quali misure potrebbero alleggerire il carico che pesa sulle spalle delle donne?

Ci vuole un cambiamento sociale: non si dovrebbe più parlare solo di maternità ma di genitorialità. In Svizzera iniziamo ora a discutere di congedo paternità ma siamo un passo indietro: dovremmo pensare al congedo parentale. Un tot di mesi messi a disposizione di entrambi i genitori nei primi anni di vita dei figli, che consentano alle famiglie di scegliere il modello di conciliabilità che maggiormente soddisfi le singole esigenze. Ci sono esempi virtuosi come la Svezia, con un congedo parentale di sedici mesi, e la Danimarca con dodici.

Prima della carriera e della famiglia viene la formazione. Cosa può dirci in proposito?

Nella formazione abbiamo raggiunto la parità, anzi spesso le donne sono più formate degli uomini. Ma vi è ancora una segregazione di genere nelle scelte formative: le donne prediligono infatti i settori socio-sanitari e dell’insegnamento, mentre gli uomini scelgono maggiormente gli ambiti tecnici e ingegneristici. Questo porta poi a tutta una serie di differenze anche nel mondo professionale. Da un lato, i mestieri nel settore socio-sanitario sono generalmente meno retribuiti. Inoltre, si tratta di professioni che offrono una maggiore flessibilità, predestinate quindi alla conciliazione tra famiglia e lavoro.

Ma si nota un’evoluzione nelle scelte formative?

È da anni che si promuovono iniziative volte ad allargare gli orizzonti dei ragazzi e delle ragazze nell’ambito delle scelte formative e professionali. Nonostante una sensibilità crescente attorno a questo tema, a livello svizzero la presenza di donne negli ambiti tecnici si situa attorno al 10% e il dato stenta a decollare.

I cliché sono duri a morire, forse bisognerebbe iniziare dalla più tenera infanzia?

Sarebbe importante sensibilizzare gli educatori della prima infanzia e più generalmente gli insegnanti di tutti gli ordini scolastici. Oggi esistono molti libri per bambini che presentano modelli lontani dagli stereotipi. Ma l’abolizione dei cliché è difficile da raggiungere perché il cambiamento non deve avvenire solo nelle scuole, ma anche nelle famiglie, nelle amicizie, nell’entourage. In fondo ci troviamo rinchiusi in una sorta di “gabbia di genere”, una gabbia invisibile, che limita i nostri orizzonti e le possibilità di scelta. Maschi e femmine si limitano a quelle due o tre scelte, tipicamente maschili o femminili. Si promuovono delle attività di sensibilizzazione, come per esempio la giornata Nuovo futuro – in cui presentiamo agli allievi delle scuole medie prospettive professionali diverse per ragazze e per ragazzi – oppure con gli opuscoli informativi che illustrano i vari percorsi esistenti dopo le scuole medie. Nonostante le numerose iniziative che si portano avanti per favorire delle scelte libere da stereotipi di genere, è difficile ottenere dei risultati proprio perché vi è una forte componente culturale, legata anche ai modelli e ai pregiudizi, che influenza i percorsi formativi e professionali dei giovani.