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STREET ART

Camminando fra arieti e balene

Viene chiamata in diversi modi, da arte pubblica ad arte urbana, passando per post-muralismo. Colora le città, e non solo. È la street art, che trova sempre più spazio anche in Ticino. Abbiamo incontrato alcuni suoi interpreti.

FOTO
MASSIMO PEDRAZZINI
08 aprile 2019

Voluto dal Comune di Maggia, il progetto a cui stanno lavorando Chiara e Sofia Frei mira a recuperare gli stemmi dei vecchi comuni, ora diventati frazioni. Qui la terza tappa, a Moghegno.

 

Arte urbana Lugano

«Il nostro scopo è di mettere in relazione il pubblico con lo spazio urbano», spiega Nicol Bedognetti, coordinatrice di Arte urbana Lugano (Aul), progetto che fa capo alla divisione Eventi e congressi della città. «Per questo, l’anno scorso abbiamo deciso di repertoriare le circa 20 opere di artisti locali e internazionali presenti sul territorio cittadino, con la pubblicazione di una guida scaricabile anche dal nostro sito internet».

Alla scoperta della street art

In estate, nell’ambito del Longlake festival, Aul si amplia diventando Urban art experience: «L’anno scorso abbiamo per esempio chiesto ad Andrea “Ravo” Mattoni di realizzare una delle sue opere che fanno incontrare arte classica e bombolette spray». Ora, sulla facciata del Palazzo dei Congressi, eseguita su un supporto amovibile, si trova una copia 4 x 5 metri del quadro “Predica di San Giovanni Battista” del pittore ticinese del Seicento Pier Francesco Mola. Quanto alla prossima edizione, già dal 17 aprile 2019 si potrà averne un assaggio: nelle piazze di Lugano si potranno ammirare le grandi sculture in acciaio della mostra “Lugano: Riflessi di luce” dell’artista albanese Helidon Xhixha.

«A Barcellona la street art è dappertutto», racconta Chiara Frei, che nella città catalana ha lavorato e vissuto per un totale di due anni e mezzo. Ed è proprio nella città di Miró e di Gaudí che le sorelle Frei hanno dipinto i loro primi muri.

«Andavo spesso a trovarla in Spagna», spiega Sofia, la minore delle due. «La street art ci è sempre interessata, ma solo da spettatrici». «Poi, dopo sei mesi di ambientamento», riprende Chiara, «ci siamo dette: “Adesso proviamo anche noi!”».

Ora sono tornate a Cevio, dove lavorano entrambe come grafiche nello studio del padre. Non appena ne hanno la possibilità, vestono però i panni macchiati di colore di Kler e Sofreeso, i loro nomi d’arte.

Missione: recupero stemmi

L’ultimo progetto in ordine di tempo lo stanno portando avanti a Maggia. «È stato il Comune a contattarci», spiega Kler. «Ci ha proposto di decorare i centri di raccolta dei rifiuti. Con l’aggregazione del 2004, si sono persi gli stemmi dei vecchi comuni. Così abbiamo pensato di reinterpretarli a modo nostro».

«Al Municipio l’idea è piaciuta molto», aggiunge Sofreeso. «Anche perché abbiamo proposto qualcosa in cui la popolazione potesse ritrovarsi». Chi va a riciclare i propri rifiuti a Coglio, ora vede la colomba e i ciuffi d’erba che una volta rappresentavano il paese. A Someo, il cervo del vecchio emblema ha un volto elfico, ma in testa porta i palchi tipici dell’animale, mentre al suo fianco appare la luna che già compariva sul vecchio blasone. Terza tappa del progetto: Moghegno, dove è da poco ricomparso l’ariete.

«Siamo abbastanza differenti, nel modo di approcciare la parete», riflette Sofia. «Io ho imparato da Chiara a fare un progetto un po’ più preciso. Tendenzialmente parto da un’idea di base e mi lascio ispirare dal momento. Mentre lei è sempre stata quella che arrivava con un progetto fatto e finito».

«Quando disegno, pianifico sempre tutto nei minimi dettagli», conferma lei. Sofia sorride e la guarda, lascia intendere come “nei minimi dettagli” non si avvicini nemmeno al livello di maniacalità della sorella maggiore. «Ma anch’io ho imparato qualcosa da Sofia! Fino a qualche anno fa, quando capitava un imprevisto, faticavo ad adattarmi. Adesso trovo facilmente una soluzione».

Mentre Kler e Sofreeso sono all’opera, si avvicina un gatto. Osserva da un albero, poi dal muretto. E mentre loro prendono le misure della parete, lui prende le misure delle due intruse. Studia dall’alto un secchio pieno di vernice verde. Per un momento sembra volerci saltare dentro. Poi scende, si muove sornione fra bombolette di vario colore. Per finire va a prendersi qualche coccola dai curiosi che si sono fermati a guardare, chi passato di lì per caso e chi arrivato per buttare via qualcosa.

«Ad ogni modo siamo strafelici di poter fare qualcosa anche da noi», chiarisce raggiante Chiara. «Per poterci esprimere con la nostra arte, siamo sempre dovute andare all’estero, in Inghilterra, Germania, Bosnia-Erzegovina o Brasile. Qui si è sempre un po’ restii a concedere spazio a questo genere di opere».

Una questione di spazio

In questo senso, Sofreeso e Kler sono in buona compagnia. Se ne è resa conto anche Patrizia Cattaneo Moresi, che nel 2017 ha curato una mostra dedicata proprio alla street art, contattando per l’occasione i Nevercrew per commissionare loro un’opera.

Il duo, formato da Christian Rebecchi e Pablo Togni, è conosciuto a livello internazionale per aver dipinto balene, orsi e astronauti un po’ ovunque nel mondo. «Escluso l’Antartide, ci sono loro opere in tutti i continenti. Quando li ho chiamati qui a Melano», racconta la direttrice di Artrust, «pensavo che mi mandassero a quel paese. La loro risposta invece è stata: “Patrizia, grazie!” Perché in realtà è difficile che vengano chiamati qui in Ticino».

La collaborazione fra Christian e Pablo è nata ai tempi del Csia (Centro scolastico per le industrie artistiche), dove entrambi si sono formati. Il loro primo dipinto murale risale al ’96, «ma in realtà lavoravamo insieme già da prima», precisa Pablo. Questa ormai è diventata la loro professione, tanto che fra l’11 e il 14 aprile Artrust porterà alcune loro opere alla Urban art fair di Parigi. Ma come si spiega, questa difficoltà a trovare muri da dipingere qui a Sud delle Alpi?

«Ho l’impressione che da noi, a livello architettonico, se una cosa viene fatta in un certo modo, la si vuole mantenere così. Non esiste l’idea di cambiarla in un secondo tempo, di aggiungere qualcosa che non fosse previsto sin dall’inizio», osserva Christian.

Nonostante tutto, a partire dagli anni ’90, quando i Nevercrew muovevano i primi passi, la street art ha trovato spazio anche da noi. Parecchio è cambiato, ma qualcosa di quel periodo rimane.

Christian Rebecchi (a sinistra) e Pablo Togni davanti alla loro opera "Disposing machine", realizzata per l'Artrust di Melano nel 2017.

L'orso realizzato a Coira (2018).

L'orso realizzato a Satka, Russia (2017).

«A noi piacciono i volumi. Il che richiama la scritta, il writing, i graffiti», conferma Pablo.

«Per questo spesso utilizziamo animali come balene o orsi, che già di per sé impongono la propria presenza».

«La balena in particolare è un soggetto che ci ha sempre interessato», continua Christian. «Ha questa dimensione misteriosa, pur essendo un animale reale. Vive lontana dall’uomo, ma ha un trascorso comune, legato sia alla caccia che alla protezione della specie. Nel tempo è diventata l’elemento iconografico che ci permette di portare avanti una riflessione sul rapporto fra l’uomo e la natura».

La forza dei Nevercrew, secondo Patrizia Cattaneo Moresi, sta nel saper combinare riflessione e impatto visivo. «Le loro sono immagini spettacolari, di una potenza enorme. Allo stesso tempo, usano simboli molto semplici – l’orso, la balena – che possono arrivare a tutti».

In alto, ?Encumbering machine?, realizzato dai Nevercrew a Kiev (2017). A sinistra l?orso realizzato a Coira (2018), a destra quello di Satka, Russia (2017).

Il rapporto con la gente

Un aspetto da non sottovalutare, quando si dipinge su grandi superfici, è comunque quello della sicurezza.

«In situazioni davvero pericolose non ci siamo mai trovati», riflette Christian. «A parte forse una volta, ma l’abbiamo scoperto solo in seguito». «Era persino passato l’ingegnere per dare l’ok», continua Pablo. «Poi è saltato fuori che il sollevatore si trovava sopra un parcheggio, la cui soletta avrebbe dovuto reggere la metà di quel peso. Abbiamo lavorato così per tre giorni, a 18 metri d’altezza».

«A Kiev ci è arrivato un sollevatore che aveva dei rami incastrati nel braccio», ricorda Christian. «“Lui è bravissimo a guidare”, ci avevano detto!», aggiunge Pablo. «Continuava a farci sbattere contro il muro. Invece in Russia c’era un ragazzo formidabile. Era una parete di 30 m. E lui, da sotto, senza sensori, a occhio, riusciva a spostarci di 10 cm alla volta, esattamente dove volevamo».

Ciò che distingue la street art dalle altre discipline artistiche è indubbiamente il fatto di essere creata e presentata nello spazio pubblico, ciò che favorisce un diverso rapporto fra l’opera e le persone.

«L’accoglienza che mi ha colpito di più è stata quella che abbiamo ricevuto a Coira», ricorda Pablo. «L’intero quartiere ci teneva a farci sentire l’apprezzamento per quello che stavamo realizzando». «C’era chi ci portava il caffè dal bar di fronte, chi ci invitava a mangiare nel suo ristorante, chi ci portava bibite fresche», aggiunge Christian. «Ma a volte capita anche che qualcuno ci scriva per dirci che è contento di vedere un nostro dipinto ogni volta che guarda fuori dalla finestra».

«Allo stesso tempo», riflette Pablo, «siamo coscienti che, lavorando in uno spazio pubblico, se alcune persone sono contente, altre comprensibilmente non lo sono. La nostra opera in fondo invade il loro spazio».

Che sia gradita o meno, che sia finanziata da un privato, da una manifestazione o da un Comune, un’opera di street art è «un’opera che si offre alla città, alle persone che passano di lì e la vedono», senza che abbiano bisogno di pagare alcun biglietto d’entrata.

È Kler, a regalarci questa bella conclusione. E non si rifiuta un regalo, giusto?